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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • IV Domenica del Tempo di Pasqua. Anno B


    αποφθεγμα Apoftegma

    Le sue pecore troveranno i pascoli, 
    perché chiunque lo segue con cuore semplice 
    viene nutrito con un alimento eternamente fresco. 
    Quali sono i pascoli di queste pecore, se non gli intimi gaudi del paradiso, 
    ch'è eterna primavera? 
    Infatti pascolo degli eletti è la presenza del volto di Dio, 
    e mentre lo si contempla senza paura di perderlo, 
    l'anima si sazia senza fine del cibo della vita.
        Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, 

    nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. 
    La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. 
    Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. 
    S'infervori la fede in ciò che ha creduto. 
    I nostri desideri s'infiammino per i beni superni. 
    In tal modo amare sarà già un camminare.
        Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, 

    perché se qualcuno desidera raggiungere la mèta stabilita, 
    nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo. 
    Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, 
    perché sciocco è quel viaggiatore 
    che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati 
    e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.

    San Gregorio Magno















    SCELTI PER ESSERE AGNELLI NEL GREGGE DEL BUON PASTORE E DONARE CON LUI LA NOSTRA VITA

    Non si scappa, il Vangelo di questa Domenica è chiarissimo: le pecore sono comunque destinate a servire, sino al macello. Ma ci sono due modi per essere macellate: o come l'Agnello di Dio che ha offerto la sua vita in sacrificio per amore, o costrette e vendute dai "mercenari".
    Comunque vada la nostra vita è destinata ad essere sacrificata: o per ingrassare quanti ci ingannano, gli amici ad esempio, che trascinano tanti a drogarsi, a darsi piacere, a far parte del branco, per poi "fuggire" dinanzi al "lupo", ai pericoli e ai fallimenti; oppure liberamente, per salvare chi ci accanto, seguendo le orme del Servo di Yahwè che ha consegnato se stesso in riscatto dell'umanità.
    Tutti noi, scelti per far parte del gregge di Cristo, apparteniamo a Lui, e a Lui soltanto. Ma viviamo come ostaggi di "mercenari", ed è questa la radice di tante nostre sofferenze e frustrazioni. Siamo stati creati in Lui, per questo nel nostro cuore risuona come adeguata, perfettamente rispondente all'aspirazione profonda e autentica, solo la voce di Cristo.
    Non conosciamo nessun altro, eppure viviamo soggiogati dai "mercenari" che ci usano per guadagnare sulla nostra pelle, consegnandoci poi all'inferno. Non sono un inferno tante nostre relazioni? Non è un inferno il lavoro, lo studio? Non lo è il mondo, con la sua politica, con l'economia in mano all'avidità, con le guerre che, spesso in nome di Dio, insanguinano la terra? Lo sono perché ci siamo trasformati anche noi in "mercenari".
    Rubiamo, ci appropriamo, leghiamo le persone sperando ed esigendo guadagni affettivi, compensi esosi per aver dato qualcosa di noi. E le relazioni appaiono per quello che purtroppo sono, mercimoni di affetti, mercati dove non esiste gratuità. Infatti, "il mercenario scappa davanti al lupo", al male, alla sofferenza, ai peccati.
    Quando il prodotto si rivela diverso da quello pubblicizzato si rispedisce al negozio; quando la moglie, il fidanzato, l'amico si rivelano diversi da quello che avevano lasciato intuire di essere, quando appaiono i lati oscuri del carattere, quando emergono i limiti, le debolezze, i peccati, quelli che proprio non si adeguano alle nostre capacità di accoglienza e accettazione, rifiutiamo e "scappiamo". Merce avariata venduta da mercenari, questo è, spesso, l'amore.
    E "il lupo", il demonio che muove le fila delle nostre relazioni, "rapisce e disperde", ed è la nostra esperienza quotidiana. Quante volte assistiamo al naufragio di un fidanzamento, di un'amicizia, di un matrimonio, inciampati tutti nella debolezza e nei peccati!
    Ogni giorno sperimentiamo la precarietà dei nostri rapporti, cerchiamo di blindarli con una serie di compromessi, ma alla fine, all'apparire della verità, scopriamo quanto effimeri siano i nostri maldestri tentativi di rabberciare le cose. E tutto si disperde, come si disperde il seme quando usiamo della sessualità chiudendoci alla vita, sia con la masturbazione, sia con i rapporti prematrimoniali, sia con i rapporti matrimoniali ingabbiati nei metodi anticoncezionali; come quando si disperdono le parole, le azioni, i progetti faticosamente legati insieme da un laccio carnale, che è sempre egoistico, il laccio del mercenario.
