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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Mercoledì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario



    αποφθεγμα Apoftegma


    La perseveranza è il vigore delle forze, 
    la consumazione della virtù, 
    la nutrice dei meriti, 
    la mediatrice delle ricompense, 
    la sorella della pazienza, 
    la figlia della costanza, 
    l'amica della pace, 
    il nodo della carità, 
    il legame dell'unanimità, 
    la cittadella della santità. 
    Togliete la perseveranza, 
    e l'obbedienza non ritrae più premio, 
    il beneficio perde la sua grazia, 
    il coraggio non merita più lode. 
    Solo alla perseveranza si concede l'eternità, 
    meglio, è essa che restituisce l'uomo all'eternità, dicendo il Signore: 
    Chi persevera fino alla fine, sarà salvo.

    San Bernardo



    ALTRI COMMENTI









    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Luca 21,12-19

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza.
    Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.
    Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.
    Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.



    PERSEVERANTI NELL'AMORE PERSEVERANTE E FEDELE DI DIO, NONOSTANTE LE NOSTRE CADUTE


    San Paolo davanti al Sinedrio
    La "perseveranza" è la chiave che apre la nostra vita al compimento che "salva le nostre anime". Essa è una "virtù infusa" per mezzo della Grazia santificante, e ci viene data attraverso un cammino di conversione lungo e severo; il termine “perseverare” deriva infatti dal latino per - a lungo - e severus - rigoroso. Come ci ricorda la Lettera agli Ebrei siamo chiamati a lanciarci "con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede" (Eb. 12, 1-2). Nella perseveranza si rivela l’amore autentico per Cristo che, al di là del sentimentalismo, fissa gli occhi del cuore e della mente su di Lui, come un atleta fissa il traguardo. Quando nella vita viene a mancare lo scopo, tutto diviene pesante, svuotato di senso e l’amore mostra la sua inconsistenza. La vita di un cristiano, invece, è sempre in un “agôna”, la lotta nella quale tiene fisso lo sguardo su Gesù intercettandolo in tutto e in tutti. Il traguardo di ogni mia parola, pensiero o gesto è Cristo, è l'affermazione di Lui in chi mi è di fronte, come in tutto quello che faccio. Per questo la perseveranza è anche attesa, un protendersi come quello di una corda tesa, "qaw" in ebraico, da cui "qawāh" (aspettare, sperare) tradotto dalla versione greca della LXX  proprio con "hypomonê" - perseveranza. Perseverare è dunque l'antidoto al peccato che è, appunto, fallire il bersaglio come una freccia scoccata da una corda che non era tesa al punto giusto. Perseverare è l'atteggiamento fondamentale che ci è ricordato in Avvento, per vivere in una tensione carica di attesa che svela l'amore che desidera il ben dell'altro in tutto, il compimento della Verità in ogni momento. Per questo il cuore e la mente sono sempre desti, fissi su Cristo. 


