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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Sabato della V settimana del Tempo di Quaresima




    αποφθεγμα Apoftegma

    Solo un Dio che ci ama fino 
    a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore,
    soprattutto quello innocente,
    è degno di fede.

    Benedetto XVI, Pasqua 2006








    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Giovanni 11,45-57.

    Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?». Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo.



    IL DOLORE DELL'INNOCENTE ACCOGLIE OGNI NOSTRO DOLORE PER TRASFORMARLO IN UN SEGNO DI VITTORIA 
    La sofferenza degli innocenti, perché? "Non esiste nessun interrogativo più incalzante per gli uomini" (Hans Urs Von Balthasar, Incontrare Cristo). La Quaresima ci ha accompagnato alle soglie di questo mistero, nel quale anche la nostra vita è immersa; come un tesoro che brilla all'aprirsi dello scrigno, il Vangelo di oggi ci annuncia che esiste un perché anche per gli aspetti più bui della nostra esistenza. La profezia con cui Caifa decreta la sua morte, infatti, illuminando il senso della vita e della missione di Gesù ci raggiunge con la stessa luce. Proprio chi insidia la nostra vita e ha deciso di ucciderci, chi ci fa del male gratuitamente, proprio il nemico, è il profeta che illumina di giustizia l'ingiustizia. Le sue parole piene di rancore, invidia, gelosia e odio, l'oltraggio al nostro onore, quelle che ci umiliano nell'insignificanza, proprio quelle parole svelano il senso nascosto nel male che si abbatte su di noi. Il mistero di un amore che si carica del peccato altrui, del male e della morte, per salvare, redimere, risuscitare. "Il mistero, nessun mistero quand'è tale, ossia quando procede dalla trascendenza di Dio che s'incontra con la finitezza dell'intelletto umano, «divarica» la coscienza: o la ragione si rifiuta e cade nell'ateismo cioè nel buio dell'apparente evidenza, e perciò contraddittoria, delle apparenze oppure sale con la fede nell'apertura della Verità incommutabile" (Cornelio Fabro). Le labbra di Caifa dischiudono quest'apertura alla Verità incommutabile. Egli sussurra a Gesù il dovere da cui è afferrata la sua missione. Le parole del Sommo Sacerdote cercano e trovano quell'Uno solo che può salvare il Popolo e i Popoli di ogni tempo. La sua profezia incontra l'ardente desiderio, la "santa concupiscenza" di Gesù di celebrare e compiere la sua Pasqua. L'astuzia politica, mondana, mista a gelosia, rancore, invidia del Sommo Sacerdote secondo la carne, intercettano la mitezza, la misericordia, l'amore dell'unico e autentico Sommo Sacerdote secondo lo Spirito: "A noi occorreva un tale Sommo Sacerdote: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori, elevato sopra i cieli... Cristo, apparso come Sommo Sacerdote dei beni futuri... non mediante il sangue di capri e vitelli, ma in virtù del proprio sangue entrò nel santuario una volta per tutte, ottenendo un riscatto eterno... e purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivo!" (Eb. 7,26. 