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Orario Messe nel periodo Covid-19

Giorni Festivi: 7.30 - 9.00 - 11.00 - 18.00
 
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Liturgia delle ore

Ufficio delle Letture: 07.45
 
Lodi: 08.10 (festivi 08.30)
 
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Recita del Rosario:

Tutti i giorni: 17.30

Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Martedì della XVIII settimana del Tempo Ordinario. Anno A



    Masaccio. Il battesimo dei neofiti

    αποφθεγμα Apoftegma


    Nel battesimo c'era una forza stupenda, 
    in questa vita dei primi cristiani c'era una forza 
    che poteva in un periodo avverso, del tutto contrario, come quello delle persecuzioni, 
    del paganesimo, di una cultura pagana e molto mondana direi 
    (sappiamo bene quale fosse la vita della Roma dei primi anni dell'era cristiana),
     poteva animare una cristianizzazione profonda 
    che si diffondeva non solo tra le persone, tra le famiglie, 
    ma si allargava alle nazioni intere.

    Giovanni Paolo II




    L'ANNUNCIO
    In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!». 
    Allora, riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo!». 
    Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: «Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?». 
    Ed egli rispose: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!».
     (Dal Vangelo secondo Matteo 15,1-2.10-14)


    PURIFICATI PER RISPLENDERE COME SEGNO DI CRISTOR RISORTO NEL MONDO

    Che cosa oggi mi "rende impuro"? Che cosa, cioè, mi impedisce di presentarmi al cospetto di Dio per celebrare la liturgia di lode che a Lui conviene? Per Israele, infatti, la purificazione non era solo una smacchiatura; le impurità contratte tagliavano fuori dalla comunità, erano un impedimento alla partecipazione piena alla vita santa del popolo santo del Dio santo. Bastava uscire di casa e toccare qualcosa di impuro per mischiarsi con il mondo pagano e impuro, perdendo così la "santità", ovvero l'essere separato per appartenere a Dio, il totalmente altro. Non era uno scherzetto... Avere contatto con determinate cose e persone faceva perdere la propria identità, la ragione che determinava il proprio modo di vivere e di stare sulla terra unito al Popolo eletto da Dio per testimoniare la sua esistenza e la sua unicità alle Nazioni. Per noi oggi difficile comprenderlo, ma era qualcosa di profondo, tanto radicato che le abluzioni, riassunte nel brano di oggi dal "lavarsi le mani", partivano in automatico. E i farisei ne erano i campioni, cercando di tenersi lontani da cose, animali, persone o luoghi impuri; e, soprattutto, purificando ciò che ha relazione con la nascita, la morte, l’alimentazione, la sessualità. Era qualcosa di simile al farsi una doccia dopo una corsa. Al ritorno dal mercato, ad esempio, ci si sentiva impuri, ed era una necessità immergere le mani nell'acqua. Per questo, attraverso i rituali di purificazione, era come se si fosse riammessi a partecipare della vocazione unica di Israele. Un ebreo era cosciente di essere stato chiamato a far parte di un Popolo diverso da tutte le Nazioni, destinato a ridestare sulla terra la memoria dell'Eden perduto a causa del peccato. Il mondo, infatti, a causa del peccato di Adamo era divenuto impuro; ma Dio aveva scelto un piccolo popolo insignificante per far risplendere, nell'impurità, la purezza della sua presenza, del suo amore misericordioso. Per questo, uno dei comandamenti più importanti che Dio ha dato a Israele è quello di costruire un santuario: "Essi mi faranno un santuario, affinché io possa abitare fra loro" (Es 25,8). Durante l'esodo nel deserto esso fu un tabernacolo, che divenne il Tempio Santo di Gerusalemme quando il popolo si stabilì nella Terra Promessa. Nel santuario il male, ovvero l'impurità, non sarebbe dovuta entrare: "il santuario doveva essere come un giardino dell'Eden in miniatura, dedicato totalmente al servizio di Dio, e ne sarebbe stata esclusa qualsiasi cosa appartenente allo stato decaduto dell'uomo" (A. Kaplan). Per questo, non poteva entrare nel Tempio chi si trovava in stato di impurità. Tumah, l'impurità rituale, era dunque originata dal peccato; quindi, si diventava impuri a partire dal cuore. Esattamente quello che affermava Gesù. Egli non stava abolendo nulla, ma portava tutto a compimento. Gesù pensava al battesimo, al lavacro che avrebbe rigenerato il cuore! Tutto ciò che è esterno ad esso non lo rende impuro; non "quello che entra nella sua bocca", non il contatto con un cadavere, non un utensile costruito da un pagano, ma "quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo!". Le parole generate da un cuore impuro rendono l'uomo incapace di un culto sincero a Dio; il peccato che abita in noi ci