    Il "lupo", infatti, è sempre in agguato; per questo occorre riconoscere a chi apparteniamo, e a chi appartiene chi ci è vicino, le persone che ci sono care. Siamo di Cristo, perché Lui è l'unico che ci ama sino in fondo, che conoscendo perfettamente tutto di noi, ci ama senza riserve, senza esigere nulla, senza aspettarsi cambiamenti, non cerca neppure la nostra gratitudine.
    Cristo è, secondo l'originale greco, il "Pastore vero e bello" che "espone la sua vita" perché il "lupo" non ci sbrani. Ah, sono queste dunque la bellezza e la verità! In esse e per esse siamo stati creati! La bellezza di Colui che non aveva bellezza né splendore da attirare gli sguardi; la bellezza del Servo davanti al quale ci si copre la faccia, tanto era sfigurato appeso alla Croce. La Verità fatta carne in Cristo, che appariva castigato e fallito, mentre portava il peccato di tutti e intercedeva per i peccatori; la Verità che risplende nella Croce.
    Con quale bellezza, invece, ci ha sedotto il "mercenario"? Quale "verità" ci ha insinuato? Entrambe effimere, perché nemiche della Croce, dell'amore che non ruba ma "espone, dispone e depone" la propria vita per gli altri, secondo il senso dell'originale greco reso con "offre". Gesù è il "pastore bello e vero", perché, a differenza del "mercenario", ha "interesse" delle pecore; ciò significa che ha le pecore in sé, dentro al cuore, perché questa è l'etimologia del termine "interesse". Sa che Gli appartengono, le porta nella sua carne, "conosce le sue pecore".
    Conoscere - ghinôskô - nel linguaggio biblico, significa molto più di una conoscenza razionale; conoscere è donarsi, offire la propria vita, ed è anche una forma per indicare l'unione sessuale, come troviamo nelle parole della Vergine Maria rivolte all'angelo: "non conosco uomo". Cristo, dunque, è il "Pastore vero" perché ci conosce nella "verità" che non esclude nulla, di sè e di noi; ci conosce amandoci, "deponendo la vita", come il seme nella terra, nella nostra carne corrotta.
    Gesù ci conosce per quello che siamo anche in questo istante. Niente di "mercenario", ipocrita e falso; non una relazione superficiale che non fa mai entrare l'altro in sé, basata sull'apparenza; come accade a noi quando appare l'assoluta incompatibilità, e abbandoniamo anche colui per il quale abbiamo fatto di tutto, persino follie mascherate d'amore. Con Cristo, invece, tutt'altra cosa, una relazione che ha origine e compimento nella realtà di ciascuno. Lui è Dio sempre, anche quando noi siamo peccatori. Lui non ci respinge, non ci abbandona, mai.
    Attenzione che qui Gesù dice qualcosa di immensamente grande: "conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre". Come Gesù conosce il Padre? E come il Padre conosce Gesù? In un amore infinito, nel quale l'uno compie i desideri dell'altro; tra i due non vi è nulla di segreto, e tutto dell'uno appartiene all'altro. Così Gesù conosce ciascuno di noi, e così siamo chiamati a conoscerlo. In una comunione che supera ogni limite, in una confidenza che non viene mai meno, in un abbandono sereno anche nelle "valli oscure" della vita.
    Capite? Apparteniamo a Cristo, in una conoscenza che ci depone nel cuore e nella vita stessa di Dio. Non ci sono più segreti, la storia, con i suoi Getsemani e i suoi Golgota, sono per noi già illuminati dalla luce della Pasqua. Possiamo vivere nella vita divina, amando senza riserve, oltrepassando gli steccati dell'egoismo e della concupiscenza. Possiamo essere sinceri perché nulla è segreto tra noi e Cristo, e in Lui, tra noi e il Padre. Gesù è per ciascuno il vino buono, il vino vero delle nozze di Cana, nel cui passo non a caso è usato "kalos", lo stesso termine che si riferisce al Pastore: è Lui che infonde la gioia, il gusto, il senso e la pienezza alla nostra vita, trasformando l'acqua delle relazioni sterili ed egoistiche, nel vino nuovo della vita che abbonda al punto d'essere donata.
    E' il Pastore "bello", altro significato di "kalos", che fa bella la vita, che illumina la storia di ciascuno rivelando, nel suo amore crocifisso, che con Lui "non manchiamo di nulla (cfr. Sal 23). E ciò significa l'esatto contrario di ciò che fa il "lupo" al quale ci consegna il "mercenario", che "disperde". Per questo, solo riconoscendo la sua voce, sperimentando la nostra appartenenza a Lui possiamo conoscere l'amore autentico, e con esso la libertà.
