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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Venerdì della I settimana del Tempo di Avvento




    αποφθεγμα Apoftegma

    Dio è luce e quanti sono resi da lui degni di vederlo, 
    lo vedono come Luce; 
    coloro che lo hanno ricevuto, 
    lo hanno ricevuto come Luce che illumina
    e trasforma in luce coloro che illumina.

    San Simeone

        


    UN ALTRO COMMENTO



    COMMENTO CATECHETICO











    L'ANNUNCIO

    Dal Vangelo secondo Matteo 9,27-31

    In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguivano urlando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi”.
    Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: “Credete voi che io possa fare questo?”. Gli risposero: “Sì, o Signore!”.
    Allora toccò loro gli occhi e disse: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi.
    Quindi Gesù li ammonì dicendo: “Badate che nessuno lo sappia!”. Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.












    AVVENTO E' ANCHE GRIDARE IL "NOI" CHE CI DESTA PER INVOCARE LO SPOSO AFFINCHE' CI ATTIRI IN OGNI ISTANTE VERSO DI LUI


    Anche oggi Gesù si sta "allontanando" dai nostri luoghi, dai pensieri e dai progetti, dalle abitudini e dai nostri egoismi, per attiraci dietro a Lui. Quando si allontana è perché, come lo Sposo del Cantico dei Cantici, vuole innescare in noi il desiderio di Lui. Non si volta e non si ferma per farci crescere sino alla fede adulta. Ci attira nella sua casa, la sua "famiglia", per entrare nella sua intimità dove i "due ciechi" aprono gli occhi per riconciliarsi e amarsi. Non a caso sono due, ovvero "io" e il "tu" che oggi non riesco proprio a vedere, e che per questo, "rendo colpevole con le mie parole". Tu e tua moglie o tuo marito, tu e i tuoi genitori, tu e il fratello che ritieni responsabili della tua sofferenza. Hai creduto alla menzogna del demonio, hai peccato, e ora non vedi più l'amore di Dio, e per questo accusi l'altro: sei cieco e quindi obbligato a immaginare come sia: avrà pensato questo, avrà detto questo, avrà fatto questo.... E' solo immaginazione, eppure il demonio riesce a convincerti che sia reale, e così odi, disprezzi, e cancelli dalla tua vita. Anche se l'altro ti avesse fatto davvero del male, tu non soffri per quello, ma per il veleno che ti esce dal cuore e ti impedisce di vederlo nella luce di amore e misericordia dello sguardo di Cristo. Sì, abbiamo tutti bisogno di incontrare questo sguardo, l'unico che può strapparci alla menzogna. Abbiamo bisogno di camminare dietro a Cristo e gridare. Non importa se oggi sei ancora cieco e hai rancore per il fratello. I due ciechi del Vangelo hanno seguito Gesù così come erano, ma hanno gridato insieme: questa è la fede secondo la quale Gesù ha potuto guarirli! Non hanno gridato "abbi pietà di me!", ma "abbi pietà di noi!". Fratelli, oggi il Signore ci chiama a seguirlo così come siamo, ciechi; sa che inciamperemo e sbatteremo contro i piloni della luce, rischiando di finire sotto una macchina. Non importa! Accogli l'altro nel grido verso Gesù. Cammina dietro a Cristo nella comunità cristiana portando nel cuore colui con il quale continui a litigare e recriminare, al quale ti avvicini solo per saziarti del suo affetto. Grida includendo nella tua preghiera chi non riesci più a vedere come fratello, marito, moglie, padre o madre. Basta questo. Te lo ripeto, non importa se oggi sei ancora pieno di giudizi e rancori, perché non potrai amare l'altro sino a che non incontrerai lo sguardo di Cristo su di te. Per questo Gesù vi attira e vi porta dietro a Lui lasciandovi ciechi, cioè schiavi del peccato. Lui infatti è la garanzia della salvezza, perché, dopo il tempo necessario, vi farà entrare in "casa" per chiedervi: "credete voi che io possa fare questo?". Allora scoprirai che quel "noi" con il quale hai accolto l'altro nel tuo grido obbedendo e seguendo Cristo in un serio cammino di fede ti ha fatto crescere nella fede. Allora dirai "si o Signore", tu puoi aprirmi gli occhi perché hai già cominciato a farlo aprendomi il cuore dove hai fatto, a poco a poco, grido dopo grido, un po' di posto per l'altro. Puoi aprirmi gli occhi perché mi hai fatto camminare accanto a chi non riuscivo a vedere, implorando per lui la stessa pietà che chiedevo per me. Nel bisogno e nel grido mi hai già aperto all'altro, per questo credo che tu puoi aprirmi gli occhi sul tuo amore perché possa vedere la storia e le persone attraverso il tuo sguardo. E scoprire che immaginando si sbaglia sempre, mentre non si sbaglia mai quando, con gli occhi aperti su Cristo, si guarda l'altro attraverso l'amore con cui si è inchinato a perdonare e risuscitare entrambi. Camminiamo e gridiamo in questo Avvento, per giungere nella "casa" di Gesù, ovvero la stalla di Betlemme dove prostraci e contemplare l'amore infinito di Dio che tocca e guarisce i nostri occhi per riconciliarci con chi Lui ci ha messo accanto.



