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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Martedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario



    αποφθεγμα Apoftegma

    Se mi accade di pensare o dire una cosa che piaccia alle mie sorelle, 
    trovo del tutto naturale che se ne impadroniscano come di una loro proprietà. 
    Questo pensiero appartiene allo Spirito Santo e non a me, 
    poiché san Paolo dice che non possiamo, 
    senza quello Spirito di amore, 
    chiamare «Padre» il Padre nostro che è nei Cieli. 
    È perciò ben libero di servirsi di me per dare un buon pensiero a un'anima; 
    se stimassi che quel pensiero fosse mio, 
    sarei come «l'asino che portava le reliquie», 
    il quale credeva che gli omaggi resi ai santi fossero rivolti a lui. 

    S. Teresa di Lisieux, Storia di un'anima






    ALTRI COMMENTI










    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Luca 17, 7-10

    In quel tempo, Gesù disse:
    «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
    Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"».






    RICREATI NELL'AMORE GRATUITO DI DIO POSSIAMO SERVIRE IL PROSSIMO SENZA ALTRO GUADAGNO E INTERESSE CHE LA SUA SALVEZZA 


    Gesù è l'unico servo realmente disinteressato. Dopo aver "arato e pascolato il gregge" dalla Galilea a Gerusalemme "facendo quanto doveva fare", sulla Croce ha compiuto l'opera che il Padre gli aveva "ordinato": con le vesti "rimboccate" sino ad essergli strappate di dosso, "serviva" al Padre il banchetto più buono, la vita perdonata e riscattata di ogni uomo, anche quella di ciascuno di noi. Strappati così a un'esistenza "inutile" e meschina per appartenere a Cristo, possiamo donarci gratuitamente come Lui, senza "utili", secondo il significato del termine greco tradotto con "inutili". E' pur certo che senza di Lui non possiamo fare nulla, "puro impedimento" come diceva S. Ignazio di Loyola. Ma proprio per questo ogni "servizio" autentico è naturalmente gratuito: è di Cristo, non ci appartiene! Scelti dal popolo come i leviti, non abbiamo dunque altro guadagno che Lui, rivelando profeticamente nella nostra vita offerta per amore il destino celeste che attende ogni uomo: "il Signore è mia parte di eredità e mio calice" (Sal. 16). Siamo chiamati ad "arare" la terra di tutti con l'annuncio del Vangelo e una vita donata sulla croce, perché il Signore vi deponga il seme della sua vita immortale; a "pascolare il gregge" che ci è affidato, a condurre la famiglia, gli amici, i colleghi a nutrirsi dell'amore di Cristo, senza cercare in loro il nostro profitto; ma, con semplicità, obbediamo alla volontà del Padre sino al sacrificio della vita. Così, i discepoli muoiono ogni giorno per cause di servizio, costellando la storia di morti bianche per le quali nessuno si indigna, il martirio che semina, silenziosamente e nascostamente, la salvezza nella storia. E', infatti, nella notte oscura della fede, di qualsiasi "utile" per la carne e per lo spirito, che il servo vive il culmine della sua chiamata. Santa Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce, Santa Teresa di Lisieux, la Beata Teresa di Calcutta, hanno vissuto lunghi anni nell'aridità totale. Innescati da una fiamma d'amore che ne ha sconvolto l'esistenza, hanno poi trascorso il resto della vita nel "servizio" autentico, purificato da ogni passione, sensibilità, desiderio. 

    Allo stesso modo, nella Chiesa, attraverso l'iniziazione cristiana, anche in noi lo scalpello di Dio dà compimento alla sua opera, intagliando l'autenticità proprio quando tutto ci sembra assurdo e fallimentare. Allora le cose fatte senza alcun gusto divengono i sacrifici perfetti e di soave odore, la quotidianità intrisa di aridità e dubbi e angosce è trasfigurata nel servizio puro e innocente che profuma di Paradiso. E' questa vita "inutile", che sembra non recare alcun guadagno né a noi né al prossimo, derisa e sottoposta alla tentazione di essere cambiata, il "servizio" al quale siamo chiamati, perché proprio in essa il Signore realizza il suo stesso mistero di salvezza. Mentre scendeva nella tomba, infatti, dopo essere stato deriso e aver perduto ogni guadagno umano, anche il minimo sguardo di compassione e tenerezza, Egli ci stava salvando distruggendo nella sua carne l'opera del demonio. Sulla Croce inchiodava la concupiscenza, nel sepolcro seppelliva l'avidità arrogante, con la resurrezione liberava la carne trasfigurata al dono oltre i limiti imposti dalla ricerca di consenso e affetto: così, riproducendo in noi il Mistero Pasquale di suo Figlio, il Padre ci fa figli liberi di amare gratuitamente, perché colmi dell'infinito suo amore, più forte del demonio, della carne e del mondo, capace di vincere la morte dell'indifferenza. E' ciò che aveva scoperto il Card. Van Thuan nel carcere dove nulla ormai poteva fare, spogliati di tutto possiamo servire Dio e non le sue opere: "Una notte, dal profondo del mio cuore ho sentito una voce che mi suggeriva: «Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare... tutto questo è un' opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te; lui affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!». E Cristo, sconvolgendo ogni criterio, quando "torneremo dal campo" della vita, feriti ed esausti, ci farà sedere alla sua mensa e passerà a servirci. 