separa da Dio, rigettandoci nell'impurità del mondo. Le "tradizioni" e i precetti esteriori, che Gesù non condanna assolutamente, sono segni che rendono visibile una realtà interiore, esplicitano un contenuto. Immergersi nell'acqua della "mikvah", la piscina rituale presente nelle case ebree, è un segno che esprime il desiderio sincero di convertirsi, di rompere con il peccato. Così come con il "lavarsi le mani", o con il compimento degli altri precetti di purificazione, ogni ebreo era chiamato a "versare i propri cuori come acqua" (Lam 2,19). Allora perché i farisei si erano scandalizzati? Perché "i discepoli di Gesù trasgredivano la tradizione degli antichi, poiché non si lavavano le mani quando prendevano cibo"? Questa era la ragione ufficiale... Ma non era qui il punto. Essi sapevano bene quale fosse lo spirito della tradizione. Ma lo avevano pervertito, idolatrando il fare a danno dell'essere, privilegiando l'esteriore sull'interiore. Per questo Gesù e i suoi discepoli, con il loro operare, compiono un gesto profetico, come quelli compiuti dal loro Maestro, che mangiava con i peccatori, toccava i lebbrosi e i morti, frequentava i pagani. Rompono il velo d'ipocrisia che nascondeva la verità sui farisei; essi recitavano un copione di purificazione che non rispondeva alla realtà del loro cuore, come facevano gli attori, chiamati appunto "ipocriti", nel grande teatro di Sefforis, vicino a Nazaret: "Gli ipocriti sono operatori di finzioni sul tipo dei presentatori dell'altrui personalità nelle rappresentazioni teatrali" (S. Agostino). Se non esprime un contenuto di autentico e sincero pentimento, se non c'è conversione, qualsiasi rito resta un'ipocrisia, una menzogna che afferma qualcosa che non esiste. Le abluzioni che servono a delimitare l'ambito del sacro manifestano un'elezione, una chiamata e una consacrazione, un essere messo da parte per una missione. E tutto ciò è opera di Dio. E' vero per Israele, è altrettanto vero per i discepoli di Gesù. La chiamata è divina, la vocazione è celeste, l'elezione è gratuita. Non si compra con i propri sforzi; non c'è opera nella carne che renda puro l'uomo! L'amore, come l'elezione, si accolgono, umilmente, con un cuore contrito e umiliato che ha conosciuto la propria indegnità, la propria impurezza. Non è lottando contro le strutture impure della società, non è eliminando l'impurezza del mondo che ci si appicica addosso che diventiamo puri. Chi è stato purificato dalla misericordia di Dio, chi è entrato nelle acque del battesimo e ha ricevuto una nuova natura e un cuore nuovo, non resta contaminato dal mondo. Anzi, ci si getta dentro, ci si sporca, per annunciare il Vangelo di Cristo risorto, perché "“Tutto è puro per chi è puro”, omnia munda mundis (Tt 1, 15)! Questo annunciava il "non lavarsi le mani dei discepoli" di Gesù, l'avvento del Messia che avrebbe purificato il cuore. Certo, occorre lottare ed essere vigilanti perché il mondo, la carne e il demonio non tornino ad infilarsi nel cuore; ma non si costruisce una casa dal tetto... Anche i discepoli di Gesù si laveranno le mani, eccome, attingendo alle fonti d'acqua viva che sono i sacramenti. Ma sarà sempre perché essi camminano ogni giorno in conversione, rinnovando ad ogni passo le rinunce a satana e le promesse battesimali, per difendere nel cuore la Grazia della vita celeste ricevuta nel battesimo. Questo, infatti, nella Chiesa primitiva, sigillava un miracolo che si era "già" dato: la fede ricevuta, accolta, maturata, che si esprimeva in frutti con il sapore della vita eterna. Senza la fragranza dell'amore al nemico, della libertà dai beni di questo mondo, senza la carità visibile nella vita, la Chiesa primitiva non amministrava il battesimo. San Paolo esortava i cristiani di Roma ad offrire i propri corpi come sacrificio vivente santo e gradito a Dio. La vita come un'oblazione, la vita crocifissa con Cristo. Una vita diversa, santa, separata dai lacci del mondo, della carne e del demonio, per far risplendere nel mondo la presenza amorevole di Dio. S. Ignazio d’Antiochia scriveva ai Romani: “Il mio amore è stato crocifisso e non c’è in me fuoco di passione… non mi attirano il nutrimento di corruzione e i piaceri di questa vita”. Questa vita nasce da un cuore nuovo, nel quale è scritta la Parola viva e operante in un corpo preparato per essere offerto: "Entrando nel mondo, Cristo dice: ‘Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo — poiché di me sta scritto nel rotolo del libro — per fare, o Dio, la tua volontà’. Dopo aver detto prima, non hai voluto e non hai gradito né offerte né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre" (Eb, 10). Vi è dunque un sacrificio nuovo, un culto nuovo, in Spirito e verità, che è la vocazione di ogni cristiano. La nuova liturgia di lode che Cristo ha inaugurato nell'offerta del suo corpo. Nello Spirito Santo ogni nostro pensiero e azione acquista senso, e autenticità; in Cristo ogni istante della nostra vita diviene un'oblazione d'amore. E' il compimento dell'amore umano nell'amore celeste: "Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l'amore non è mai « concluso » e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso. Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia" (Benedetto XVI). Così, nell'amore, siamo chiamati ad essere santi nel Santo; a far parte di un popolo celeste che cammina sulla terra facendo visibile la vita eterna, l'amore e l'unità. Le abluzioni e ogni altra tradizione, ogni precetto e comandamento aiutano chi li compie a ricordare la propria appartenenza, ma non la realizza. Essa è un fatto di cuore, mente e corpo. E' la Parola dello Shemà che si compie, per Grazia, nella vita concreta di ogni giorno: amore con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze. Un'appartenenza che non disperde un istante, un pensiero, uno sguardo, una parola. Ciò scaturisce dall'essere completamente immersi nel mistero Pasquale di Cristo, come in un battesimo che si rinnova ad ogni centimetro del cammino, e ci fa appartenere a Lui. E' questo il cuore della Legge, del desiderio di totalità e assolutezza che gli stessi farisei tentavano di esprimere con le abluzioni e i precetti con i quali speravano di imbrigliare la carne purificandola in una rigida disciplina. Ma la malizia non è al di fuori dell'uomo, è un veleno che si porta dentro. E' il segreto del nostro intimo che ha bisogno di purificazione, dell'acqua della misericordia e del fuoco dello Spirito Santo. E chi non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ha un altro spirito, per quante abluzioni compia; ha lo spirito del mondo e del padre della menzogna, e compie le opere del suo padre. Rivestire un cuore malato e perverso di tradizioni e riti che annunciano la santità è quanto di peggio possa accadere. E' il trionfo dell'ipocrisia che cela e imbriglia la verità. E' il triste segno dal quale si riconoscono la "piante che non sono state piantata dal Padre celeste" del Signore. E qui Gesù è durissimo, come poche altre volte. Altro che buonismo, e occhiucci dolci, e amore di Nutella. Attenzione ai "ciechi e guide di ciechi"! Conducono quelli che legano a sé nell'oscurità del mondo; ma come, la Chiesa è "luce", e questa parrocchia chiude nel buio i suoi figli e quelli che bussano alle sue porte? Dovrebbe essere come la luna, un riflesso di Cristo "lumen gentium" e invece, è un'eclisse totale, e le famiglie si rompono, e i ragazzi si perdono, perché nessuno ha tempo e voglia di andare a cercare la pecora perduta. "Lasciateli" dice il Signore. "Lasciateli", non li seguite, per non "cadere" con loro, "nella fossa" della morte. Che significa? Che ci sono "ciechi" tra quelli che "guidano" il popolo di Dio. E chi sono? Gli "ipocriti" ai quali non importa il cuore ma l'esterno. I superficiali che, concentrati su se stessi, giudicano Gesù Cristo e i suoi discepoli! Gli "ipocriti" vestiti da pastori che allontanano i poveri, i piccoli, i peccatori che "non si lavano le mani". I pastori e i fedeli che non riconoscono i discepoli di Gesù e li cacciano, li scandalizzano. Ma guai a loro, è meglio che si mettano una corda al collo e si gettino nel mare. Vuoi sapere chi sono i discepoli del Signore? Guardati intorno, guarda chi stai disprezzando, quelli che hai già cancellato. Guarda i più deboli, gli "affaticati e oppressi" dai peccati e da una Legge che non riescono a compiere. Ma bisognerebbe avere uno sguardo puro per vedere oltre le apparenze, e intercettare i loro cuori feriti, spezzettati, che non ce la fanno più e non hanno nessuno che li chiama a sé per trovare ristoro. Leggi, ancora leggi, e mai nessuno che gli annunci che il giogo di Cristo è l'unico leggero, perché con la sua resurrezione ha reso gloriosa ogni croce. Guarda quanti di questi sono scacciati dalle parrocchie, che i parroci costruiscono come scatole dettandone le misure a suon di regole e progetti pastorali, le "tradizioni di uomini" troppo piccole per accogliere questa ciurma di straccioni. Guarda quanti, idolatrando le loro regole, si fissano sui loro principi, sui loro libri, su quello che gli hanno insegnato, sulla loro cultura, sul nazionalismo, e soffocano la ricchezza dei carismi che Dio dona alla Chiesa, chiudendo le porte al soffio dello Spirito Santo che il Padre manda per "piantare la sua pianta!"