    Se fisso Cristo nella fidanzata, persevero nell'amore, perché non mi perdo in quello che, in lei, non c'entra con Lui, sopportando il peso dell'”odio” di quella parte dell'altro e di me che appartiene alla carne e al mondo. Non dovrò preoccuparmi perché lo Spirito Santo provvederà a tutto, a parole e atteggiamenti colmi della sapienza della Croce, capaci di resistere ai sofismi della carne. E' Lui che ci fa stare saldi nella castità, nella verità che rifugge l'ipocrisia, nella sobrietà e nella purezza. E' Lui che persevera in noi, attestandoci che “nessun capello del nostro capo perirà” e accompagnandoci in un combattimento intriso d'amore, per non anteporre nulla a Lui, assolutamenteContro questo amore assoluto si scatena l'odio, perché “chi è amico del mondo è nemico di Dio”. La perseveranza ci rende oggetto di odio di ciò che il nostro amore non abbraccia e ha rifiutato. L'amicizia di Dio che ci ha raggiunti e coinvolti in un cammino di conversione al Vero, al Bello, al Buono, sovverte le gerarchie delle nostre priorità. Chiaro che “tutti” si ribellino e ci “odino”; è naturale che ci “tradisca” chi si sente da noi tradito nella friabile prospettiva della carne, le persone più care legate a noi dai vincoli del sangue, che devono essere purificati per rinascere nel sangue di Cristo, l’unico vincolo che non si corrompe. Come accadde ai fratelli di Giuseppe, che non riuscivano a gestire la profezia che egli annunciava con la sua sola presenza, con i suoi sogni e la sua vita. Erano carne della sua carne, e lo odiavano. Ma proprio quell'odio, ferendo il fratello, apriva misteriosamente la via alla loro salvezza. Ma doveva colpire Giuseppe, l'eletto di Dio, immagine dell'agnello che non avrebbe resistito all'odio del mondo intero. Giuseppe, profezia della Chiesa, e di ogni suo figlio, apostolo della misericordia che dissolve l'odio, dell'amore al nemico che disintegra il peccato nel sangue di Cristo. Dobbiamo però “metterci bene in testa di non preparare alcuna difesa” perché proprio l’odio che ci conduce ogni giorno ai “tribunali” e alle “prigioni” disseminati ovunque, dove siamo giudicati rifiutati e rinchiusi, rivela come tutta la nostra vita sia una magnifica “occasione”, uno specchio dove l'amore di Dio ha scelto di rifrangersi per la salvezza d'ogni uomo. E’ necessario essere “trascinati davanti a re e a governatori” perché in noi sia consegnato Cristo a ogni uomo. “A causa del suo nome” siamo posti sul candelabro, come un segno di contraddizione, odiati perché il mondo sia salvato. La nostra vita sarà sconvolta e rovesciata dal suo amore perché ci è donata per sconvolgere il piano del demonio, come fece Cristo con Giuda. Chi lo avrebbe immaginato che quel sangue sarebbe ricaduto sugli assassini per lavare ogni loro peccato? Chi lo può immaginare che il tuo sangue offerto per la moglie, il marito, i figli, i colleghi, per chi odia Cristo e la Chiesa, ricadrà su di loro anche oggi per scagionarli e socchiudergli il cammino al Cielo? La nostra vita, infatti, è la carne di Cristo offerta a tutti con amore infinito; come Santo Stefano, pervaso da una “lingua e una sapienza, a cui tutti i suoi avversari non potevano resistere, né controbattere” siamo chiamati a “tenere lo sguardo fisso su Cristo”; così il nostro volto risplenderà “come quello di un angelo”, testimone dell'amore celeste nel quale donarci e perdonare quanti ci odiano perché “non sanno quello che fanno”.






  • Martedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario


    Giacobbe e Rachele al pozzo



    αποφθεγμα Apoftegma

    Si abbeveravano le greggi,
    cioè da lì si attingeva lo Spirito Santo.
    E la pietra era grande, era la gioia della Presa d'acqua.
    E chi non conosce la gioia della Presa d'acqua 
    non conosce la gioia dello Spirito Santo.
    Si rimetteva la pietra fino alla festa successiva.
    E quando non la si rimetterà più
    sarà la festa di Sukkot dei tempi messianici.


    Midrash Tanaim 9

    UN ALTRO COMMENTO








    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Luca 21,5-11
    In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: “Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta”. Gli domandarono: “Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?”. Rispose: “Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: ‘‘Sono io’’ e: ‘‘Il tempo è prossimo’’; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine”. Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”.