    Fucilazione di un sacerdote in Messico







    Siamo stati comprati a caro prezzo. Il Sangue di Cristo ci ha strappato da una vita inutile e meschina per trasferirci nel suo Regno. Già ora, già oggi. Ci ha riscattati perché gli appartenessimo come il suo tesoro più prezioso. Per questo la nostra vita può donarsi gratuitamente. Senza "utili", senza altro guadagno che Lui. E ci pare poco? E' Lui la nostra ricompensa: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice, nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, la mia eredità è magnifica" (Sal. 16). Così ogni cosa è trasfigurata, liberata dai pesi del possesso e dei compromessi; ogni uomo diviene oggetto delle nostre attenzioni, dell'oblazione gratuita della nostra vita, perchè in lui non si cerca più un utile, sparisce dall'orizzonte l'interesse. Chi, come i leviti, non ha una terra è libero per dedicarsi al servizio del santuario: giorno e notte la sua vita è presa dal servizio, perché il Signore è la sua ricompensa, la sua terra, non deve preoccuparsi di null'altro; serve senza cercare nulla, come Marta ai piedi di Gesù ha scelto la parte buona, che nessuno potrà mai sottrarle. 

    Il Signore è colui che dà senso e sostanza alla sua vita, ed ogni istante è un luogo delizioso colmo della sua presenza dove offrirsi a Lui incontrato nelle persone e negli eventi. Così il levita è un segno per Israele, come, a loro volta, Israele e la Chiesa lo sono per le Nazioni: una profezia del Cielo che si rivela e si compie nel servizio "inutile"senza utile, gratuito, perché la vera ricompensa è nei Cieli. Poveri, senza patria, i cristiani servono ogni uomo nella precarietà che spera nella provvidenza, primizia della ricompensa celeste. E' questo il senso delle Parole del Signore secondo il testo greco. Inutili è proprio senza "utile", e non senza utilità come normalmente comprendiamo seguendo l'interpretazione della traduzione latina della "Vulgata". E' pur certo che siamo nulla, e che senza di Lui non possiamo fare niente. "Puro impedimento" come diceva S. Ignazio di Loyola. Ma anche la consapevolezza della nostra povertà, dell'estrema debolezza che caratterizza ogni nostra azione è una porta che dischiude sull'abbandono totale alla sua potenza. E' Lui che opera tutto in noi, e per questo qualsiasi pensiero, azione, in famiglia come nella Chiesa, al lavoro come a scuola, è naturalmente gratuito: non ci appartiene, è suo! 

    La castità ad esempio, è il segno della gratuità, dell'amore autentico, il dono che non ricerca utili per se stesso. La castità pre-matrimoniale e poi matrimoniale è la cifra di un amore che guarda al bene dell'altro, purificato dalla soddisfazione di se stesso, e non rende l'altro un oggetto da utilizzare. E' casto chi ha il Signore come sua eredità, ed ogni atto che concerne la sessualità diviene un servizio del santuario di Dio che è l'altro, un'apertura costante alla vita che in esso è custodita, la presenza stessa di Dio nel Santo dei Santi che il partner custodisce nel suo intimo. 

    La castità è la realizzazione di un amore autentico che rispetta e serve il bene e la libertà dell'altro; è l'amore che fa quello che deve fare, ciò che risponde autenticamente alla natura dell'uomo, persona creata ad immagine e somiglianza di Dio, che è puro amore e dono senza riserve: "Uomo e donna, nel mistero della creazione, sono un reciproco dono... E l’uomo vi riscoprirà continuamente se stesso come custode del mistero del soggetto, cioè della libertà del dono, così da difenderla da qualsiasi riduzione a posizioni di puro oggetto. Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno. L’uomo appare nel mondo visibile come la più alta espressione del dono divino, perché porta in sé l’interiore dimensione del dono" (Giovanni Paolo II, Catechesi del 20 febbraio 1980). 

    Quanto scritto dal Beato Giovanni Paolo II è valido per ogni relazione umana, chiamata ad essere casta perché a servizio del bene dell'altro, orientata al dono, alla gratuità. Per questo in un altro momento il Signore ci ammonisce a non invitare a pranzo quanti hanno di che ricambiare, accogliere parenti, amici, colleghi come poveri, per amore, senza doppi fini, gratuitamente. Siamo chiamati a fare quanto Dio ha preparato per noi, ad essere sua immagine, perfetti come il Padre nostro. Un figlio fa quello che deve fare non per obbligo ma per la natura che lo rende somigliante ai genitori: ha gli occhi di suo padre o di sua madre, il modo di camminare, spesso proprio il loro stesso carattere e il loro modo di fare; ha assorbito ciò che ha visto dalla nascita, custodisce il Dna inconfondibile. 

    Così, se siamo figli di Dio gli assomiglieremo: a poco a poco, nel cammino di fede che dura tutta la vita, saremo conformati alla sua immagine che è stata seminata in noi: in Lui ameremo come Lui, anche il nemico, dal quale non solo non ci aspettiamo gratitudine, ma, al contrario, attendiamo insulti, rancore, odio e gelosia, e forse anche la morte: "amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste... Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt, 5, 33 ss.). Gesù deve andare a Gerusalemme, per offrire se stesso è giunto all'ora della Passione. Gesù deve fare quello che che gli è stato ordinato, deve compiere l'opera per la quale è stato inviato. E' proprio questo il senso ultimo delle parole di Gesù: il servo non fa altro che quello che deve fare, servire, sino al sacrificio della vita.   