    Appartenendo a Lui possiamo appartenere alla moglie, al marito, ai figli, al fidanzato, all'amico. Ogni appartenenza umana è inscritta in un'appartenenza più grande, che non si esaurisce, che non scappa e sfilaccia di fronte alla prova: "da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1 Gv 3,16). Perché anche le persone più intime prima di appartenerci appartengono a Cristo, ed ogni rapporto vive solo in questa comune appartenenza a Cristo. Sino a vedere ogni persona come una sua pecora: "Anche altre pecore ho che non sono di questo recinto. Anche quelle bisogna che io conduca. E ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo Pastore".
    Confessiamolo, pochissime volte abbiamo guardato così agli altri, quelli fuori da "questo recinto", sia esso la Chiesa o, più spesso, quello dei nostri criteri. I lontani della Chiesa, quelli che divorziano e abortiscono, il vicino che ci vuol far causa, il figlio che fa quello che vuole, il marito entrato in crisi che non ne vuol più sapere di Dio e dei preti, i parenti, i colleghi, i nemici.
    Ma se sperimentiamo davvero che Gesù ha "disposto" la sua vita perché potessimo vivere come sue pecore, beh allora i nostri occhi si aprirebbero e guarderemmo agli altri in modo diverso. Comincerebbero ad "interessarci", ad essere parte di noi, legati al nostro destino, perché il nostro cuore sarebbe lo stesso di Cristo.
    Smetteremmo di fare, del "recinto" che ci sta gestando per uscire ad amare, come a volte accade nella Chiesa e nelle sue comunità, un muro invalicabile pieno di giudizi e pregiudizi. "Conoscendo Cristo come da Lui siamo conosciuti" sapremo anche noi "esporci" ai pericoli per salvare la vita del prossimo; "disporre" il nostro tempo, gli impegni, il portafoglio, le comodità, per il bene dell'altro; e "deporre" tutto di noi, compreso l'onore e la stima, i criteri e le idee, per uscire con Cristo a "condurre" chiunque ci sia vicino verso il suo amore.
    Attraverso la sua Pasqua fatta carne e vita in noi tutti, potranno "ascoltare" l'annuncio del Vangelo come dalla bocca del "Pastore bello e vero", perché "diventino un solo gregge, un solo pastore". Come ha scritto Silvano Fausti, "nel testo greco non si dice un solo gregge e un solo Pastore con la congiunzione; neppure un solo ovile e un solo Pastore, ma si dice: un solo gregge virgola un solo Pastore. Cosa vuol dire quella virgola? Che Pastore e gregge sono la stessa cosa; non c’è bisogno di una “e” che li congiunga come fossero due cose, non c’è bisogno di metterli insieme perché sono distinti, sono un’unica realtà".
    Le persone che ci sono accanto appartengono già a Cristo, come noi. Hanno solo bisogno della sua Parola che li "conduca", "bella e vera" nella carne della Chiesa inviata sino ai confini della terra. Ciò significa, concretamente, che, con Cristo, nell'altro possiamo ritrovare e riconoscere sempre un fratello, anche quando la ragione, il sentimento, e l'esperienza ci spingono a chiuderci e a lasciar perdere.
    Perché nell'altro vive Cristo, che ha "deposto la sua vita" per lui; per Lui è santo, da Lui è amato, ed è proprio "questo il comando" che Gesù ha "ricevuto dal Padre", amore allo stato purissimo. Nessuno, né noi, né chiunque altro, fosse anche il più grande peccatore, "ha tolto la vita" a Gesù: è Lui che, per amore di tutti, per l'amore del Padre che vibrava in Lui, "ha deposto la sua vita da se stesso" in un sepolcro. Ciò non significa minimizzare i peccati, ma solo far risplendere il suo amore, infinitamente più grande del più grande peccato.
    Per riscattarci dalla menzogna che ci ha ingannato su Dio, doveva apparire questo amore infinito, che si getta tra le braccia assassine senza riserve, prima ancora che si fossero mosse per uccidere. Un amore che ha armato la mano del nemico perché "spurgasse" sino in fondo tutto il male e lo raggiungesse. Gesù si è "esposto" al peccato per poterlo distruggere nel suo amore.
    Questo, infatti, è infinitamente più "potente" del demonio, e per questo Gesù, che è Dio, ha ha avuto il "potere di riprendersi" la sua vita, e con essa, anche quella di ogni uomo "rapito" dal "lupo". Anche tu ed io, come ogni altro uomo; per questo, una volta "ripresi" da Gesù, siamo inviati, ad "esporre" con Lui la nostra vita per "riprenderla" insieme a quella di quanti sono già pescati dalla sua Croce, ma ancora non lo sanno. A far risuonare la "sua voce", perché chi la ascolta cammini insieme a noi nell'unico gregge che si dirige verso il Cielo.