    LA GELOSIA DELLO SPOSO AFFOGA NARCISO NELLE ACQUE DEL BATTESIMO PER FARLO RINASCERE CON LUI NELL'AMORE CHE LO RENDE LIBERO E SAPIENTE


    Mancano pochi giorni all'Avvento, e oggi la Chiesa ci prepara a questo tempo così importante mettendoci davanti la figura di Narciso. Era un giovane molto bello, del quale si innamorò perdutamente Eco, una ragazza splendida ma troppo loquace. Gli dei vollero punire questo suo difetto e la resero muta. Era capace di ripetere solo le ultime parole che le rivolgevano. Narciso non resistette a questo difetto della sua innamorata. Non la ritenne degna di lui e si chiuse nel suo egoismo, decidendo che non le avrebbe mai rivolto le parole "ti amo". Per questo Eco morì di crepacuore. Gli dei, quando si accorsero del dramma, condannarono Narciso a chiudersi sempre più in se stesso, e a innamorarsi della sua immagine. Al punto che, vedendola specchiata in un laghetto, volendola abbracciare rimase annegato nel fondo dello specchio d'acqua. Narciso è immagine di tutti quelli che non sanno che farsene dell'Avvento perché non aspettano niente e nessuno. Narciso in fondo non vive neanche per se stesso, ma per la sua immagine. E' un drogato che si ciba del suo ego mascherato e poi idolatrato. Esattamente come accade a noi quando il demonio riesce a spiaccicarci sullo specchio d'acqua che riflette la nostra immagine, inducendoci a pensare esclusivamente a noi stessi, ai pregi o ai difetti, e dimentichiamo Dio, che ci ha creati belli e perdonati mille volte per annunciare la bellezza del suo amore. Ci siamo innamorati del tempio dimenticando il suo illustre Ospite, perché, ingannati dal demonio abbiamo creduto fosse opere delle nostre mani. E così anneghiamo nell'immagine falsa di noi, come il Tempio rovinato su stesso. Per questo non sappiamo più dire a nessuno "ti amo": invece di abbeverarci alla fonte dell'amore che è Dio, ci specchiamo nel nostro nulla sino a morirci affogati tra depressioni e crisi esistenziali. Non può dire "ti amo" a nessuno chi non sa dirgli prima "Dio ti ama". Così un marito o una moglie, un genitore, un fidanzato, un amico. Una cattedrale (leggi anche parrocchie e seminari) costruita in tanti anni, può essere distrutta da un terremoto, o divenire un museo o auditorium per concerti, come ve ne sono tante, segno profetico e drammatico del narcisismo di cui soffrono in tanti nella Chiesa contemporanea. Il tanto specchiarsi ha trasformato la bellezza degli edifici che esprimeva il contenuto di fede e che aiutava a entrare in comunione con Dio, in merce da esporre in vetrina, immagini stampate su tazze nelle quali turisti sbadati prenderanno il caffè una volta tornati a casa dalla vacanza. Ecco, questo sguardo profetico e celeste sulla storia, che sa vedere e interpretare alla luce della fede ciò che sta accadendo nel mondo, nella Chiesa, nelle nostre famiglie e nella nostra vita, è il discernimento che distingue i cristiani. Discernere è "separare" per distinguere e comprendere ogni persona, fatto o cosa in relazione all'altra; se non si distingue non si può legare, se non si scopre la diversità non può emergere l'amore. Capite allora come Narciso sia proprio colui che, incapace di amare perché incapace di distinguere l'altro dalla sua immagine che vede riflessa in tutto (è il sintomo dell'esigenza parossistica di autoaffermazione che portiamo dentro tutti, specie in questa generazione, e che emerge prepotente nell'uso egolatrico dei social networks). Non a caso, infatti, il modo con cui Dio ha creato l'universo è stato proprio il discernere, separando cioè ogni elemento perché, nella loro distinzione, uscissero dal dal caos. Il discernimento dunque ci fa partecipi dell'opera creatrice di Dio; per questo, l'amore, che nasce dal discernimento, dal riconoscere cioè la diversità dell'altro che lo separa e distingue da me per potermi donare gettandomi in lui, è pura creatività. L'amore non è mai routine, ma è storia nuova ogni giorno, perché sorge dal pensiero di Dio per farsi carne e vita attraverso la mia carne offerta per accogliere e perdonare. 