    Siamo dunque figli nel Figlio, servi nel Servo: apparteniamo interamente al nostro Signore. Ogni istante ed ogni opera sono da Lui, per Lui e in Lui. Servi che vivono in una specialissima intimità con Cristo. Scriveva Elisabetta della Trinità: "Vorrei dire a tutte le anime quali sorgenti di forza, di pace e anche di felicità troverebbero se provassero a vivere in questa intimità con Dio. Egli è l’Amore, e vuole che noi viviamo in sua compagnia". Eseguire gli ordini di un Signore che ha donato tutto se stesso per i suoi servi vuol dire pace, gioia, libertà, vita piena. E Lui i suoi servi li chiama amici, attratti nella sua intimità, oggetto delle sue più intime confidenze. Amici ai quali consegna, come perle preziose, le parole udite dal Padre. Parole come gocce di Grazia a suscitare in noi il volere e l'operare secondo la volontà di Dio. Gli ordini del Signore che danno luce agli occhi e pace al cuore, sono le stesse parole del Padre che ci fanno liberi di donarci. Servi nel Servo per vivere nell'obbedienza imparata, con il Signore, attraverso la Croce e le sofferenze di ogni giorno. L'obbedienza che, istante dopo istante, ci salva,e ci fa essere quello che Dio ha pensato per noi. Senza aspettare o sperare ricompense in questo mondo. 

    Sulla terra si tratta di perdere la vita, seguire il Signore per servirlo, per essere eternamente laddove Lui è. Il Vangelo di oggi ci invita a guardare al Cielo, alla corona che ci aspetta dopo aver lottato e combattuto la buona battaglia che dà morte a ciò che appartiene alla terra: "impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (Col. 3,5-6)Fare tutto pensando alle cose di lassù ci fa gustare la libertà dell'uomo nuovo ricreato in Cristo, rivestiti della carità; la libertà che, sola, può farci vivere intensamente le cose della terra. Intensamente perché autenticamente, come occasioni per donare e servire, sperando solo il riscatto di ogni uomo. "E’ vero che noi siamo cittadini di un'altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d'ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena" (Benedetto XVI,Udienza del 27 aprile 2011).

    In questo contesto si comprende anche la missione della Chiesa, chiamata a servire l'umanità, senza nulla sperare se non lo stesso destino del suo Signore: persecuzione, croce e morte. Tutto il resto è pura menzogna: al di fuori della Croce non abbiamo su questa terra dove reclinare il capo; consolazioni, successi, prestigio, ricompense non si coniugano con l'amare. La Chiesa è mossa dalla carità di Cristo che urge e spinge sino ai confini della terra, senza sperare alcun utile. La Chiesa è la serva inutile come Cristo, l'unico servo realmente disinteressato, che lava i piedi di coloro che - e lo sapeva - lo avrebbero tradito e abbandonato. Laddove la Chiesa è libera di chinarsi e lavare i piedi gratuitamente, quando fissa il Cielo ove riportare i figli dispersi, può annunciare la Verità, perché questa sarà sempre intrisa di misericordia, senza i compromessi che le servano quale salvacondotto per le coscienze e passaporto per essere accolta e legittimata nel mondo. 

    Nella Chiesa siamo tutti chiamati ad essere servi che fanno quello che devono fare, la parte assegnata dalla provvidenza, secondo l'azione dello Spirito Santo. Chi pastore, chi madre, chi padre, chi sul letto del dolore, chi nella vedovanza, chi nella verginità o nei mille altri modi escogitati dalla fantasia di Dio colma di zelo per ogni anima. Ciascuno servo libero e autentico, che vive controcorrente, segno di contraddizione e per questo di salvezza, incarnazione dell'agape riversata nel suo cuore. I discepoli che lavano i piedi ai nemici muoiono ogni giorno "per cause di servizio". Costellano la storia di "morti bianche" per le quali nessuno si indigna, il martirio che semina, silenziosamente e nascostamente, la salvezza nella storia. Per questo, ogni giorno, di fronte al loro sacrificio, si rinnova quanto descritto dal Libro della sapienza: "Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità" (Sap. 2, 24 ss.). 

    Una madre è madre, si sveglia presto, prepara la colazione, riassetta la casa, prepara da mangiare, rammenda i pantaloni, soffre accanto a suo marito e ai suoi figli: è madre nelle sue stesse viscere, solo l'inganno del demonio può spingerla a ribellarsi e ad esigere gratitudine, accampando diritti che avvelenano la natura stessa del suo essere sposa e madre, puro dono che imprime il carattere dell'amore a tutta la famiglia. Così ciascuno di noi è servo nella forma nella quale Dio lo ha scelto per vivere, in virtù della vocazione celeste, ogni giorno senza alcuna bramosia di utili, abbandonati alla fedeltà di Dio, nella certezza che Lui opera anche laddove sembra il contrario, nel fallimento umano, nella totale inutilità.

    E' infatti nella notte oscura della fede, dei sentimenti, di qualsiasi utile per la carne e per lo spirito che il servo vive il culmine della sua chiamata, la perfezione della sua vita. E' ancora una volta il paradosso della sapienza crocifissa che il mondo non può comprendere. Santa Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce, Santa Teresa di Lisieux, Padre Pio e la Beata Teresa di Calcutta, per citarne alcuni, hanno vissuto lunghi anni nell'aridità totale. Innescati da una fiamma d'amore che ne ha sconvolto l'esistenza, hanno poi trascorso il resto della vita nel servizio autentico, purificato da ogni passione, da ogni sensibilità, da qualunque desiderio. "C'è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua - e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto" (Beata M. Teresa di Calcutta, Lettere al suo direttore spirituale). 