  • IV Domenica di Pasqua. Anno B. Approfondimenti

    Benedetto XVI. Io sono il Buon Pastore



    ARTE E LITURGIA



    RADICI NELL'EBRAISMO




    S. AGOSTINO SUL VANGELO DI QUESTA DOMENICA

    Per bocca del profeta Ezechiele il Signore rimprovera severamente i pastori, e tra l'altro dice loro a proposito delle pecore: Non avete richiamato la pecora sbandata (Ez 34, 4). Dice sbandata e dice pecora. Se quando si sbandava era pecora, di chi ascoltò la voce per sbandarsi? Senza dubbio non si sarebbe sbandata se avesse ascoltato la voce del pastore; ma proprio per questo si è sbandata, per aver ascoltato la voce di un estraneo, di un ladro o di un predone. E' certo che le pecore non ascoltano la voce dei predoni. Dice il Signore: Quelli che sono venuti (e abbiamo capito che intendeva quelli che sono venuti al di fuori di lui) quelli che sono venuti al di fuori di me, estranei a me, sono ladri e predoni, ma le pecore non li hanno ascoltati. Ma, Signore, se le pecore non li hanno ascoltati, come hanno potuto sbandarsi? Se le pecore ascoltano solo te, e tu sei la verità, chiunque ascolta la verità non può certo sbandarsi. Questi invece si sono sbandati e vengono chiamati pecore. Se quando si sbandano non fossero più pecore, il Signore non direbbe per bocca di Ezechiele: Non avete richiamato la pecora sbandata. Come può essere sbandata ed essere pecora? Ha ascoltato la voce di un estraneo? E' certo che le pecore non li hanno ascoltati. Se erano pecore, come mai il Signore dice che le pecore non ascoltano la voce di un estraneo? E se non erano pecore, perché il Signore rimprovera i pastori dicendo loro: Non avete richiamato la pecora sbandata? Disgraziatamente accade anche a coloro che già sono diventati cattolici cristiani e sono fedeli di buone speranze, di cedere alla seduzione dell'errore; cadono nell'errore e poi si ravvedono. Quando hanno ceduto all'errore e si son fatti ribattezzare, oppure quando, dopo aver fatto parte dell'ovile del Signore, sono ricaduti nell'antico errore, erano o non erano pecore? Certamente erano cattolici: e se erano fedeli cattolici, erano pecore. Ma se erano pecore, come hanno potuto ascoltar la voce di un estraneo, dal momento che il Signore dice: le pecore non li hanno ascoltati? Avete avvertito, o fratelli, la profondità di questo problema. Io dico: Il Signore conosce i suoi (2 Tim 2, 19). Dunque il Signore conosce i suoi, cioè le sue pecore. Talora le pecore non conoscono se stesse, ma le conosce il pastore in virtù di questa predestinazione, in virtù della prescienza divina, della elezione delle pecore fatta prima della fondazione del mondo; secondo quanto ancora dice l'Apostolo: in lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo (Ef 1, 4). Ora, secondo questa prescienza e predestinazione di Dio, quante pecore sono fuori e quanti lupi sono dentro l'ovile! quante pecore sono dentro e quanti lupi sono fuori! Perché dico che ci sono molte pecore fuori? Perché molti che ora si abbandonano alla lussuria, diventeranno casti; molti che ora bestemmiano, crederanno in Cristo; molti che si ubriacano, diventeranno sobri; molti che adesso rubano le cose degli altri, saranno pronti a donare le proprie. Con tutto ciò adesso ascoltano la voce di un estraneo, seguono degli estranei. Come pure, molti che oggi dentro l'ovile lodano il Signore, lo bestemmieranno; sono casti e fornicheranno, sono sobri e affogheranno nel vino, stanno in piedi e cadranno. Essi non sono pecore (stiamo parlando dei predestinati, di coloro che il Signore sa che sono suoi). E tuttavia questi, finché pensano rettamente, ascoltano la voce di Cristo. Ecco, questi l'ascoltano, quelli non l'ascoltano. C'è una voce, c'è, dico, una voce del pastore, per cui le pecore non ascoltano gli estranei, e coloro che pecore non sono non ascoltano Cristo. Quale è questa voce? Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo (Mt 10, 22). Chi è di Cristo non trascura questa voce, non l'ascolta l'estraneo. Anche ad un estraneo il Cristo fa sentire la sua voce, invitandolo ad essere fedele a lui sino alla fine, ma l'estraneo, non perseverando sino alla fine, non ascolta la sua voce. Si è accostato al Cristo, ha ascoltato tante e tante parole, tutte vere, tutte giuste; e tra le altre anche queste: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Chi ascolta questa voce è pecora. Ma supponiamo che uno dopo averla ascoltata, abbia perduto la testa, si sia raffreddato, ed abbia ascoltato la voce di un estraneo: se egli è predestinato, si è sbandato temporaneamente, non si è perduto per sempre. Tornerà ad ascoltare ciò che ha trascurato, metterà in pratica ciò che ha ascoltato. Se infatti appartiene al numero dei predestinati, Dio ha conosciuto prima tanto il suo errore che la sua futura conversione; se si è sbandato, ritornerà e di nuovo ascolterà la voce del pastore, e seguirà la voce che dice: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Questa, o fratelli, è una voce buona, vera, è la voce del pastore, è la voce della salvezza che risuona nelle tende dei giusti (cf. Sal 117, 15). Poiché è facile ascoltare Cristo, è facile lodare il Vangelo, è facile applaudire il predicatore; ma perseverare sino alla fine, questo è proprio delle pecore che ascoltano la voce del pastore. Viene la tentazione; ebbene, persevera sino alla fine, poiché la tentazione non durerà sino alla fine. Sino a quale termine dovrai perseverare? Sino al termine del cammino. Finché non ascolti Cristo, egli è nella tua via, cioè in questa vita mortale, un avversario. Ma cosa dice il Vangelo? Mettiti d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui (Mt 5, 25). Hai sentito e hai creduto; ti sei messo d'accordo? Se eri in discordia, mettiti d'accordo. Se ti è stata offerta la possibilità di stare in pace, non riprendere a litigare. Tu non sai quando avrà termine il cammino, ma lui lo sa. Se sei pecora, e persevererai sino alla fine, sarai salvo: per questo i suoi non disprezzano questa voce, mentre gli estranei non l'ascoltano. Vi ho spiegato come ho potuto, secondo quanto egli stesso ci ha concesso, anzi abbiamo affrontato insieme un argomento tanto profondo. Coloro che hanno compreso poco si mantengano in un atteggiamento di religioso rispetto, e sarà loro rivelata la verità; quelli, invece, che hanno compreso, non s'innalzino per superbia, come più veloci, sopra gli altri più lenti, perché innalzandosi non abbiano ad andare fuori strada, e così i più lenti giungano alla meta con maggiore facilità di loro. E che tutti infine ci guidi alla meta colui al quale diciamo: Conducimi, o Signore, sulla tua via, e camminerò nella tua verità (Sal 85, 11).


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    Amen, amen, io vi dico”: fermi tutti, è Dio che parla, con un'autorità che nessun maestro sulla terra ha mai avuto. “In verità, in verità vi dico”, cioè è degno di fede quello che vi dico, è molto importante per ciascuno di voi.

    Attenzione allora a come ascoltiamo, ne va della nostra vita. Innanzi tutto è bene collocarci dalla parte giusta. Gesù “disse questa similitudine” ai farisei. A quelli che non avevano accettato d'essere ciechi, e avevano cacciato fuori il cieco nato guarito da Gesù.

    Ma oggi parla a noi, farisei come loro, pronti a escludere dalla nostra vita l'opera di Dio, in nome dei nostri criteri, religiosi, culturali e politici che siano. Come loro, anche noi “non capiamo che cosa significhi quello che Gesù ci dice”.

    Non è così? Davvero crediamo di aver capito la “similitudine” del pastore? Bene, vediamo allora. E forse scopriremo che, al netto di una comprensione sentimentalistica, non solo non abbiamo capito nulla, ma, anche se capita, ci ritroviamo esattamente come I farisei, incapaci di accettarla.

    Innanzitutto appare un “recinto”. In greco il termine non designa un ovile, ma è usato anche per il Tempio di Gerusalemme, o per la Tenda del Convegno usata durante il tempo dell'esodo nel deserto.