... Guarda come si "scandalizzano" i farisei di quanti "non si lavano le mani" come vorrebbero loro; sono schiavi della carne, che esige saziarsi di persone che compiano i loro progetti e ideali di Chiesa, parrocchia, fraternità, carità... E invece questi "discepoli di Gesù" che vengono a rompere gli schemi, che hanno bisogno di un pane che essi non hanno e non sanno dare. Ma come, si chiede così? Non sapete che bisogna fare così, così e così? Dovete mangiare quando, come e quello che dico io, qui sono tutti uguali, altro che particolarismi... Qui non ci sono figli e figliastri... Ah sì, in una famiglia per caso non ci sono un figlio più debole, malato, e uno più forte e sano? No secondo loro, perché in Chiesa tutti uguali, a "lavarsi le mani"! E così impediscono alle persone di incontrare Cristo, l'unico che salverebbe il loro matrimonio, che li strapperebbe dalla droga, dagli inganni mondani, perché purificherebbe il loro cuore; e chi ha il cuore puro è beato perché vede Dio operare per il suo bene e può convertirsi... Mai nessun piano pastorale ha mai curato il cuore di un peccatore... E così, questi pastori che ingrassano se stessi come i farisei che facevano tutto per essere ammirati, fanno "cadere" i piccoli "nel fosso" della morte insieme a loro. Guardateli, infatti, come sono sempre polemici, attenti all'orologio e al portafoglio, le luci per carità, e le sale, servono anche alle feste di compleanno, se no come pago i lavori di restauro... Eccoli pronti a fustigare, a giudicare il moscerino nell'occhio del fratello e di chi non ha ancora conosciuto l'amore di Dio. Sono ipocriti che vivono nel buio di un fosso senza misericordia, e "saranno sradicati", perché non è stato il Padre a piantarli... Come spesso anche noi, che ci troviamo senza radici per aver creduto alla menzogna del demonio, che ci ha detto di essere come Dio... Noi che, per questo, orgogliosi e moralisti, scandalizziamo i nostri coniugi, i figli, dei quali siamo "guide cieche" che li trasformano in "ciechi" come noi. Abbiamo la luce da offrire anche a loro? No, vero? Brancoliamo nel buio, accettiamolo e andiamo a farci illuminare... Entriamo seriamente in conversione, per diventare "fotomenozoi", portatori di luce, come erano chiamati i neofiti, i cristiani appena battezzati. Allora, per essere liberati dall'ipocrisia, abbiamo bisogno di un vestito nuovo, di indossare la bianca e luminosa tunica della Grazia, la vita divina donata per pura misericordia. Altro che le toppe di qualche regola, che invece di significare il Cielo mostrano l'orgoglio della carne. No, la storia che Dio prepara per noi, illuminata dalla sua parola, ci conduce alla libertà, che nasce da un cuore circonciso, umiliato, piccolo, triturato nella misericordia; il cuore di Cristo. Lo abbiamo oggi? Oppure è malato, avvelenato e reso impuro da pensieri e criteri mondani? Forse cerchiamo, senza costrutto, di compensare l'impurità con alcune pratiche più o meno religiose, o con la durezza legalistica che nasconde il disprezzo di se stessi e l'insicurezza, l'incredulità e l'incapacità di accettare la precarietà spirituale che ci obbliga a implorare pietà ogni secondo. Guardiamoci, guardiamo Cristo, e convertiamoci. Affidiamo al Signore le nostre tante impurità, lasciamoci amare, e perdonare. Che lavi i nostri occhi nei suoi, illuminati dall'amore; Lui i "ciechi" li guarisce e li guida nella luce verso il Cielo. A questo siamo chiamati anche noi per mezzo della nostra vita immersa nelle acque dell'autentica abluzione, di cui ogni altra era solo una profezia. La Grazia del battesimo che abbiamo ricevuto è preparata per noi anche oggi, nella confessione e negli altri sacramenti, nell'ascolto della Parola e della predicazione della Chiesa. Nelle viscere di nostra Madre possiamo purificare il nostro cuore, affinché la nostra vita sia trasformata in una liturgia di lode, un'abluzione per noi e per il mondo: "Tutte le nostre azioni sono oneste e gradite alla presenza di Dio, se sono compiute con il cuore schietto, ossia con l’intenzione verso l’alto nella finalità dell’amore…Quindi non si deve considerare tanto l’azione che si compie, quanto l’intenzione con cui si compie" (S. Agostino). Ecco che cos'è la purezza autentica! E' un cuore mosso da una retta intenzione, purificato alla radice; è come una fonte pura, perché batte nel cuore stesso di Cristo. Da esso sorgeranno pensieri e gesti che cercheranno il Regno di Dio prima di ogni cosa, e occhi puri che vedranno il Padre condurre la storia; questo cuore retto indicherà il sentiero della vita a chi lo possiede, il discernimento per riconoscere in tutto e tutti l'occasione per amare. Per questo il Padre ci ha eletti, il Figlio ha perdonato ogni nostro peccato e lo Spirito Santo ha preso dimora in noi: perché ogni uomo possa lavare i propri peccati nella stessa acqua della misericordia che ci purifica. Preghiamo allora, perché in ogni istante, il fiume d'acqua viva che sgorga dal fianco di Cristo, attraverso il seno della Chiesa, bagni la nostra vita; e così giunga a ogni uomo perché "possa lavarsi" e "prendere in cibo" l'amore di Dio.