    Nell'abisso di questa esperienza lo scalpello di Dio dà compimento alla sua opera plasmando il servo perfetto; quando tutto ci sembra assurdo, quando anche il servizio più puro - quello di una madre, di un missionario, di una suora di clausura - invece di pace reca sofferenza, perché incompreso e rifiutato, è il momento privilegiato dove essere, sino in fondo, servi autentici. Quando sperimentiamo l'abbandono di tutti, e nulla ci consola e dà senso alla nostra vita, siamo crocifissi nel servizio di Cristo, che ha sperimentato, lancinante, anche l'abbandono del Padre. Lì sulla Croce ha servito pienamente ogni uomo; inchiodato al Legno ha compiuto l'opera affidatagli dal Padre. Non aveva che la sua carne, la sua vita di quel momento, quel dolore acuto a percuotergli le membra e a spaccargli l'anima. Lui solo, senza poter fare nulla se non restare inchiodato resistendo alle lusinghe del demonio, spogliato di tutto, inutile e peggio, morente come un fallito e bestemmiatore. 

    Dopo aver arato e pascolato il gregge dalla Galilea a Gerusalemme, era Lì, su quella Croce: con le vesti strappate serviva al Padre il banchetto più buono, la vita perdonata e riscattata di ogni uomo. Crocifisso, era il servo diletto nel quale il Padre si compiaceva perché traboccante dell'unico amore capace di salvare, quello gratuito che, nell'ora del martirio, fa dire: "Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno". Così anche noi, sulla croce di ogni giorno, specialmente quella che azzera la nostra vita, quando, come scriveva Taulero, "veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti"; quando "su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima"; nel tempo in cui "non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura", siamo pronti per servire davvero. Non ci resta che la nostra vita, le cose fatte senza alcun gusto divengono i sacrifici perfetti e di soave odore, la quotidianità intrisa di aridità e dubbi e angosce è trasfigurata nel servizio puro e innocente che profuma di Paradiso. E' questa vita inutile, che sembra non recare alcun guadagno né a noi né al prossimo, che appare gettata via stoltamente come spazzatura, magari derisa e sottoposta alla tentazione di essere cambiata, è proprio questa vita di oggi il servizio per il quale ci siamo affacciati su questo mondo.

    Prigionieri tra due mura diveniamo i servi che, come aveva scoperto il Card. Van Thuan nel carcere dove nulla ormai poteva fare, servono Dio e non le sue opere: "Una notte, dal profondo del mio cuore ho sentito una voce che mi suggeriva: «Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare, visite pastorali, formazione dei seminaristi, religiosi, religiose, laici, giovani, costruzione di scuole, di foyer per studenti, missioni per l'evangelizzazione dei non cristiani... tutto questo è un' opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te; lui affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!».



    APPROFONDIMENTI


    Card. Van Thuan



    DIO E LA SUA OPERA



    A causa del tuo amore infinito,

    Signore,

    mi hai chiamato a seguirti,

    a essere tuo figlio e tuo discepolo.



    Poi mi hai affidato una missione

    che non somiglia a nessun'altra,

    ma con lo stesso obiettivo degli altri: 

    essere tuo apostolo e testimone.



    Tuttavia, l'esperienza mi ha insegnato

    che io continuo a confondere le due realtà: 

    Dio e la sua opera.


    Dio mi ha dato il compito delle sue opere. 
    Alcune sublimi,
    altre più modeste;
    alcune nobili,
    altre più ordinarie.

    Impegnato nella pastorale in parrocchia, 
    tra i giovani,
    nelle scuole,
    tra gli artisti e gli operai,
    nel mondo della stampa,
    della televisione e della radio,
    vi ho messo tutto il mio ardore
    impiegando tutte le capacità.
    Non ho risparmiato niente,
    neanche la vita.

    Mentre ero così appassionatamente 
    immerso nell'azione,
    ho incontrato la sconfitta
    dell'ingratitudine,
    del rifiuto di collaborazione, 
    dell'incomprensione degli amici,
    della mancanza di appoggio dei superiori, 
    della malattia e dell'infermità,
    della mancanza di mezzi...

    Mi è anche capitato, in pieno successo, 
    mentre ero oggetto di approvazione,
    di elogi e di attaccamento per tutti,
    di essere all'improvviso spostato
    e cambiato di ruolo.
    Eccomi, allora, preso dallo stordimento vado a tentoni,
    come nella notte oscura.

    Perché, Signore, mi abbandoni?
    Non voglio disertare la tua opera.
    Devo portare a termine il tuo compito, 
    ultimare la costruzione della Chiesa...

    Perché gli uomini attaccano la tua opera? 
    Perché la privano del loro sostegno?

    Davanti al tuo altare, accanto all'eucaristia, 
    ho sentito la tua risposta, Signore:
    «Sono io colui che segui e non la mia opera! 
    Se lo voglio mi consegnerai il compito affidato. 
    Poco importa chi prenderà il tuo posto;
    è affar mio.
    Devi scegliere Me! ».