    Questo è il senso più profondo dell'Avvento fratelli: Narciso non aspetta perché non ama, mentre un figlio di Dio ha gli occhi del cuore aperti e capaci di discernere in ogni evento e relazione l'occasione per accogliere l'opera creatrice di Dio che fa nuove tutte le cose. Per questo il Signore ci chiama oggi a discernere i segni dei tempi con “attenzione” per “non lasciarci ingannare” dal pensiero del mondo che, infiltrandosi spesso anche nella Chiesa, pretende di parlare “nel suo nome”; esso legge il “tempo” che viviamo come “prossimo” a chissà quali “rivoluzioni” morali e “guerre” culturali, destinate ad inaugurare un mondo nuovo di pace e tolleranza. “Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo”, ammoniva l’allora Card. Ratzinger. Per questo non siamo “terrorizzati” davanti alla storia e ai terroristi, e non ci lasciamo “prendere dal panico” per “seguire” la menzogna dei falsi profeti. Sappiamo, per esperienza, di vivere nel “prima” dove Dio parla e agisce con i “segni” della Croce che, come un aratro, dissoda il terreno della storia perché vi sia seminata la salvezza. Per questo “è necessario che accadano” gli sconvolgimenti nella vita degli uomini: i “terremoti, le carestie e le pestilenze” sono certo i frutti del peccato, ma Dio non vi si oppone proprio perché ci ama e vuole svegliarci. Così i problemi in famiglia, al lavoro, a scuola; così la crisi del figlio e della fidanzata, così la malattia e il licenziamento. Il male “deve” emergere “di luogo in luogo”, come il pus da una ferita, perché possa incontrare ancora e sempre il Medico che lo assuma trasformandolo in misericordia.Nelle “sollevazioni di popoli e regni” gli uni contro gli altri, appare la divisione seminata dal demonio, il peccato che ha reso nemici Adamo ed Eva, e poi, come un fiume in piena, tutti i loro figli da Caino e Abele per ogni generazione, sino a “distruggere” il vero Tempio, il corpo benedetto del Signore. Vi è una fine che non è il fine che aspetta ogni cosa, ed è la fine che dischiude la vita celeste. Non siamo nati per una "fine", ma per il "compimento" della nostra vita nell'amore. Per questo quando tutto crolla nella nostra vita significa che essa sta per "compiersi". Il rumore sordo delle “pietre” che cadono le une sopra le altre, annuncia infatti il mistero Pasquale di Gesù che “distrugge” ogni “spelonca di ladri”, esteriormente “bella” e degna di “ammirazione”, ma “piena di rapina e iniquità” al suo interno. Quelle pietre ci ricordano la pietra grande deposta sul pozzo di Sichem, che impediva a Rachele di far abbeverare il suo gregge, pesante come quella che serrava il sepolcro del Signore. Un midrash ci racconta che "una rugiada di risurrezione discese dai cieli su Giacobbe rendendolo coraggioso e forte. Grazie a questa potenza, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e le acque salirono dalle profondità, traboccarono e inondarono. I pastori stavano in piedi, stupefatti, perché non era più necessario il secchio per attingere". Con la stessa potenza il Signore è risorto dal sepolcro facendone rotolare via la pietra. Dietro ad ogni “fatto terrificante” e ai “segni grandi dal cielo” che sconvolgono la storia e la nostra vita, vi è il Signore "forte e coraggioso" che sta rovesciando di nuovo la pietra che ci tiene prigionieri nella tomba, per aprire un varco affinché la sua vittoria sulla morte giunga sino a noi come acqua che "trabocca" di vita. E’ Lui che, a tutti noi assetati d’amore e verità, attraverso la forza dei fatti che per il mondo significano solo distruzione, rivela il potere del suo amore che dischiude, come fece Giacobbe innamorato di Rachele, il pozzo dove “dissetarci con gioia dell’acqua viva dello Spirito Santo che zampilla sino alla vita eterna”.


  • Lunedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario


    αποφθεγμα Apoftegma
        

    Non voglio ammassare meriti per il cielo; 
    voglio lavorare solo per il tuo Amore, 
    nell'unico desiderio di farti piacere, 
    di consolare il tuo sacro Cuore 
    e di salvare anime che ti ameranno per sempre.
    Al tramonto di questa vita, 
    mi presenterò a Te, o Signore, 
    con le mani vuote, 
    perché non voglio domandarti di cantare le mie opere... 
    Tutta la nostra giustizia si presenta macchiata ai tuoi occhi. 
    Voglio rivestirmi dunque della tua Giustizia 
    e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Tè. 
    Non voglio altro Trono o altra Corona se non Tè, o mio Diletto!...

     S. Teresa di Lisieux






    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Luca, 21,1-4 

    In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una povera vedova che vi gettava due spiccioli e disse: “In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere”.





    SOLA A SOLO


    La vedova offre tutto di lei a Colui che ha "gettato" nel suo Tempio tutto di sé. Lei sa che è vedova proprio perché Lui ha consegnato se stesso sulla Croce per lei! E' morendo che l'ha sposata, per questo è solo morendo a se stessa, consegnando a Lui tutto ciò che ha per vivere che può accogliere e rimanere in quelle nozze. Dando tutto se stessa ritrova vivo il suo Sposo proprio in quell'amore assoluto generato dal dono assoluto di Gesù. Chi ama senza riservare nulla per se stesso vede la morte dischiudersi sulla vita. Siamo tutti vedove, perché Cristo è morto amando ciascuno di noi, come le madri che muoiono di parto per intenderci. Per Lui amarci ha significato morire, per questo proprio il fatto di sperimentare una mancanza, un'aridità, l'impossibilità di essere completamente felici, è il segno che Lui è il nostro sposo. Un cristiano, infatti, vive nelle "conseguenze" dell'amore di Cristo. I due spiccioli offerti dalla vedova sono la "dote" con la quale si è affacciata alle nozze: le stigmate dello Sposo che le ha rapito il cuore con un amore unico, capace di scendere sino all'ultimo suo peccato, per caricarlo su di sé e così cancellarlo per sempre. Quei due spiccioli sono la ferita che la sposa ha inferto nel cuore dello Sposo e quella di Lui impressa in lei: la debolezza della sposa nella carne di Cristo e il suo amore nella carne di lei. Le nozze con il Signore sono il cammino quotidiano seguendo le sue orme spesso invisibili, in eventi che non comprendiamo, nel dolore e nella fatica, nel sacrificio e nelle frustrazioni, nei rifiuti e nella routine. Sei solo, ammalato, umiliato? Posi i tuoi passi nella precarietà? Stai sperimentando cioè la vedovanza? Significa che la tua vita è finalmente autentica, che stai imparando a vivere solo della Parola che esce dalla bocca dello Sposo, il suo amore che ti parla e ti nutre nella Chiesa. Stai camminando come una creatura nuova, rinata nel sangue e nell'acqua che sgorgano dal costato di Cristo e giungono a te attraverso le viscere della Chiesa; coraggio, perché proprio quello che ti fa debole come una vedova sta plasmando in te il fragile vaso di creta che, solo, può accogliere la potenza straordinaria che viene "da" Dio. Sei stato scelto per essere nel mondo come la vedova del Vangelo, perché sia manifesto a tutti che in noi vi è una vita che viene "dal" Cielo, soprannaturale, infinita, che possiamo offrire senza il timore che svanisca. Ciascuno come la Vergine Maria ai piedi della Croce, "Sola a solo", lontani cioè dagli sguardi e dalla gloria vana di questo mondo, per vivere con Lui nel "segreto della stanza nuziale", la Croce che nessuno conosce, laddove solo lo Sposo può vederci nudi e abbandonati a Lui. Non serve "sentire" l'amore di Cristo, è il "superfluo" che tutti cerchiamo: è importante "vivere" il suo amore nel buio che avvolge, quasi sempre, la nostra esistenza. Se è «gettata» con il Signore e «deposta» nel «tesoro» del suo amore, questa giornata avrà allora, istante per istante, un valore infinito, come uno spicciolo d’oro incorruttibile che risplende già per l’eternità.