    Carne e sangue non c'entrano, i "due ciechi" che seguono di Gesù hanno visto con il cuore ancor prima che con gli occhi; un moto dello Spirito li ha sospinti alla sequela di quel Galileo, sino a giungere alla sua "casa"; qui "gli si accostano" e Gesù può porre loro la domanda decisiva: "Credete che io abbia il potere di farvi vedere?". I ciechi avevano camminato e seguito Gesù gridando e implorando, segno del catecumenato preparatorio al battesimo. Gesù si stava "allontanando" e per questo i due hanno cominciato a seguirlo. E non si è fermato, inducendoli a gridare, a gridare ancora, sino a che il suo Nome immerso nella pietà diventasse familiare. Così è anche per noi. Quando Gesù sembra allontanarsi è perché, come lo Sposo del Cantico dei Cantici, vuole che lo seguiamo, che lo cerchiamo, che gridiamo a Lui. Vuole innescare in noi il bisogno e il desiderio di Lui, sino a che Egli ci diventi familiare: familiare come il bisogno che abbiamo di respirare. Non si volta e non si ferma perché vuole rafforzarci nel santo desiderio che si fa grido, per crescere sino alla fede adulta. E' Lui che cammina dinanzi a noi proprio quando il coniuge sembra non comprenderci, i figli non ne vogliono sapere, il lavoro si fa pesante; è Lui che, carico della sua Croce, scioglie il nostro grido e lo rende ogni istante più vero. Proprio quando sembra che si allontani Gesù ci chiama a seguirlo, quando sembra non dare ascolto alle nostre suppliche ci sta attirando nella sua casa, che nella Scrittura significa anche "famiglia", nell'intimità dei suoi fratelli! I "due" ciechi, infatti, sono immagine di ogni comunità, perché dove due o più sono riuniti nel suo nome Gesù è presente... Non si può seguire e gridare a Gesù da soli; occorre una comunità, come i "due" discepoli di Emmaus, come gli apostoli inviati "due a due" ad evangelizzare. E' necessario gridare insieme a nostra moglie, nostro marito, nostro figlio, il fidanzato, nella consapevolezza che ogni relazione autentica nasce dall'umiltà di riconoscersi entrambi ciechi e dal "credere" che Gesù "possa fare" per ciascuno lo stesso miracolo. Così funzionerà un matrimonio, un fidanzamento, un'amicizia, nel grido comune che apre la porta dell'intimità con Cristo, dove essere guariti ed entrare in comunione. Così i "due" ciechi sono entrati nella Chiesa, la casa del Signore, il luogo dove la fede diviene adulta. Qui si può sperare contro ogni speranza carnale, qui carne e sangue cedono il passo allo Spirito perché ne prenda possesso. Nei due ciechi si riconosce la figura di Tommaso, l'apostolo cieco che non ha visto il Signore perché incapace di credere lontano dalla comunità, mentre quando si ritrova insieme ai fratelli vede aprirsi i suoi occhi, può riconoscere Gesù, credere in Lui, e professare la sua fede. Credere al potere di Gesù è appoggiarsi all'esperienza del cammino di ogni catecumeno che, durante il tempo di preparazione al battesimo, conoscendo se stesso preparava i suoi occhi ad aprirsi attraverso i segni del potere di Gesù: a poco a poco veniva strappato al mondo, alle sue concupiscenze e ai suoi criteri. I due ciechi non hanno creduto per una magia istantanea: gridando a Gesù dal profondo della propria debolezza, si sono conosciuti e lo hanno conosciuto e seguito sino a confidare pienamente in Lui