    Nell'isolamento
    a Hanoi (Nord Viet Nam),
    11 febbraio 1985,
    Memoria dell'Apparizione dell'Immacolata a Lourdes








  • FRATELLI CARISSIMI, NEL NOME DEL SIGNORE VI INVITO AD AIUTARE LA MISSIONE DI TAKAMATSU 
  • Lunedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario

    Pietre da mulino ritrovate vicino al Mare di Galilea

    αποφθεγμα Apoftegma

    Gran Dio non lasciare giammai che alcuni spiriti, 
    di cui alcuni si annoverano tra i dotti, altri tra gli spirituali, 
    possano essere accusati al tuo terribile tribunale 
    di aver contribuito in qualche modo a chiuderti l’accesso 
    in non so quanti cuori, perché tu volevi entrarvi 
    in un modo la cui sola semplicità li urtava, 
    e attraverso una porta la quale, 
    benché aperta dai santi fin dai primi secoli della Chiesa,
     non era, forse, ancora abbastanza loro nota; 
    piuttosto fa’ in modo che, 
    diventando tutti piccoli come fanciulli,
     come Gesù Cristo comanda, 
    noi possiamo entrare una buona volta per questa piccola porta,
    per poterla poi mostrare agli altri con più sicurezza e con più efficacia. 
    Così sia.
     
    Bossuet, fine del suo opuscolo sulla Manière courte et facile pour faire oraison.


    COMMENTO CON RIFERIMENTO AGLI SCANDALI 

     




    ALTRI COMMENTI














    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Luca 17, 1-6. 
    Disse ancora ai suoi discepoli: «E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono.
    E’ meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 
    State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 
    E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai». 
    Gli apostoli dissero al Signore: 
    «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe. 
    .






    La chiamata di Abramo



    L'UMILE CONSAPEVOLEZZA DELLA NOSTRA PICCOLEZZA CONSENTE A CRISTO DI OPERARE IN NOI IL MIRACOLO DELLA FEDE CHE VINCE E SALVA IL MONDO

    La Chiesa è nel mondo come “un gelso trapiantato e gettato nel mare”, rivela l’impossibile che va al di là delle leggi della natura. Come può un albero mettere radici nell’acqua? Non si è mai visto. Così il mondo, incontrando i discepoli di Cristo, si trova dinanzi allo spettacolo inedito di persone normalissime che vivono in un amore soprannaturale. Come può una moglie perdonare “sempre” – così suggerisce il numero “sette”, simbolo della pienezza – un marito che la tradisce continuamente e, “pentito”, torna immancabilmente da lei? Come possiamo noi ogni giorno, dimenticare, scusare, credere, coprire tutto? “Perché Tu, Dio, getterai nel mare più profondo le nostre colpe” (Mic 7, 19), il nostro uomo vecchio che scandalizza chi ci è accanto nelle acque del battesimo rinnovate nella Chiesa che ci amministra i sacramenti. Il Padre, infatti, ha compiuto in noi l’impossibile, liberandoci dal potere delle tenebre e rinnovando il miracolo della “fede” che ci “trapianta” nel regno del suo Figlio diletto, il “gelso” che ha steso le sue radici nel mare della morte, per elevarsi sino al cielo della vita. Come Lui, “sette volte al giorno”, dalle radici piantate nella nostra storia, assorbiamo dolore, tentazioni e morte, mentre dal Cielo riceviamo la sua vita. Ma il pericolo di cadere è sempre dietro l’angolo, e non si tratta di “aumentare” la fede”, ma di averla ricevuta in dono nella Chiesa, e di difenderla, "stando attenti a noi stessi" con la preghiera e l'aiuto dei pastori e dei fratelli. Ne basta un pizzico, come un “granello di senapa”, il più piccolo tra tutti i semi, ma che, divenuta adulta, accoglie i “piccoli” tra i suoi rami. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare “sette volte”, sempre e di nuovo, l’annuncio del Vangelo, perché la fede viene dalla “stoltezza della predicazione”. Gli apostoli, quando predicavano, prima dell’annuncio della morte e resurrezione di Cristo, denunciavano sempre i peccati; “correggevano” chi ascoltava “sgridando” i loro demoni, come aveva fatto Gesù. Ogni “correzione”, infatti, è sempre un esorcismo pieno di amore, perché se non si smaschera la schiavitù scacciando l’aguzzino, il fratello non sarà coinvolto dalla Buona Notizia e non si potrà aprire al dono della fede. Per questo, lo “scandalo” che impedisce ai “piccoli” di entrare nel Regno, è la rinuncia alla “stoltezza” dell’annuncio in favore della sapienza mondana: “Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa. Quanta superbia, quanta autosufficienza!” (J. Ratzinger). “Guai” a chi spegne lo zelo per la salvezza delle anime! “Guai” a chi strozza il “grido” che illumina il peccato rendendo così vana la croce di Cristo e il suo perdono; saranno “gettati in mare” con al collo la stessa “pietra” che ha fatto “inciampare” i “piccoli”. Dove si è smarrito il perdono tutto diviene possibile, come negli scandali gravissimi che purtroppo coinvolgono anche i ministri della Chiesa. Ma “è inevitabile che avvengano”, perché siamo liberi e possiamo sempre cedere agli inganni del demonio. Tutti noi abbiamo scandalizzato, perché tutti ci siamo scandalizzati di Cristo. Con Pietro e i discepoli siamo scappati e abbiamo trascinato tante persone nel nostro tradimento. Ma non esiste peccato che non possa essere perdonato! Possiamo incontrare nella Chiesa il volto misericordioso del Signore che ci viene a cercare sulla riva dei nostri fallimenti, ci "rimprovera" per sperimentare il suo "perdono" che ci spinge ad amarlo, nonostante tutto.