    Gesù, dunque, parla del Tempio. E il contesto nel quale Gesù oggi ci parla, è quello della festa di Hanukka'h, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo Tempio ad opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione di Antioco Epifane.

    I Greci Siriani, promulgarono un decreto che mirava a far "dimenticare la Tua Torà e violare i decreti della Tua volontà" agli Ebrei. I Greci erano dei fans della conoscenza, per questo non importava loro se gli Ebrei apprendevano la saggezza della Torà. Ciò a cui si oppenevano con violenza era l'idea che la Torà provenisse da Dio - "la Tua Torà"...

    Come sempre, la ragione al servizio della superbia e del potere non sopporta che ci sia un Dio al di sopra di lei. Quando non è illuminata dalla fede, la ragione è sempre schiava, e finisce con il trascinare con sé anche il cuore e la carne.

    La storia dell'umanità ce lo racconta: tutte le dittature e tutte le ideologie hanno sempre perseguitato ferocemente i popoli ebraico e cristiano, perché solo chi riconosce Dio al di sopra di tutto è libero. Conosce la propria origine, da dove gli viene la vita, e sa discernere in ogni evento la propria missione.

    Il Tempio di Gerusalemme si ergeva come un segno e un limite di fronte a tutti i popoli e le culture. C'è un solo Dio, e nessun potere, per quanto illuminato, e nessuna cultura, per quanto sviluppata, potevano paragonarsi a Lui.

    Per questa ragione i Greci contaminarono l'olio nel Santo dei Santi, come uno sfregio a Dio, a dimostrare che non aveva potere su di loro. La rivolta ebraica scoppiò quando i Seleucidi, dominatori della Giudea, imposero agli ebrei di abbandonare progressivamente le proprie tradizioni, costringendoli ad adorare gli idoli nel Tempio di Gerusalemme.

    Di fronte al pericolo della perdita della propria identità, gli ebrei si opposero e organizzarono una resistenza che fondava le proprie basi sull'adesione all'educazione ebraica. E Hanukkah, significa anche "educare".

    Gesù, nel mezzo di questa festa, passeggia nel Ttempio, sotto il portico di Salomone. Passeggia come Dio nel paradiso, alla ricerca di Adamo. La sua presenza e le sue parole sono, per ciascuno, un interrogativo: "dove sei?".

    Dove sono le pecore? Dove sei tu? Dove sono io? Chi ci sta educando? Per caso, “da un'altra parte”, diversa dalla “porta” sono “entrati i ladri e i briganti” a profanare l'olio dello Spirito Santo con cui ciascuna pecora è stata unta, obbligando ciascuno di noi a un culto idolatrico, a rinnegare la primogenitura per vivere contro la natura di figli che ci è stata donata nel battesimo?

    Forse abbiamo dimenticato la Parola che abbiamo ricevuto, consegnando il tempio della nostra vita agli idoli e al principe di questo mondo. Non siamo per caso oggi immondi, inadatti al culto, schiavi di chi ci ha rubato identità e dignità?

    Le pecore di cui parla il Signore, infatti, sono quelle molto speciali che si trovavano nel Tempio, nel quale erano allevati gli agnelli per il sacrificio e l'olocausto. Erano agnelli scelti, senza difetto, immagine dei cristiani rinati nelle acque del battesimo, rivestiti di Cristo, l'Agnello di Dio che ha tolto il peccato del mondo.

    Vediamo, nella tua vita oggi tu sei un agnello? Di fronte a tua moglie o a tuo marito, ai figli e ai parenti, offri te stesso oppure reagisci, ti ribelli e cerchi di offrirti gli affetti per saziare la tua fame di piacere e tranquillità? Dinanzi alla malattia, all'umiliazione, alla solitudine, al disprezzo, al fallimento, quali sono le tue reazioni? Di fronte alle ingiustizie patite sul lavoro o a scuola, lotti e cerchi di farti giustizia, oppure “facendo il bene sopporti la sofferenza”? (1 Pt. 2,20).

    Le pecore del “recinto”, infatti, “a questo erano chiamate, poiché anche Cristo patì per loro, lasciando un esempio, perché ne seguissero le orme” (1 Pt. 2,21). Per questo solo Lui è “il Pastore delle pecore – di quelle pecore - che entra per la porta”, la porta della Croce.

    Chiunque, quando si avvicina a noi per parlarci, consigliarci, persuaderci, non entra attraverso la Croce, e' “ladro e un brigante” come Barabba, ci dice menzogne e sofismi, per ingannarci e farci rinnegare Cristo e la sua Croce. E sappiamo che il nemico della Croce è il demonio.

    La cura del “guardiano” era orientata a preparare gli agnelli per il sacrificio. Così è per noi nella Chiesa, che ci nutre e ci ammaestra attraverso i sacramenti e la Parola, perche' cresca in noi la fede sino a divenire adulta, capace cioe' di spingerci ad offrire, senza condizioni, la nostra vita sull'altare preparato ogni giorno in famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque.

    Nel “recinto” cresce e si fortifica la primogenitura degli agnelli di Cristo, allevati all'ombra del Santo dei Santi, illuminati dal suo amore, nutriti della sua misericordia perche', al tempo opportuno, possano essere offerti uniti a Lui per la salvezza di ogni uomo.

    Siamo nati per perdere la vita e amare, come Lui, in Lui, per Lui. Per questo oggi appare Cristo dinanzi a noi, e possiamo riconoscere in Lui la nostra immagine “rubata e distrutta” dai “ladri e dai briganti” che “sono venuti orima di Lui” alla nostra vita.