9,11-14). Il sangue di Gesù era proprio quello che occorreva per riunire i dispersi, perché il Popolo potesse tornare a vivere la propria vocazione, quella per la quale era stato liberato dal giogo del Faraone: servire il Dio vivo! Il sangue di Gesù profetizzato da Caifa, voluto e ottenuto da Caifa. E' il male stesso infatti che grida al bene di distruggerlo! E' il nemico che, uccidendo, implora inconsciamente alla sua vittima la grazia del perdono. Il male può solo lanciarsi verso la propria distruzione. Ma ha come bisogno di una roccia, di una barriera su cui infrangersi. E la trova in Cristo. Lo descrive magistralmente Peguy: "Ha ben saputo quel che faceva quel giorno, mio figlio che li ama tanto. Quando ha messo questa barriera fra loro e me. Padre nostro che sei nei cieli, queste tre o quattro parole. Questa barriera che la mia collera e forse la mia giustizia non supereranno mai. Beato chi s’addormenta sotto la protezione dei bastioni di queste tre o quattro parole" (C. Peguy, Il mistero dei santi innocenti). Un solo Figlio perché tutti tornino ad essere figli. Per questo, nelle parole di Caifa risplende l'ultima profezia, che riannoda il filo di tutte le altre e annuncia il compimento della Storia della Salvezza. Ma i farisei e i sommi sacerdoti non avevano capito nulla, non avevano considerato bene i fatti: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Il testo originale greco ci aiuta a comprendere: "non conoscevano e non calcolavano" che proprio i segni compiuti da Gesù lo stavano consegnando alle loro mani per salvare la Nazione. Non entravano in relazione (conoscevano) con quegli accadimenti al punto di tradurli in una volontà che si facesse azione concreta (considerare). "Conoscere", così come "considerare", "stimare", per un ebreo non è mai qualcosa di semplicemente intellettuale; ogni attività del pensiero è strettamente legata all'agire. In Dio parlare significa compiere. Caifa rimprovera i farisei e gli altri sacerdoti di non saper leggere gli avvenimenti per tradurli in un progetto e compierlo. Non sanno interpretare i segni per escogitare un piano di salvezza per la Nazione. Può sembrare scandaloso, ma Caifa ha parlato in nome di Dio, ha reso presente la verità divina e ha indicato il cammino da seguire. Ed è esattamente quello che i due verbi greci che compaiono nel testo significano. Nella profezia di Isaia "il Servo di Dio fu considerato (annoverato) fra i malfattori" (Is. 53,12), dove, nella traduzione greca dei LXX è usato lo stesso verbo pronunciato da Caifa. In questo passivo vi è la volontà di Dio, il "disegno", il "calcolo" di Dio che colpiva il Servo al posto nostro, per i nostri peccati! Dio aveva considerato bene di far ricadere su uno solo il peccato di molti: "Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti... ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori. (Is. 53). Ed è quanto, nel vangelo di Luca, Gesù annuncia circa la sua missione: "Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori" (Lc. 22,37). Così, quando appare Caifa nella nostra vita, occorre prestare ascolto alle sue parole. Sono la profezia che ci indica la verità divina e ci indica il cammino da seguire. Quando sull'orizzonte della nostra storia si profila l'ingiustizia e il nemico si muove contro di noi, è il momento di ascoltare la Parola di Dio racchiusa in questi avvenimenti, pur rimanendo parola umana nell'assurdo di un nemico che la incarna. Ma è una Parola che si appoggia alla nostra fede e ci invita a guardare a quello che ci attende: nell'onda che ci viene incontro per travolgerci è sigillato il tesoro più prezioso, l'amore infinito di Dio che attende di farsi carne in noi per la salvezza di ogni uomo. Dobbiamo ammettere di