    COMMENTO COMPLETO 







    Vivere senza fede credendo e facendo credere di averne: è questo lo scandalo più grande, quello che chiude il cielo a chi ci sta intorno, che scandalizza i piccoli, i fratelli della comunità, chi si avvicina appena al Signore. Un cristiano senza fede è come il sale che perde il sapore: non serve, anzi è occasione di inciampo, è meglio per lui sparire, essere calpestato come polvere sotto i sandali. Si tratta di una Parola molto dura, con la quale dobbiamo confrontarci. "Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta" (Benedetto XVI). Il cristianesimo non è roba da tavole rotonde, da talk show, da comitati organizzativi; la Chiesa non è un'istituzione umana. 

    Quando vi si trasforma diviene scandalo, un ostacolo su cui inciampano i suoi figli, ingannati e sedotti da una menzogna ipocrita: "E’ diffusa oggi qua e là, anche in ambienti ecclesiastici elevati, l'idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in attività ecclesiali. Si spinge ad una specie di terapia ecclesiastica dell'attività, del darsi da fare; a ciascuno si cerca di assegnare un comitato o, in ogni caso, almeno un qualche impegno all'interno della Chiesa. In un qualche modo, così si pensa, ci deve sempre essere un’attività ecclesiale, si deve parlare della Chiesa o si deve fare qualcosa per essa o in essa. Ma uno specchio che riflette solamente se stesso non è più uno specchio; una finestra che invece di consentire uno sguardo libero verso il lontano orizzonte, si frappone come uno schermo fra l'osservatore e il mondo, ha perso il suo senso" (J. Ratzinger, Relazione tenuta al Meeting di Rimini 1987). La Chiesa narcisa che si rimira e così si illude di adempiere alla sua missione diviene scandalo, uno schermo che impedisce di vedere Dio. Grave, gravissimo, tanto che pur di non cadere in questo scandalo è meglio mettersi una pietra al collo e gettarsi in mare!

    E' anche nel quadro del "guai" del Vangelo di oggi che vanno compresi i "guai" che Gesù indirizza ai farisei e ai dottori della Legge. Guai a chi scandalizza i piccoli, i discepoli, coloro che Lui ha chiamato. Guai a chi, chiuso nella propria ipocrisia, afferma e agisce in modo che la Chiesa perda il suo "sapore" profetico per immergersi nel fetore mondano. Guai a quanti pervertono la Chiesa, guai agli "attivisti" ipocriti che tendono trappole e lacci alla fede, nelle forme che qualche anno fa l'allora Card. Ratzinger stigmatizzava così: secondo questi, "la Chiesa non deve più venir calata già dall'alto. No! Siamo noi che "facciamo" la Chiesa, e la facciamo sempre nuova. Così essa diverrà finalmente la "nostra" Chiesa, e noi i suoi attivi soggetti responsabili. L'aspetto passivo cede a quello attivo. La Chiesa sorge attraverso discussioni, accordi e decisioni...  L'attivista, colui che vuol costruire tutto da sé... restringe l'ambito della propria ragione e perde così di vista il Mistero... L'attivista, colui che vuol sempre fare, pone la sua propria attività al di sopra di tutto. Ciò  limita il suo orizzonte all'ambito del fattibile, di ciò che può diventare oggetto del suo fare. Propriamente parlando egli vede soltanto degli oggetti. Non è affatto in grado di percepire ciò che e più grande di lui, poiché ciò porrebbe un limite alla sua attività. L'uomo viene amputato. Quanto più nella Chiesa si estende l'ambito delle cose decise da sé e fatte da sé, tanto più angusta essa diventa per noi tutti" (J. Ratzinger, Relazione al Meeting di Rimini, 1987). Angusta e irta di ostacoli
    Il cristianesimo invece è fede che opera per mezzo della carità: è, essenzialmente, perdono. Un gelso trapiantato e gettato nel mare significa qualcosa di impossibile, che supera le leggi della natura. Per questo, alla domanda dei discepoli di aumentare la loro fede, Gesù risponde indicando il seme più piccolo della terra: con esso ci vuol dire che la fede o la si ha o non la si ha, non si tratta di misurarne la quantità. E' un dono celeste, una virtù teologale. Non si vede e non si pesa, se ne percepisce la presenza attraverso le opere che essa ispira. Laddove c'è la fede appaiono opere di vita eterna, che superano la giustizia dei farisei, che vanno al di là delle capacità umane, del fattibile stabilito nei comitati. La fede è l'atmosfera del Regno dei Cieli. Un cristiano è un po' come un centometrista che va in altura per stabilire un record di velocità. La "velocità" della fede è il perdono, impossibile per chi "corre" al livello del mare, possibile per chi "corre" alle altezze del Cielo. Il cristiano infatti è nel mondo ma non è del mondo: è del Cielo, e vive come gli astronauti sulla luna o nelle navicelle spaziali, dove si muovono in assenza di gravità. 