    Solo “ascoltando la sua voce” possiamo scoprire che la nostra vita ha sempre e solo cercato Lui, carne della nostra carne, ossa delle nostra ossa. E così “fuggire via dagli estranei”, da chi ci inganna interpretandoci I fatti e giudicando le persone con una voce che non ci ha mai dato pace. Sono “estranei”, non hanno il nostro sangue, in loro non scorre quello di Cristo; non lo hanno versato per noi, non ci hanno amato...

    Egli e' Pastore proprio perche' e' Agnello, e conosce cioè cosa significhi vivere come un agnello. Per questo ci può educare: ci conosce “uno ad uno”, le debolezze, le nevrosi, i complessi, anche i peccati. Ed è l'unico che sa riconoscere in noi la primogenitura, al di là delle contraddizioni e degli errori.

    E' Lui che riconsacra il suo tempio, la nostra vita: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.” (1 Pt. 2,24-26).

    E' Lui che ci attira a “seguire le sue orme” che ci conducono a vivere, ogni giorno, lo stesso mistero Pasquale. A “passare” attraverso la “porta” che avevamo sprangato per paura di morire come Lui. Ma è risorto, è vivo, e oggi ci mostra di nuovo le piaghe che ci fanno liberi di “vivere per la giustizia” della Croce.

    Gesù ci attende sulla “porta” di ogni giorno, nel matrimonio, al lavoro, a scuola, sul letto d'ospedale e nelle ore angosciate in cerca di un lavoro, nelle ingiustizie e nei soprusi. Gesù ci attende sulla Croce dove ha già ha steso le braccia per accoglierci e farci una sola cosa con Lui.

    E' Lui, infatti, “la porta” sempre aperta verso la “vita in abbondanza”. Sulla Croce Lui è vivo, e per questo “ci spinge fuori dal recinto”. Lui “cammina innanzi a noi” verso il “pascolo” e la “salvezza". Che cosa ti fa paura? Guarda che proprio quello è il “pascolo” dove puoi sperimentare la vita più forte della morte, e la "salvezza" per te e per i fratelli!

    La vita eterna è “fuori” dal recinto! Non si può vivere sempre dentro, a guardarci narcisisticamente, come ripete Papa Francesco. Nel “recinto” ci prepariamo per salire al sacrificio, perché la nostra vita ha senso solo se è “abbondante”, tanto da offrirla senza misura a chi ne ha bisogno. Siamo chiamati, infatti, ad “entrare” nella morte e “uscirne” vittoriosi, trascinando con noi questa generazione sino al Cielo.

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    Il Vangelo di questa domenica ci annuncia una splendida notizia. Ciascuno di noi è al centro dell'intimità e della perfetta unità tra il Padre e il Figlio. E' vero che tante volte anche noi mormoriamo e ci mettiamo davanti al Signore con lo stesso atteggiamento dei Giudei. Esigiamo che il Signore si manifesti secondo i nostri desideri, secondo le voglie e i problemi del momento. Anzi, lo facciamo responsabile delle nostre sofferenze. In greco infatti invece di "fino a quando ci terrai con l'animo in sospeso" si può leggere anche "fino a quando ci toglierai la vita?". Confessiamo che è proprio quello che tante volte ci ritroviamo a pensare, quando ci sembra che il Signore resti muto di fronte alle nostre angosce. In fondo non è vero, come non era vero per i giudei, che siamo con l'animo in sospeso. La verità è che nel cuore abbiamo deciso ed è chiara ai nostri occhi l'immagine del salvatore di cui abbiamo bisogno. E non ci rendiamo conto che stiamo aspettando e desiderando un mercenario, un estraneo, uno cui di noi non importa nulla.

    Aspettiamo Barabba. Aspettiamo un brigante, l'importante è che ci risolva le cose. Per questo, rieccheggiando le parole dei demoni rivolte a Gesù nei sinottici, ci scandalizziamo del Signore, temiamo che venga a distruggerci, a scompaginare i nostri progetti di vita. Soprattutto, i nostri criteri, il nostro sguardo sul mondo, sulla vita, sugli eventi, sulle persone. Il cristianesimo non è una religione come le altre, alla sua origine ripete il Papa vi è un incontro personale capace di sconvolgere, convertire, cambiare e colmare l'esistenza. Dove si dà questo incontro, e dove esso si approfondisce in una conoscenza che superi la buccia dell'apparenza, necessariamente si da un cambio radicale di mentalità.



    Appare un nuovo discernimento. Per questo Gesù parla di sè come del buon pastore, del pastore bello, del pastore vero. E per questo il contesto è proprio quello della festa di Hanukkàh, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo tempioad opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione di Antioco Epifane. È la hanukkàh (consacrazione), detta in greco enkainía (rinnovazione) (cfr 1 Macc 4, 54-59; 2 Macc 1,8; 2,16; 10,5). In questa festa, secondo i rabbini e la tradizione ebraica, tra i tanti, vi sono due elementi che crediamo essere fondamentali per l'intelligenza delle parole di Gesù:



    "Il decreto promulgato dai Greci Siriani, era di far "dimenticare la Tua Torà e violare i decreti della Tua volontà" agli Ebrei. I Greci adoravano la conoscenza. A loro non importava se gli Ebrei apprendevano la saggezza della Torà. Ciò che obiettavano violentemente era l'idea che la Torà provenisse da Dio - "la Tua Torà"... Per questa ragione i Greci contaminarono l'olio nel Beit Hamikdash". "La radice Hanukkah, da cui derivano Hanukkah e hinnukh (educazione), significa anche "educare".