    La fede, infatti, non è un gioco a dadi, non è puntare sulla ruota della fortuna. E' partire, seguire, gridare, entrare. E' percorrere un'iniziazione cristiana che, a piccoli passi, renda credibile l'annuncio ricevuto e apra alla confidenza. Dal grido del proprio bisogno, dalla sofferenza e dalla morte di una vita cieca su se stessi, sugli altri e sugli eventi, alla vita piena di chi, appoggiato al potere del Signore, apre gli occhi su tutto riconoscendovi l'amorosa volontà di Dio. L'Avvento è dunque questo cammino di fede, per giungere a vedere in modo nuovo noi stessi e la nostra storia come un'opera del suo amore. E' questa la venuta di Gesù nella storia, il Natale che rivela Dio in un bambino appena nato, il suo amore nella debolezza, la sua misericordia nei peccati, il suo potere su ogni cecità. Tutto, infatti, concorre al nostro bene: ogni secondo, ogni evento è un passo di Cristo che viene verso di noi per condurci nel suo cuore misericordioso, la Luce inestinguibile che dirada le tenebre del peccato e della morte: "La Chiesa antica ha qualificato il Battesimo come fotismos, come Sacramento dell’illuminazione, come una comunicazione di luce e l’ha collegato inscindibilmente con la risurrezione di Cristo. Nel Battesimo Dio dice al battezzando: “Sia la luce!”. In Lui riconosciamo che cosa è vero e che cosa è falso, che cosa è la luminosità e che cosa il buio. Con Lui sorge in noi la luce della verità e cominciamo a capire" (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 11 aprile 2009). E questo si tramuta "naturalmente" in annuncio. Guariti da Gesù, i due ciechi non possono trattenere la gioia e l'esperienza della fede. Illuminati divengono luce: Dio ha fatto rifulgere il bagliore pasquale su di loro, sono ormai Luce in Cristo. Così è la nostra elezione: siamo chiamati a seguire il Signore, a gridare il suo Nome, a sperimentare il suo potere, ad entrare nella sua casa. A crescere nella fede e nella comunione della Chiesa, per vivere spargendo la sua fama in ogni luogo della nostra esistenza, per pura gratitudine, perché è lo stupore che genera la missione e compie nel bene ogni esistenza.



  • Giovedì della I settimana del Tempo di Avvento



    αποφθεγμα Apoftegma

    Le parole di Gesù sono nate nel suo silenzio sul Monte, 
    come dice la Scrittura, nel suo essere col Padre. 
    Da questo silenzio della comunione col Padre, 
    dell'essere immerso nel Padre, 
    nascono le parole e solo arrivando a questo punto, 
    e partendo da questo punto, 
    arriviamo alla vera profondità della Parola 
    e possiamo essere noi autentici interpreti della Parola. 
    Il Signore ci invita, parlando, di salire con Lui sul Monte, 
    nel suo silenzio
    imparare così, di nuovo, il vero senso delle parole.