    Ecco, la fede ci catapulta nel Regno dei Cieli dove è assente la forza gravitazionale della concupiscenza che fa schiava la carne e che ci spinge giù, ci attacca alla terra e ci fa pensare ed operare secondo il mondo. La gravità ci impedisce di avvicinarci, liberi, ai fratelli e di perdonarli. La gravità ci scandalizza, ci fa inciampare; per questo, quanto più ricorriamo alla carne e alla sua fallace sapienza, tanto più cadremo, ci feriremo, precipiteremo nel mare. La gravità che si oppone allo Spirito è come la pietra di cui ci parla il Signore: ci trascina irrimediabilmente nel profondo delle acque della morte.  
    La fede invece ci fa umili, autentici, abbandonati al soffio rigenerante dello Spirito Santo, leggeri come il vento. Come Abramo, docile alla chiamata di Dio, piombata nel mezzo del suo fallimento: ha creduto che Dio poteva compiere l'impossibile, come "trapiantare un gelso nel mare", che per lui significava vedere suo figlio apparire nel grembo sterile di Sara. Ha balbettato è vero, ma è partito abbracciando la debolezza di Sara, e si è lasciato amare, correggere, sino ad vederlo nascere quel figlio e stringerlo a sé, sino ad offrirlo a Colui che glielo aveva donato. E in quella fede siamo nati noi, tutti "gelsi trapiantati nel mare", opere uniche e celesti plasmate da Dio. 

    La fede, infatti, ci rende figli del Regno, dove saltano le regole umane e sono superate le stesse leggi di natura. Per la fede, con una parola si può dire ad una albero di sradicarsi e "trapiantarsi" nel mare. E come può un albero essere piantato nel mare, mettere radici nell'acqua? Come può una moglie perdonare un marito che l'ha tradita? Come può accoglierlo settanta volte sette in casa dopo quattrocentonovanta tradimenti? Come può dimenticare sempre, scusare tutto, credere tutto, coprire tutto? Solo se ella stessa è stata trapiantata nel Regno, se, alla voce di Cristo che l'ha chiamata, ha obbedito per fede ed è stata trasferita nel Cielo. 

    La vita alla quale siamo stati chiamati è proprio quella di un gelso che stende le sue radici nel mare, immagine della morte, per elevarsi sino al Cielo: dalle radici riceve la morte che, come pecore condotte al macello, la storia ci riserva ogni giorno; dal Cielo riceviamo la luce della fede, la vita divina che vince la morte. Per questo San Paolo esplode nella benedizione al Padre "che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati" (Col. 1, 2ss). 

    Il perdono, infatti, opera quella ablatio di cui parla San Bonaventura citato dall'allora Card. Ratzinger: "Lo scultore non fa qualcosa. La sua opera è invece una ablatio: essa consiste nell'eliminare; nel toglier via ciò che è inautentico. In questa maniera, attraverso la ablatio, emerge la nobilis forma, cioè la figura preziosa". Il perdono toglie via il peccato e ci così trasferisce nel Cielo, fa emergere l'immagine divina e perciò autentica dell'uomo. Dio si rivela come tale e diverso dall'uomo proprio nel perdono: Egli dimentica davvero, non restano in Lui le scorie del ricordo, ha il potere di cancellare dalla propria memoria i nostri peccati. In noi uomini purtroppo non è così. Per questo abbiamo bisogno di essere continuamente trasferiti in Cielo, trapiantati dalla terra nella quale si nutrono i ricordi, al mare, alle acque delle viscere della sua misericordia, dove essere gestati e rinnovati nell'amore. "Così la prima, fondamentale ablatio, che è necessaria per la Chiesa, e sempre nuovamente l'atto della fede stessa. Quell'atto di fede che lacera le barriere del finito e apre così lo spazio per giungere sino allo sconfinato, e uscire fuori dai limiti del nostro sapere e del nostro potere... Ciò significa che la Chiesa dev'essere il ponte della fede che infrange le mura del finito e libera lo sguardo verso le dimensioni dell'Eterno. La Chiesa infatti non esiste allo scopo di tenerci occupati come una qualsiasi associazione intramondana e di conservarsi in vita essa stessa, ma esiste invece per divenire in noi tutti accesso alla vita eterna." (J. Ratzinger, ibid).

    Gli scandali a cui purtroppo assistiamo, non diversi da quelli che hanno ferito la Chiesa durante la sua storia, sono gravissimi. E certo, guai a chi li ha provocati. Ma non esiste peccato che non possa essere perdonato! Lo scandalo più grande è un altro, è una Chiesa dove si sia smarrito il perdono. Una Chiesa senza Cristo... Una Chiesa dove lo scandalo non possa essere gettato nel mare, sepolto nel sacrificio di Cristo, trapiantato in esso perché possa essere trasformato nella vita nuova donata dalla sua resurrezione; una Chiesa senza la fede che operi nella carità, che schiuda le viscere della misericordia per ridare la vita ai morti. 

    Infatti, "solo il perdono, il fatto del perdono, permette la franchezza di riconoscere il peccato" (Benedetto XVI) e ispira la decisione di convertirsi. "Non è certamente un caso che nelle tre tappe decisive del formarsi della Chiesa la remissione dei peccati giochi un ruolo essenziale. La Chiesa non è una comunità di coloro che «non hanno bisogno del medico», bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri" (Card. J. Ratzinger). Tutti noi abbiamo scandalizzato, tutti ci siamo scandalizzati di Cristo. Con Pietro e i discepoli siamo scappati e abbiamo trascinato tante persone nel nostro tradimento: coniugi, figli, amici. Tutti noi, con san Paolo, abbiamo perseguitato la Chiesa. Ma in essa possiamo oggi ripetere con lui la parola "sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1 Tim. 1, 15-16). 