    Come quei ricchi, anche noi per tanto tempo abbiamo offerto a Dio e agli altri il "superfluo", dando importanza agli aspetti marginali della vita, mentre fluiamo sull’essenziale e fondamentale (secondo l'etimologia latina del termine «superfluus», composto da «super» - «sopra» - e «fluus» - «scorrere»). Quei ricchi, infatti, sono immagine di chi è incapace di amare, di consegnare cioè, oltre la superficie, la «propria vita». Sono come sposi adulteri perché con l'offerta del loro "superfluo" non si mettono in gioco: i loro rapporti siano chiusi nell’egoismo e così offrono, e a caro prezzo, solo quella parte di se stessi che non li espone ai rischi di un impegno autentico e totale, cercando con essa di servirsi di Dio e del prossimo. Tra il «superfluo» e la propria «ricchezza» vi è come un anticoncezionale che li protegge da eventi imprevisti; come accade nei rapporti sessuali chiusi alla vita, pre o post matrimoniali: ci si illude di poter piegare la storia e gli affetti secondo le passioni della carne, traendone una momentanea soddisfazione, come quella offerta dall'ammirazione degli altri; senza però accorgersi di sciupare così nella sterilità la propria vita e quella degli altri. Ma Dio ha avuto pietà di noi e, attraverso gli eventi della nostra storia, ci ha umiliati perché, nella Chiesa, potessimo accogliere il suo amore infinito. Guarda alla tua vita, e vedrai come a poco a poco Dio ti ha condotto ad essere come la "vedova" che giunge al Tempio appena purificato da Gesù spogliata di ogni «superfluo»; come l’«ultima nella società», secondo l'originale greco reso nella traduzione con «nella sua miseria». Ha percorso un lungo cammino di conversione per giungere a compiere il gesto di cui si accorge Gesù. La Parola di Dio, i sacramenti e le esperienze dei fratelli vissute nella comunione della comunità cristiana l'avevano condotta a scoprire che l'unica sua sicurezza erano quei «due spiccioli» che si accingeva ad offrire: "due", come lei e il suo Sposo uniti in una stessa carne e in un solo spirito; nulla più di quell’amore esclusivo, l’unico capace di farla «vivere», perché aveva sperimentato che solo Cristo era «tutto quello che aveva per vivere». Per questo, «gettando le due monete» nel tesoro del Tempio, entra nelle acque del battesimo, immergendosi in un amplesso che ha già qui sulla terra il sapore del Cielo: due monete, lei unita a Lui, nel talamo nuziale che è il suo unico e vero tesoro, quello dove ha il suo cuore. La sua vita unita a Cristo, il Tempio del Padre fatto carne, che la trasformata nel Tempio pronto a ospitare la shekinàh di Dio che tutto trasfigura in una bellezza infinita. Per questo, offre tutto di lei a Colui che ha "gettato" nel suo Tempio tutto di sé. Lei sa che è vedova proprio perché Lui ha consegnato se stesso sulla Croce per lei! E' morendo che l'ha sposata, per questo è solo morendo a se stessa, consegnando a Lui tutto ciò che ha per vivere che può accogliere e rimanere in quelle nozze. Dando tutto se stessa ritrova vivo il suo Sposo proprio in quell'amore assoluto generato dal dono assoluto di Gesù. Chi ama senza riservare nulla per se stesso vede la morte dischiudersi sulla vita. Fratelli, siamo tutti vedove, perché Cristo è morto amando ciascuno di noi, come le madri che muoiono di parto per intenderci. Per Lui amarci ha significato morire, per questo proprio il fatto di sperimentare una