    Benedetto XVI


    LA PREDICAZIONE

    O preziosa e santissima Parola di Dio! 
    Tu illumini i cuori dei fedeli, tu sazi gli affamati, tu consoli gli afflitti; 
    tu rendi feconda la mente di tutti i buoni 
    e fai germogliare tutte le virtù; 
    tu strappi le anime dalla bocca del diavolo, 
    giustifichi gli empi e da terreni li trasformi in celesti.
    Dove infatti è dato ricevere lo Spirito Santo? 

    Mediante la predicazione. 
    Dove piangi i tuoi peccati e dove perdoni le ingiurie ricevute? 
    Nella predicazione. 
    Dove deponi la cattiva volontà e ottieni la pazienza 
    e ritrovi l’anima che era perduta? 
    Mediante la predicazione. 
    Dove hai conosciuto Dio, e dove gli empi diventano giusti? 
    Per via della predicazione. 
    Dove vengono rimessi tanti peccati, gli omicidi, 
    le impudicizie, le infedeltà, gli odi, ed altre cose del genere? 
    Attraverso la predicazione. 
    Che cosa ha mantenuto il popolo nella fede? 
    La predicazione.
    Poiché coloro che non ascoltano la Parola di Dio 

    sono come gli esseri senza ragione. 
    E che cosa ha la virtù di distruggere gli errori e le eresie, 
    e che cosa ha convertito il mondo? 
    La predicazione. 
    E qual è il mandato che Cristo diede agli Apostoli? 
    Di predicare. 
    E donde la virtù di seminare le grazie e le virtù nelle anime? 
    Dalla predicazione, 
    poiché: “Non siete voi che parlate”, dice il Signore.
    O santa predicazione, più preziosa di ogni tesoro! 

    Beati coloro che volentieri ti ascoltano, 
    perché tu sei la grande luce che illumina il mondo. 

    San Giacomo della Marca










    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Matteo 7,21.24-27 

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
    Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
    Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.




    L'AVVENTO E' IL TEMPO CHE LA CHIESA CI OFFRE PER IMPARARE A "CASTIFICARE" IN CRISTO LA NOSTRA ANIMA E LA NOSTRA VITA


    Le parole sono indifese, se ne possono servire gli assassini per uccidere e i santi per amare e annunciare il Vangelo. Per molti le parole sono l'unico certificato di esistenza in vita: quando si parla di un progetto è quasi come se lo lo si fosse già reaIizzato; si usano le parole come scalpelli perché scolpiscano la nostra figura nella vita e nella memoria degli altri, per essere considerati e amati. Ma di fronte alla storia, ogni parola è costretta a denudarsi perché la Croce rivela senza sconti la loro "saggezza" o la loro "stoltezza". Se in esse è viva la Parola fatta carne, si entra ogni giorno nella storia, con i dolori e le difficoltà. E si rimane lì, crocifissi, compiendo la "volontà di Dio". Oppure si tratta di parole vane, e un po' di "vento", la corrente d'aria d'un rimprovero o di un disprezzo, o il "torrente in piena" di una malattia, o la "pioggia" di un fallimento e tutta l'impalcatura della nostra vita cade ed è una "rovina grande". Per entrare nel Regno dei Cieli non basta "dire Signore, Signore", perché la comunione e l'intimità con Cristo e con ogni persona sgorgano dall'obbedienza; essa, infatti, ci strappa dai sogni e dalle illusioni, e ci fa percorrere il sentiero della storia con autenticità, il luogo dove il Regno di Dio si fa "vicino" a noi. "L'obbedienza alla  verità dovrebbe "castificare" la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinione comuni, è come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La "castità" a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma realmente purificati e resi casti dall'obbedienza alla verità, la verità parli in noi" (Benedetto XVI, Omelia del 6 ottobre 2006). 