    La rivolta ebraica scoppiò quando il nemico greco tentò di colpire proprio le radici culturali e religiose del popolo e più precisamente, quando i Seleucidi, dominatori della Giudea, imposero agli ebrei di abbandonare progressivamente le proprie tradizioni, costringendoli ad adorare gli idoli nel Tempio di Gerusalemme. Di fronte al pericolo della perdita della propria identità, gli ebrei si opposero e organizzarono una resistenza che fondava le proprie basi sull'adesione all'educazione ebraica".



    Gesù, nel mezzo di questa festa, passeggia nel tempio, sotto il portico di Salomone. Passeggia come Dio nel paradiso, alla ricerca di Adamo. La sua presenza e le sue parole sono per ciascuno un interrogativo: "dove sei?". E' lui che interroga, e denuda, per questo la reazione è scomposta, e sembra che le domande del Signore ci tolgano la vita. Gesù ci chiede conto della mentalità che guida la nostra vita.



    Siamo sue pecore, oppure siamo sballottate qua e là da qualunque vento di dottrina, afferrate da uno dei tanti Barabba che attentano alle anime? Di fronte all'ingiustizia, alla malattia, all'umiliazione, alla solitudine, al disprezzo, al fallimento, quali sono le nostre reazioni? Con quali occhi, con quale mente, con quale cuore guardiamo oggi alla Croce? Chi ci sta educando? L'olio dello Spirito Santo, quello della sapienza della Croce, non è stato per caso profanato, e oggi giace inutilizzabile e ci troviamo come le vergini stolte, impossibilitate ad entrare al banchetto? Non abbiamo forse dimenticato la Parola che abbiamo ricevuto, consegnando il tempio della nostra vita agli idoli e al principe di questo mondo? Non siamo per caso oggi immondi, inadatti al culto, schiavi di mercenari e ingannatori?



    Se così fosse la parola del Vangelo è proprio per noi, ed è una buona notizia. E' la sua voce, quella per la quale siamo nati, per la quale siamo stati creati. E' il Pastore vero, bello, buono, che ci strappa dall'inganno, che distrugge nella sua morte, la menzogna e l'inganno. E' Lui che riconsacra il suo tempio, la nostra vita. E' Lui che ci attira nella stessa intimità divina, nel Santo dei Santi, il cuore di Dio. E' Lui che si fa nostro condottiero, che torna a guidare le nostre menti e i nostri cuori per i cammini della giustizia, della sapienza crocifissa. E' la sua voce che schiude i nostri occhi sulle sue opere, i segni dell'amore di Dio nella nostra vita. E' la sua voce colma delle sue parole che che ci dona la fede per credere ed ottenere la vita che non muore. E' la sua mano trapassata dai chiodi che ci tiene stretti per l'eternità. Sono stati i nostri peccati a scrivere, a tatuare con il sangue i nostri nomi nelle mani del Signore. E Lui, con il suo sangue, li ha scritti in Cielo, per l'eternità, ed è questa la verità che si fa unica fonte di vera gioia, il pascolo che ci sazia perchè ci dona il perdono eterno.



    E' la conoscenza di Dio in questo amore sperimentato mille volte, la conoscenza della misericordia, che scende sino al fondo più fondo delle nostre esistenze, è questa intimità che ci fa sue pecore, gregge del suo pascolo. La conoscenza crocifissa, che è la stessa sapienza con la quale guardare ogni istante della storia come una nota sullo spartito della sinfonia d'amore che Dio sta eseguendo per tutto il creato. E la nostra vita, il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente, costituiscono così il nuovo tempio riconsacrato per il culto nuovo, quello della Chiesa, quello del Figlio: la lode di una vita perduta per amore. Seguendo il Pastore, insieme al Pastore. Perchè nessuno, nel mondo vada perduto.



  • Sabato della III settimana del Tempo di Pasqua


    αποφθεγμα Apoftegma

    San Paolo ha conosciuto più profondamente di tutti chi sia il Cristo e, 
    dalle cose che sopportò egli stesso, 
    dichiarò come deve essere colui che da Cristo riceve il nome: 
    lo imitò infatti con tanta fedeltà da mostrare riprodotto in sé lo stesso Signore. 
    Al punto che, per la diligentissima imitazione, 
    trasformò talmente la sua anima nel divino modello 
    da non sembrare più Paolo che parlava, 
    ma Cristo, come dice egli stesso: 
    «Dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me», 
    sappiate che «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». 
    Se dunque la bontà del Signore ci ha comunicato 
    il nome più grande e più divino che ci sia, 
    tanto che, chiamandoci cristiani, siamo ornati col nome di Cristo, 
    è necessario che tutti i nomi che lo definiscono si vedano espressi anche in noi, 
    affinché non sembriamo esser falsamente chiamati cristiani, 
    ma ne diamo testimonianza con la vita". 

    San Gregorio di Nissa












    L'ANNUNCIO

    Dal Vangelo secondo Giovanni 6,60-69.

    Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? E' lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio». Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».