mancanza, un'aridità, l'impossibilità di essere completamente felici, è il segno che Lui è il nostro sposo. Un cristiano, infatti, vive nelle "conseguenze" dell'amore di Cristo. "Rimanere nel suo amore" significa accogliere la nostra storia così come è, giorno dopo giorno: inoltrarci e nasconderci con Lui nella notte oscura che ci accompagna al Paradiso. Guardiamo ai santi che Dio ci dona come parole vive nelle quali si è compiuto il Vangelo di oggi: l'amore con cui Cristo li ha cercati, perdonati, amati si è compiuto sulla Croce: per questo, le nozze mistiche con cui li ha uniti indissolubilmente a Lui si sono compiute nella notte oscura della vedova, segnata dalle stigmate visibili o invisibili con le quali lo Sposo ha impresso in loro il suo amore. Ecco, i due spiccioli offerti dalla vedova sono la "dote" con la quale si è affacciata alle nozze: le stigmate dello Sposo che le ha rapito il cuore con un amore unico, capace di scendere sino all'ultimo suo peccato, per caricarlo su di sé e così cancellarlo per sempre. Quei due spiccioli sono la ferita che la sposa ha inferto nel cuore dello Sposo e quella di Lui impressa in lei: la debolezza della sposa nella carne di Cristo e il suo amore nella carne di lei. Tutto questo illumina la nostra vita di oggi: siamo di Cristo proprio perché Lui oggi non è qui! Lui ci precede in Galilea, non lo possiamo trattenere, come ha detto alla Maddalena. Le nozze con il Signore sono dunque il cammino quotidiano seguendo le sue orme spesso invisibili, in eventi che non comprendiamo, nel dolore e nella fatica, nel sacrificio e nelle frustrazioni, nei rifiuti e nella routine. Sei solo, ammalato, umiliato? Posi i tuoi passi nella precarietà? Stai sperimentando cioè la vedovanza? Significa che la tua vita è finalmente autentica, che stai imparando a vivere solo della Parola che esce dalla bocca dello Sposo, il suo amore che ti parla e ti nutre nella Chiesa. Stai camminando come una creatura nuova, rinata nel sangue e nell'acqua che sgorgano dal costato di Cristo e giungono a te attraverso le viscere della Chiesa; coraggio, perché proprio quello che ti fa debole come una vedova sta plasmando in te il fragile vaso di creta che, solo, può accoglierela potenza straordinaria che viene "da" Dio. Sei stato scelto per essere nel mondo come la vedova del Vangelo, perché sia manifesto a tutti che in noi vi è una vita che viene "dal" Cielo, soprannaturale, infinita, che possiamo offrire senza il timore che svanisca. Ciascuno come la Vergine Maria ai piedi della Croce, "Sola a solo", lontani cioè dagli sguardi e dalla gloria vana di questo mondo, per vivere con Lui nel "segreto della stanza nuziale", la Croce che nessuno conosce, laddove solo lo Sposo può vederci nudi e abbandonati a Lui. Non si tratta di grandi gesti «superflui» ma della «fedeltà nel poco», lo «spicciolo» che costituisce oggi la nostra vita da offrire insieme a Cristo: è Lui che tesse ogni filo della nostra esistenza, anche quello che sembra non avere capo né coda, per farne un drappeggio meraviglioso. Non serve "sentire" l'amore di Cristo, è il "superfluo" che tutti cerchiamo: è importante "vivere" il suo amore nel buio che avvolge, quasi sempre, la nostra esistenza. Se è «gettata» con il Signore e «deposta» nel «tesoro» del suo amore, questa giornata avrà allora, istante per istante, un valore infinito, come uno spicciolo d’oro incorruttibile che risplende già per l’eternità.