    Esiste dunque la possibilità di vivere e parlare con un cuore di prostituta; cercare di venderci a Lui e agli altri attraverso parole e gesti ipocriti. Non a caso le parole di Gesù giungono al termine del Discorso della Montagna: tutto quanto vi è in esso annunciato può divenire un terribile moralismo, impossibile da compiersi se non in un'ipocrita apparenza. Ma proprio in esse si può vedere in filigrana la vita di Gesù: fondato sulla Roccia, pur investito dalla tempesta della morte, non è crollato, ma è risorto dalla tomba. Gesù è stato casto nell'anima e nella parola, non ha bluffato davanti al Padre, "ha fatto la sua volontà" e per questo è "entrato nel Regno dei Cieli". La parola “volontà” - in greco  Thelema - è la traduzione di due termini ebraici: hapetz e ratzah. Sorprendentemente scopriamo che le due radici non rimandano a verbi quali “comandare, imporre, ordinare”, ma significano invece “compiacersi - provare gioia - desiderare ardentemente”. "Compiere la volontà di Dio" non significa chissà quale sacrificio della propria indipendenza e dei propri desideri; al contrario, in essa vi è l'incontro tra la gioia, il compiacimento e il desiderio ardente di Dio e dell'uomo. Castificare l'anima significa dunque immergersi nella gioia di Cristo scaturita dall'obbedienza del Getsemani. Non dobbiamo gonfiare i polmoni e gridare "Signore, Signore!", ma riconoscere e accettare la nostra piccolezza indigente schiava della propria volontà e consegnarla alla castità perfetta di Cristo. E' sufficiente sostituire la preghiera alle parole per entrare con Lui nel Getsemani di ogni giorno, casa, scuola, lavoro, e lasciarci "trascinare" nelle sue caste e obbedienti parole rivolte al Padre. Quanto abbiamo bisogno di castità autentica nei dialoghi a colazione e a cena, in ufficio e a scuola. Castità che rispetta l'intimità dell'altro, che non insiste con le parole, che sa fermarsi senza sporcare e usare dell'altro per soddisfare se stessi. Digiunare dalle parole vane per consegnare il fratello all'amore e alla misericordia di Dio. L'Avvento ci chiama a deporre ogni istante della nostra vita nell'obbedienza di Cristo che ne fa una sua parola purificata e offerta al Padre: "Se non riesci a “osservare i comandamenti” non considerarti mai perso, non ti inacidire in modo moralistico o volontaristico. Più a fondo, più in basso della tua vergogna o della tua caduta c’è Cristo. Volgiti a lui, lascia che ti ami, che ti comunichi la sua forza. E’ inutile che ti accanisci in superficie: è il cuore che deve capovolgersi. Non devi cercare nemmeno innanzitutto di amare Dio, ti basta capire che Dio ti ama. Oggi." (Olivier Clèment).



  • Mercoledì della I settimana del Tempo di Avvento



    αποφθεγμα Apoftegma

    Il miracolo non si produce da niente, 
    ma da una prima modesta condivisione 
    di ciò che un semplice ragazzo aveva con sé. 
    Gesù non ci chiede quello che non abbiamo, 
    ma ci fa vedere che se ciascuno offre quel poco che ha, 
    può compiersi sempre di nuovo il miracolo: 
    Dio è capace di moltiplicare il nostro piccolo gesto di amore
     e renderci partecipi del suo dono. 

    Benedetto XVI, Angelus del 29 luglio 2012








    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Matteo 15,29-37 

    In quel tempo, Gesù venne presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele.
    Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: “Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada”. E i discepoli gli dissero: “Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. Ma Gesù domandò: “Quanti pani avete?”. Risposero: “Sette, e pochi pesciolini”.
    Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li diede ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla.
    Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.