non aver capito nulla e di non aver considerato la nostra esistenza. Non conosciamo e non accogliamo la storia che Dio ci dona, non calcoliamo le occasioni che essa ci offre. Ma deve compiersi in noi la stessa parola che ha dovuto compiersi in Gesù. Siamo frutto del suo riscatto, ogni nostra cellula, ogni nostro istante, tutto di noi è stato ed è bagnato dal suo sangue benedetto. Dispersi nei peccati, dissipati nei vizi, con le vite prive di senso, siamo stati riscattati dal suo amore, dalla sua vita offerta per tutti noi. Morire per – hypér, è questo il senso primo ed ultimo della nostra vita, il valore che la sostiene e la rende feconda; calcolare, considerare, riconoscere negli eventi che ci contrastano, nelle ingiustizie, nel volto del nemico, nel male che ci coinvolge, la volontà di Dio preparata perché la nostra vita dia frutto. Il dolore innocente che scaturisce dalla banalità del male, trova nelle parole del Sommo Sacerdote il senso nascosto che solo la fede è capace di decifrare. La fede che nasce dall'esperienza, nella propria vita, del senso che ha avuto il sacrificio di Gesù, l'innocente che ha attirato su di sé il castigo diretto a noi colpevoli: "Ecco cosa ha raccontato loro mio figlio. Mio figlio ha svelato loro il segreto del giudizio stesso. E adesso ecco come mi sembrano; ecco come li vedo; Ecco come sono obbligato a vederli... E davanti allo sguardo della mia collera e davanti allo sguardo della mia giustizia. Si sono tutti nascosti dietro di lui (C. Peguy, Il mistero dei santi innocenti). Ci siamo nascosti dietro le braccia distese del Figlio crocifisso, e da lì dietro, abbiamo incontrato lo sguardo misericordioso del Padre. Questa esperienza ci conduce a conoscere e a calcolare secondo Dio, con il suo stesso sguardo ogni evento, e a diventare, uniti a Cristo, un segno del suo amore infinito: "È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme... dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore ma ora siete tornati al pastore, e guardiano delle vostre anime" (1 Pt. 2, 21-25). Nell'offerta di Cristo, nella sua consegna per tutti gli uomini, nel compimento misterioso di questo amore attraverso i secoli nei martiri noti e sconosciuti, nelle piaghe della Chiesa Corpo di Cristo che si carica con il peccato del mondo, nell'interminabile teoria dei piccoli fratelli e discepoli di Gesù che, silenziosamente, recano impresse le stigmate del Servo di Yahwè, ogni dolore innocente ritrova il suo senso. Nell'innocenza del Figlio consegnato alla morte, ogni sangue innocente diviene il tesoro più prezioso che vi sia su questa terra. In esso è racchiuso il sangue di Cristo, che, con ogni innocente, porta sulle spalle e nella carne il peccato delle generazioni, per condurre ogni uomo al Cielo. "Che mistero la sofferenza di tanti innocenti che portano su di sé il peccato di altri, l’incesto, una violenza inaudita; quella fila di donne e bambini nudi verso la camera a gas, e quel dolore profondo di uno dei guardiani che dentro al suo cuore sentiva una voce: mettiti nella fila, e va con loro alla morte; e non sapeva da dove gli veniva… Dicono che dopo l’orrore di Auschwitz non si può più credere in Dio. No! Non è vero, Dio si è fatto uomo per prendersi Lui la sofferenza di tutti gli innocenti. È Lui l’innocente totale, l’agnello condotto al macello senza aprire bocca, colui che porta su di sé i peccati di tutti" (Kiko Arguello).