    RESTARE CON GESU' ANCHE QUANDO IL GIOCO SI FA DURO

    "Volete andarvene anche voi?". La domanda di Gesù ci interroga oggi con tenerezza e fermezza. Gesù conosceva il destino di solitudine che lo attendeva. Solo, nella passione e sulla Croce, solo, nel sepolcro. Ma proprio quell'estrema solitudine lo ha costituito primogenito di una moltitudine immensa. Dalla sua solitudine è sorta la Chiesa, frutto primaticcio della sua risurrezione. Sì, Gesù è morto solo per risorgere insieme ad ogni uomo, perche' "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). E' la solitudine della Croce che genera la comunione; il dono totale di se' suppone l'essere abbandonati, rifiutati, lasciati soli, poiche' esso avviene sempre quando le strategie umane segnano il passo, quando ogni relazione risulta compromessa. Ci si dona veramente solo quando l'altro non ha piu' nulla da dare, quando tradisce, quando rifiuta. L'amore si rivela autentico e fecondo, gratuito, proprio quando non ha nulla da sperare dall'altro, quando questi sembra perduto. Per questo Gesu' risorto dice alla Maddalena di andare ad annunciare ai suoi fratelli che Egli sarebbe salito al "Padre suo e Padre loroDio suo e Dio loro": il passaggio solitario nella morte aveva misteriosamente condotto nella comunione ormai senza limiti dei figli dello stesso Padre quanti lo avevano tradito e lasciato solo. Come Giuseppe, proprio perche' venduto e abbandonato dai fratelli, ha potuto provvedere alla loro indigenza, stringendosi con essi in una comunione rinnovata, che sorge dal celeste sguardo di fede capace di superare i peccati. Per questo Gesù andava incontro senza indugio al suo destino di solitudine. E scrutava i cuori dei suoi discepoli; non chiedeva loro di rimanere con Lui, sapeva che non l'avrebbero fatto. Illuminava il loro cuore per liberarlo dalla menzogna e dall'inganno. Li preparava per lo stesso suo destino. Seguire il Signore, infatti, e' partecipare della sua solitudine. Ogni apostolo e' chiamato ad offrire la propria vita con Lui, proprio quando il linguaggio della predicazione e della testimonianza si fa duro, impossibile da comprendere. La missione della Chiesa - come quello di un padre, di un amico, di un fidanzato o anche di un coniuge - e' quella di essere sacramento di salvezza, come un'ostia offerta per ogni uomo. La Chiesa e' il corpo di Cristo abbandonato e tradito, lasciato solo nella morte perche' il mondo riceva la vita. "Volete andarvene anche voi?", volete anche voi rifiutare la durezza salutare del linguaggio della Croce, l'unico capace di distruggere la durezza del peccato? Le parole con le quali Gesu' ha annunciato la sua missione di Pane celeste, di unico e vero alimento che risuscita e da' la vita, sono parole dure, difficili da comprendere, perche' è duro il giogo del peccato che imprigiona la carne. I discepoli mormorano e non capiscono perche' la carne soggetta al peccato occulta l'estrema serieta' e tragicita' di un'esistenza lontana da Dio. E' necessario lo Spirito Santo che illumini e liberi la carne; sono necessarie "le parole di Gesù che infondono Spirito e Vita". 



    Restare con Gesù, seguirlo e dimorare con Lui significa dunque accogliere le sue parole che generano la fede, perche' si compiano nella propria vita: "Quest’inquietante provocazione ci risuona nel cuore e attende da ciascuno una risposta personale. Gesu' infatti non si accontenta di un’appartenenza superficiale e formale, non gli e' sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita "al suo pensare e al suo volere". SeguirLo riempie il cuore di gioia e da' senso pieno alla nostra esistenza, ma comporta difficolta' e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente" (Benedetto XVI). Fede e conoscenza dunque, bastioni su cui la noia, le alienazioni, la disperazione si infrangono senza recar danno. Dove andare se davvero abbiamo incontrato Cristo? Per quali sentieri sciogliere la mente se una Parola ci ha donato la vita eterna? Il mondo sbuccia la vita come un carciofo, cerca, ricerca, e non trova nulla. Noi invece, per pura Grazia, abbiamo incontrato una Parola, quella che nessuno ha mai pronunciato, la Parola di Gesu'. A volte può sembrar dura, spesso lo e' davvero, specie quando ci smaschera, e ci ritroviamo cosi' imprigionati dall'orgoglio da non poter credere a un amore cosi' grande che si fa carne da mangiare. Ma e' sempre una Parola di liberta', la misericordia che ci ha colto quando non meritavamo nulla, se non una condanna esemplare, forse oggi, forse ora. Un amore senza limiti capace di ricreare quanto in noi il peccato ha distrutto. Una Parola di vita eterna. Non un articolo di giornale, un'opinione, un proclama; tanto meno una linea politica disegnata per essere smentita dall'arroganza e dagli appetiti della carne. Una semplice Parola capace di incastrarsi nel nostro cuore e farne un prodigio, trasformandolo nel cuore di Cristo. Dove andare, cosa ancora cercare, quali speranza ancora inseguire, se davvero abbiamo ascoltato la sua Parola, se in essa abbiamo conosciuto Cristo, l'unico che ci ama davvero? La vita e' molto meno complicata di quel che crediamo, perche' la vita si risolve in un incontro. La Chiesa e' qui, oggi e sino alla fine del mondo, per offrire a ogni uomo la possibilita' di questo incontro. La nostra stessa vita ci e' donata per incontrare il Signore. Accettando la solitudine in famiglia, al lavoro, nella scuola, la solitudine profonda che ci afferra quando il marito non ci comprende, quando il fidanzato vorrebbe quello che proprio non possiamo e non dobbiamo dare, quando un figlio si intestardisce e non ascolta piu'; accettare la solitudine provocata dalla parola dura di un amore incorruttibile annunciata al prossimo, parola di verita' rifiutata e calpestata: accettare ed entrare in questa solitudine per riscattare proprio chi ci rifiuta e ci abbandona, per riconsegnarlo al Padre. Non vi e' altra missione per noi, essere la carne e il sangue di Cristo per chiunque si affacci alla nostra vita: "noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio", per questo abbiamo in noi la vita che non muore, e con essa possiamo scendere nella solitudine del sepolcro dove giace chi ci e' accanto, per risvegliarlo e riscattarlo, perche' possa riconoscere, con noi, in Dio suo Padre.