    ABBRACCI DI COMPASSIONE CHE MOLTIPLICANO LA VITA PER L'ETERNITA'


    Avvento è imparare ad accogliere Colui che ci compatisce. Lasciare che Cristo ci abbracci sino a stritolarci nel suo amore, perché le sue ferite gloriose si imprimano nelle nostre ancora infette. E' vero, nella Chiesa, ai piedi di Gesù, abbiamo sperimentato tanti miracoli, ma Gesù vuole fare infinitamente di più. Sa bene che siamo capaci di idolatrare anche i segni del suo amore; come per un ragazzo costretto su una sedia a rotelle, infatti, non sarà una protesi a ridargli le gambe e la pace, per tornare a casa sazio e senza svenire di fronte alle difficoltà. Sì, è cruda e scandalizzante, ma è la pura verità: questa società che ha cancellato Dio, sa offrire solo inganni e morte spacciandoli per compassione. E' compassionevole illudere un handicappato chiamandolo "diversamente abile" e spingerlo a correre, nuotare e sciare per mezzo di nuovi e sofisticati strumenti per farlo sentire come gli altri. Mentre proprio questo sinistro neologismo confina il paraplegico in un ghetto demoniaco, dove è impossibile accettare la propria realtà. Chi è abile e in che cosa? Chi non può fare le olimpiadi non lo è, infatti, aborto ed eutanasia sono considerati gesti compassionevoli verso i malati, e proibirli, come ha decretato la Corte Suprema in Irlanda del Nord, è una "violazione dei diritti umani". La compassione del lupo travestito da agnello, che uccide l'anima esaltando l'uomo vecchio, incapace di farsi compatire e implorare misericordia. La stessa compassione con la quale il serpente antico ci seduce offrendoci consolazioni effimere che ci fanno schiumare ira contro le ingiustizie e chiunque ci abbia fatto del male, per impedirci di riconoscere il marcio che è nel nostro cuore e così aprirci all'abbraccio viscerale del Signore. Per l'uomo schiavo del peccato e del demonio è impossibile accettare di essere compatito, sarebbe un disonore, come alzare bandiera bianca di fronte alla storia. Qual'è il tuo handicap che il demonio usa per farti chiudere nell'orgoglio? Chiediamo a Dio di illuminarcelo in questo Avvento, perché è proprio la nostra inabilità che ci rende abili a convertirci; ad accettare cioè che siamo incapaci di amare, per lasciarci abbracciare e compatire da Cristo. In Lui anche i sette pani, simbolo della creazione ferita dal peccato, diventano il preludio all'ottavo giorno della resurrezione. Crocifissi con Lui proprio attraverso il nostro handicap e saziati della sua vita soprannaturale, potremo tornare nella storia e donarci senza svenire nella paura di morire.