    APPROFONDIMENTI




  • Venerdì della V settimana del Tempo di Quaresima



    αποφθεγμα Apoftegma

    Uno solo si immerse,
    ma elevò tutti con sé; 

    uno solo discese nell’acqua,
    perché tutti ascendessimo in Cielo, 

    uno solo prese su di sé i peccati di tutti, 
    perché in Lui fossero mondati i peccati di tutti.

    S. Ambrogio



    QUI UN COMMENTO APPROFONDITO







    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 31-42

    I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei? Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre». Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui. 



    PRECIPITATI NELL'ORGOGLIO POSSIAMO RISALIRE CON CRISTO NEL CIELO DEI FIGLI DI DIO 

    C'è un "luogo" dove "credere" in Gesù, perché in esso vi "si ferma", e lo si può incontrare e conoscere l'annuncio, la predicazione, l'evangelizzazioneE' il "luogo dove prima Giovanni battezzava", dove il fiume Giordano sta per gettarsi nel Mar Morto, il punto più basso della superficie terrestre, il luogo dell'annientamento di Gesù. Qui il Signore si è umiliato sino a discendere al luogo del nostro cuore più lontano dal Cielo e da Dio, per aprirlo all'ascolto, annunciare la Parola di Vita e far risplendere la compiacenza del Padre in ciascun uomo. Il contrario assoluto dei luoghi dove prospera il clericalismo, dove pontificano ipocritamente gli pseudo-religiosi, i legalisti, i moralisti, quelli che, in nome della "vostra Legge", lasciano fuori Cristo nei piccoli, nei poveri, nei peccatori. Cioè noi, a casa e ovunque. Ma Dio si è fatto come me e come te per annullare la distanza che ci separava da Lui: il demonio vuol rovesciare la volontà di Dio e spingere perversamente l'uomo a recitare il ruolo di protagonista riservato a Dio. La frustrazione che sperimenta chi crede all'inganno del demonio, arma i cuori e le mani per uccidere la falsa immagine di Dio che esso ha presentato; ma così, finisce per distruggere se stesso nell'inferno dell'alienazione, e diventa incapace di vivere la storia con pace e gratitudine. Non sono le opere, i miracoli a decretare, in ultima istanza, la sua morte. Le pietre sono preparate per la sua parola blasfema: "Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare" (Lv. 24,16). I giudei, come ciascuno di noi, guardando e sperimentando le opere non sanno riconoscerne l'autore, e lo scambiano per un bestemmiatore, perché la nostra vita di oggi, in fondo, è una bestemmia: la sofferenza, il fallimento, queste ore qui rinchiuse nello sconforto, sono una parola blasfema: Dio non può volere e permettere tutto quanto mi accade. E chi dice che nella mia storia stia operando Dio facendone un segno del suo amore è un bestemmiatore. Chi mi dice che sono figlio di Dio in questo matrimonio, nella malattia e nella depressione, merita la morte. E così uccidiamo i profeti per togliere di mezzo Cristo.

    Ebbene, Gesù ha assunto su di sé il dolore del nostro rifiuto, la durezza dei cuori di fronte alle opere belle del suo amore. Al punto di ridiscendere alla fonte della sua missione per ritrovare in essa vigore e forza per l'opera decisiva, la Passione di amore che lo condurrà sulla Croce. E' il cammino che indica a ciascuno di noi per combattere la falsa illusione delle apparenze, l'atrofia dell'intelligenza che non vuole andare oltre e rischiare per abbandonarsi a un amore più grande di quello di cui noi siamo capaci. Gesù oggi ci indica il percorso dell'umiltà, discendere ancora una volta i gradini del battesimo, immergere ancora una volta nell'acqua che ci ha rigenerato l'uomo vecchio per annegarlo con le sue passioni. Passare dalla memoria al memoriale, dal ricordo che schiaccia il presente sui nostri criteri avvelenando il futuro, alla libertà che accoglie la storia d'amore di Dio con ciascuno di noi, perché le sue "opere" si facciano contemporanee del momento che siamo chiamati a vivere e si compiano ancora. Sono esse a mostrarci il volto del Padre; la loro dimenticanza, il filtro della nostra povera ragione ad interpretarle come pura casualità, chiude le porte al potere di Dio. Per essere liberati da questo "carcere", occorre imparare ad ascoltare, come il Padre ha invitato tutti a fare quando Gesù è riemerso dalle acque del battesimo: "Questi è il mio Figlio nel quale mi sono compiaciuto: Ascoltatelo!". L'ascolto ci apre alla Parola che ha il potere di ricrearci, qualunque sia la nostra situazione; l'ascolto è la nostra salvezza perché ci dona la fede capace di plasmarci sino a renderci figli di Dio. Solo ascoltando potremo uscire dallo scandalo dell'orgoglio incapace di credere all'incarnazione di Dio nella nostra vita. Solo gli occhi della fede sanno discernere le sembianze divine attraverso la luce che filtra, spesso impercettibilmente, dalle ferite dei peccati, delle debolezze, degli errori nostri e dei fratelli. "La Scrittura non può essere annullata": essa "ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio", ovvero ciascuno di noi raggiunti dalla stoltezza della predicazione, così potente da risuscitarci come figli di Dio che guardano ogni evento e ogni fratello dalla destra del Padre dove Cristo ci vuole condurre. Solo attraverso il suo ascolto potremo camminare sui sentieri della conversione autentica, che non è macerarsi e sforzarsi di compiere opere impossibili alla carne per "divenire come Dio", ma accogliere la Parola di DioSolo alla sua luce potremo entrare, con fiducia e speranza, nella storia che quotidianamente si presenta dinanzi, discernendo in essa "il luogo" dove Gesù è, e dove anche ciascuno di noi può essere.