    Tutti noi, come Pietro, possiamo incontrare ogni giorno nella Chiesa, il volto misericordioso del Signore che ci viene a cercare sulla riva dei nostri fallimenti, e sperimentare il suo amore che ci spinge ad amarlo, nonostante tutto. Laddove questo è smarrito in favore di criteri mondani, ai piccoli non rimane altro che inciampare e scappare dal moralismo asfissiante che condanna il peccatore pretendendo di estirpare il peccato. Ed è l'esperienza delle nostre famiglie, chiese domestiche, dove così spesso regnano il moralismo freddo o il lassismo buonista, tentativi carnali di aggiustare le cose eludendo l'unica possibilità autentica, il perdono, la misericordiaIn essa e solo in essa siamo rigenerati e allevati, le viscere materne dove possiamo accogliere il seme della fede

    Nella Lettera inviata ai fedeli d'Irlanda in merito agli scandali della pedofilia nel clero, il Santo Padre scriveva che "Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficientivi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede". Alla radice degli scandali vi è sempre il non aver fatto tesoro del dono della fede. Esiste uno scandalo che dà ad ogni altro scandalo una tragica definitività, che si frappone come ostacolo al miracolo della rinascita, della conversione, alla missione stessa della Chiesa. Un prete pedofilo ferisce la Chiesa e rivela il baratro del male e dell'iniquità che tutti ci lambisce, giorno dopo giorno. Ma una donna che, in silenzio e nel segreto delle quattro mura domestiche, riaccoglie e perdona un marito adultero schiude il Cielo sulla terra, e la sua luce potente - la luce della Pasqua - è capace di trasfigurare e redimere anche il peccato più grande. 

    Per perdonare occorre la fede che si incarna nella carità, primizia della vita celeste. Per ricevere il dono della fede occorre poter ascoltare l'annuncio del Vangelo e poter crescere in esso, perché la fede viene dalla stoltezza della predicazione. Lo scandalo più grande è dunque privare la Chiesa della sua missione specifica, imprescindibile, l'annuncio del Vangelo. E' inevitabile che avvengano scandali, perché siamo liberi e possiamo sempre cedere agli inganni del demonio. Il Signore  conosceva chi aveva scelto, sapeva della debolezza dei membri della Chiesa. 


    Quanti scandali durante la sua storia, eppure, anche tra quelli più dolorosi, non si è mai spento lo zelo per l'annuncio del Vangelo e la custodia fedele del deposito della fede. Chi crede di sfuggire agli scandali cambiando e adeguando le strutture è solo un superficiale e un mondano, che dal mondo e dai suoi criteri crede di poter attingere per riformare e rinnovare la Chiesa. Chi pensa così non conosce l'uomo e neanche il potere dell'elezione divina. La Chiesa ha sempre vissuto borderline, toccando le cose del mondo se ne è più volte contaminata. Ma i carismi, i santi, il fuoco dello Spirito non ha mai smesso di assisterla per farle compiere la sua missione essenziale di annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Per questo è da evitare e combattere innanzi tutto lo scandalo che spenga lo zelo alla Chiesa, che silenzi la proclamazione della Buona Notizia in favore di strategie mondane, invenzioni umane, succedanei sterili della predicazione. "Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa.. Quanta superbia, quanta autosufficienza!" (J. Ratzinger, Via Crucis, 2005).

    Non esiste altro antidoto agli scandali che la stoltezza della predicazione, seguita da una seria iniziazione cristiana. Solo chi ascolta e si apre alla Parola creatrice può sfuggire, unito a Cristo, ai lacci del demonio: un ragazzo può rispettare la sua fidanzata; una moglie può aprirsi alla vita e non appropriarsi del suo corpo; un commerciante può trafficare senza eludere le tasse; un presbitero può custodire la castità e la parresia senza cedere ai compromessi; solo la Parola e i sacramenti possono donare la fede audace che permette di vivere tra le fiamme della fornace del mondo senza scottarsi, amando oltre il fuoco delle passioni, perdonare infinite volte, anche il nemico. Siamo chiamati dunque, come scrive il Santo Padre nell'indire l'Anno della Fede, a tenere sempre aperta "La "porta della fede" (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa... E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita... per tenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, "colui che dà origine alla fede e la porta a compimento": la gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel suo mistero" (Benedetto XVI, Motu Propio "Porta Fidei").  


    La vita infatti ci crocifigge ogni giorno con il Signore, per vivere in Lui e vivere la vita nella carne nella sua fede. La fede del Servo che prende ogni peccato su di sé. Lui guarda ogni uomo con fede, con amore, con misericordia. Lui offre la sua vita gratuitamente, nelle certezza che essa può cambiare il cuore dell'uomo più indurito. Il suo amore può cambiare il più grande peccatore. Lui perdona settanta-volte-sette, cioè sempre, perché sino all'ultimo istante per ogni uomo c'è speranza. Chi di noi ha fatto l'esperienza di questo amore, non può non amare, perdonare infinitamente. Chi è stato graziato settanta-volte-sette dal Signore, ha fede, guarda tutto e tutti con fede. Il suo unico giudizio è la misericordia. La propria presunta giustizia basata sulla carne e che fa gli altri a fettine è lo scandalo, l'inciampo più grande. Che Dio ce ne liberi e ci faccia conoscere sempre più profondamente il Suo amore, scandaloso per i giustizialisti e giustizieri d'ogni tempo, stoltezza per gli intelligenti d'ogni cultura; potenza e salvezza per i piccoli, i poveri, i peccatori. L'amore crocifisso, scandalo e stoltezza, unica salvezza. Di chi non ne ha proprio nessuna in questo mondo.