    UN ALTRO COMMENTO


    Chi incontra il Signore resta “stupito” della sua “compassione”. Ma oggi dire "ti compatisco" suona male, perché ci è penetrato dentro l'orgoglio di questa generazione prometeica, che ha fatto dell'uomo l'unico orizzonte e delle sue possibilità l'unica misura con cui valutare e giudicare. A scuola, al cinema, negli stadi, ovunque si ode l'encomio di chi si è fatto da solo, mentre si impone la nuova fede che incita a credere in se stessi, lottando per affermarsi a qualunque costo, come se ciò fosse l’unica terapia capace di curare i complessi. Non si possono compatire i portatori di handicap, men che meno si può avere compassione di chi è schiavo degli impulsi della propria sessualità ferita dal peccato e da storie complicate, scendendo i gradini della perversione nel tripudio della “società civile”. E’ intollerante la compassione di Cristo che si piega sulla “folla” di “malati” per "abbracciare visceralmente” - secondo il significato originale di “splanchnizomai” - ogni loro sofferenza sino a farla sua; ingannati dal demonio abbiamo stravolto il significato del termine arrivando all’aberrazione di usarlo per giustificare l’omicidio perpetrato dall’eutanasia e dell’aborto. Ma, in ogni generazione, c'è una folla di poveri che ha "recato con sé" le proprie infermità “deponendo ai piedi di Gesù” i suoi “zoppi, storpi, ciechi e sordi”, ed è ancora capace di "stupore" sperimentando in Lui l'unico che si fa carico sino in fondo di ogni sofferenza; è la Chiesa, l'assemblea che riunisce gli ultimi, i peccatori, i più deboli che "non devono aspettare nessun altro" per essere salvati, perché hanno riconosciuto in quel Rabbì di Nazaret il Messia del quale erano stati profetizzati proprio i segni che ha compiuto nella loro vita. L'amore che li ha raggiunti gratuitamente li fa "glorificare il Dio di Israele" divenendo così un segno di speranza per il mondo. Per questo lo seguono “rimanendo presso di Lui” durante “tre giorni”, immagine di quelli nei quali il Signore è stato “deposto” accanto a loro nella tomba com-patendo il dolore, per risvegliarli dalla morte e salvarli dal peccato. Ma come noi, anche se guariti, “non hanno da mangiare”, perché chi è stato resuscitato e perdonato ha bisogno di “un alimento e sostegno indispensabile per poter percorrere la via della vita, finché non giungiamo, dopo aver lasciato questo mondo, alla nostra vera meta, che è il Signore" (San Gaudenzio da Brescia). 

    Gesù ci conosce bene e sa che nessuno è confermato in Grazia; nonostante tante esperienze del suo amore, possiamo “svenire” di fronte alle tentazioni. A Gesù non basta “guarirci”, vuole “saziarci”. E per farlo, prende del poco che trova in noi, insufficiente come lo erano per gli apostoli e Gesù, “i cinque pani e i due pesci”. Ma Lui ha un modo originale per sfamarci: come fece Elia con la vedova di Zarepta, il Signore ci chiede tutto quanto abbiamo per vivere, perché l’abbondanza scaturisce dalla totale spoliazione. Avrebbe potuto operare diversamente creando dal nulla, ma ha voluto prendere tra le sue mani la fragile opera che aveva iniziato a ricreare: per “saziarci” ci conduce nell’umiltà che supera il dubbio sollevato dei discepoli: “Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. La domanda che sorge di fronte alla sproporzione tra il desiderio di infinito dell’uomo e la sua realtà di peccato e precarietà - alla quale il mondo risponde con la compassione assassina che “rimanda digiuni” coloro che non ha saputo guarire - trova in Gesù una risposta inaspettata, l’unica esatta. Lui guarda con compassione la nostra povertà: ai suoi occhi la debolezza, la malattia, le nevrosi, i complessi, il carattere, l’aspetto fisico, la nostra persona così com’è custodisce il germe di vita eterna che Egli stesso vi ha seminato e che attende solo di portare a maturazione e compimento. Noi siamo il “dove” poter trovare, in mezzo ai “deserti” dell’umanità, l’alimento necessario per “sfamare la folla” in mezzo alla quale viviamo. Basta l’umiltà che sa guardare con compassione alla propria storia e alla propria realtà, accettando i limiti e le malattie, senza difendere nulla con la scusa di essere inadatti o inesperti, per “deporre” con audacia, istante dopo istante, tutto noi stessi nelle mani del Signore. Nella sua compassione saprà trasformare la nostra vita come nell' "eucaristia" trasforma il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. Questo Avvento ci chiama a “sederci” nella liturgia e nella preghiera, per consegnare a Cristo le nostre ore, i nostri progetti, i nostri schemi perché siano “spezzati” dalle sue mani trapassate dai chiodi che lo crocifiggono alla nostra debolezza, e per questo moltiplicati in una fecondità che il mondo non conosce. Solo da una vita “spezzata” per amore, infatti, scaturisce una vita saziata, abbondante sino ad “avanzare sette sporte", la pienezza capace di “sfamare” chi ancora non conosce l’amore di Dio.