    “La salvezza è nel ricordo”

    Baal Shem Tov
    (Israel ben Eliezerfondatore del movimento ebraico del Chassidismo moderno:
    l'appellativo Baal Shem Tov significa Maestro del nome di Dio.)




    QUI UN ALTRO COMMENTO E MOLTI APPROFONDIMENTI INTERESSANTI





  • Giovedì della V settimana del Tempo di Quaresima



    αποφθεγμα Apoftegma

    L’espressione "vita eterna" non significa 
    la vita che viene dopo la morte,
    mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna.
    "Vita eterna" significa la vita stessa, 
    la vita vera,
    che può essere vissuta anche nel tempo
    e che poi non viene più contestata dalla morte fisica.
    È ciò che interessa: 
    abbracciare già fin d’ora la "vita"
    la vita vera,
    che non può più essere distrutta da niente e da nessuno.

    J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, volume II









    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Giovanni 8,51-59

    In quel tempo, disse Gesù ai Giudei: “In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte”.
    Gli dissero i Giudei: “Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: ‘‘Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte’’. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?”.
    Rispose Gesù: “Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ‘‘È nostro Dio!’’, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò”.
    Gli dissero allora i Giudei: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono”.
    Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.



    SUL GOLGOTA PER VEDERE IL GIORNO DI CRISTO RISORTO NELLA NOSTRA VITA 

    Il sacrificio di Isacco
    in un'antica pergamena islamica
    "Non vedere mai la morte", magari... Magari non vederla in questo cancro, che invece me la ricorda ogni istante. Ci provo a distrarmi, a fare come se non ci fosse, ma come un torrente carsico, sotto l'apparenza è una morsa che mi stringe cuore e carne. Un po' come quando, da ragazzi, avevamo un esame all'orizzonte. Facevi quel che facevi, il pensiero era sempre fisso là, al giorno dell'esame, e ogni ora che passava era una condanna inesorabile alla tua pigrizia, mentre l'angoscia incalzava inducendoti a disperare di farcela a darlo quel maledetto esame... Magari "non vedere più la morte" nel rapporto con mio padre, dopo tanti anni ancora così difficile. Magari non vederla in questo ennesimo giorno da disoccupato; mi alzo, mi guardo allo specchio e comincio veramente a disprezzarmi: butto i giorni senza uno straccio di lavoro; e continuo a deludere la mia fidanzata, ma come faccio a pensare di sposarmi in queste condizioni? Davvero vorresti fare l'esperienza di "non vedere mai più la morte" nella tua vita? Allora ascolta oggi il Signore: "Chi custodisce la mia Parola non vedrà mai la morte". Ecco il modo per vedere la vita di Cristo, quella che non finisce, dentro la propria vita. Vita nel cancro, che significa pace, tempo, parole e dolori da offrire, e pienezza di vita e di amore dove il mondo e la carne vedono vuoto e angoscia. Vita nella disoccupazione, che significa fede e speranza che Dio provvede alla propria vita, che discerne nella precarietà il deserto per imparare che la vita viene da Lui, e dalle sue Parole; un tempo per affidarci a Dio e sperimentare che Lui esiste, e non ci abbandona e così fondare il proprio matrimonio sulla roccia di questa esperienza. Ma come si fa a "custodire la Parola" di Gesù? Come Abramo. Anche lui vedeva solo morte: non aveva un figlio a cui donare se stesso in eredità, non aveva una terra a cui consegnare il proprio corpo per il riposo. Ma proprio qui la Parola di Dio è scesa dal Cielo come una chiamata trasformando quell'al di là di morte che lo attendeva in un futuro colmo di vita. Qui Abramo ha cominciato a "vedere il giorno di Gesù", che è appunto "vedere la vita" in ogni giorno: giunto a Canaan, la terra che Dio gli aveva promesso, stringeva tra le braccia Isacco, la vita scaturita dalla sua carne morta. Eppure non era ancora questo il giorno di Gesù nel quale rallegrarsi. Ad Abramo mancava qualcosa, come a ciascuno di noi. Abbiamo sperimentato il suo amore che, perdonando i peccati, ha ridato vita a molte cose di noi. Ma ancora non basta per "non vedere più la morte". 


    Chagall. Il sacrificio di Isacco

    Come ad Abramo, ci manca l'esperienza decisiva dell'amore pieno e incondizionato, frutto della notte oscura della fede, la più dura, l'unica nella quale si può "vedere" la luce della Pasqua che cancella per sempre la morte nel giorno eterno del Messia Gesù. La notte del Moria, nella quale Dio ha condotto Abramo quando gli ha chiesto di sacrificare Isacco. Mamma mia che crudeltà... Può Dio chiedere una cosa del genere? "Chi si crede di essere?" potremmo dire, come i giudei fecero con Gesù. E lo chiediamo eccome, e per questo vediamo ancora morte nella nostra vita. Ma coraggio, proprio oggi e in questi giorni che ci separano dalla Pasqua, possiamo fare la stessa esperienza di Abramo, e "vedere il giorno di Gesù”. Appoggiamoci alla Chiesa, confessiamo la nostra superbia, e cominciamo ad obbedire, a salire il Moria dove offrire a Dio il nostro Isacco. Tu sai che cos'è. Forse la tua speranza di guarire, o il desiderio di trovare lavoro. Prendi quello che ami, a cui tieni di più, che desideri più intensamente, e deponilo sull'altare. Lascia a Dio la tua vita "custodendo" la sua promessa che non vedrai più la morte. Perché così accadrà, come ha sperimentato Abramo, che ha imparato a “sorvegliare, proteggere, amare” la Parola e per questo ha riavuto Isacco. Quella relazione nuova e libera purificava il suo sguardo per vedere l'amore di Dio e non più la morte della paura, della gelosia, dell'affetto morboso. Dopo l’intervento dell’angelo, infatti, Abramo, secondo il Targum, ha chiamato quel luogo: "Qui il Signore fu visto". Al culmine dell'angoscia Abramo ha visto che "Dio è favorevole", ha visto il giorno di Cristo in quel giorno che doveva essere di morte. Ma era Abramo, per me è impossibile... Sì, è impossibile ma non a Dio che lo rende possibile nella sua Chiesa. In essa possiamo ascoltare e "custodire" la sua Parola che illumina i fatti e, chiamandoci, ci indica come e dove offrirci alla sua volontà. Mentre nelle celebrazioni facciamo memoria dell'amore che Dio ha sempre ha avuto per noi, e con la forza dei sacramenti possiamo balbettare il desiderio di obbedire, possiamo a poco a poco abbandonarci alla sua fedeltà. "Prima che Abramo fosse", infatti, prima del nostro matrimonio, dei figli, del lavoro, del nostro carattere e dei nostri difetti, del nostro corpo, "prima" ancora che peccassimo e di subire quell'ingiustizia, Gesù è "Io sono", ovvero amore incondizionato per ciascuno di noi. E se ci ha amato "prima" non ci amerà ora, e domani, e sempre, donandoci la sua vita immortale proprio dove e quando la morte ci fa più paura?



    QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI DOVE SCOPRIRE LE RICCHEZZE DEL SUO CONTESTO EBRAICO