  • Lunedì della XVIII setttimana del Tempo Ordinario (Anno A)




    αποφθεγμα Apoftegma

    In Cristo, Parola definitiva della sua rivelazione, 
    Dio si è fatto conoscere nel modo più pieno: 
    egli ha detto all'umanità chi è. 
    E questa autorivelazione definitiva di Dio 
    è il motivo fondamentale per cui 
    la Chiesa è per sua natura missionaria
    Essa non può non proclamare il vangelo, 
    cioè la pienezza della verità che Dio 
    ci ha fatto conoscere intorno a se stesso.

    San Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio




    QUI UN ALTRO COMMENTO









    L'ANNUNCIO


    Dal Vangelo secondo Matteo 14,22-36.
    Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E' un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Genèsaret. 
    E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, e lo pregavano di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano. 








    DALL'ABISSO DELL'INCREDULITA' AL CIELO DELLA FEDE ADULTA

    Pietro dà oggi voce a ciascuno di noi: Se sei tu... come dire, chi sei Signore, puoi davvero camminare sulle acque con una carne simile alla mia? Sei un fantasma, un'illusione, un'invenzione? E' la domanda che sorge prepotente di fronte agli eventi della storia, quelli che accolgono il cammino della Chiesa, come quelli che ci attendono nel dipanarsi dei giorni. E' la domanda che risuona nei territori di missione, soprattutto dove l'annuncio del Vangelo sembra sbattere contro un muro di indifferenza che spesso si fa ostilità e atroce persecuzione. Si tratta di una domanda seria, quella di una fidanzata innamorata che vuol conoscere il suo futuro sposo. Ma può nascondere la tentazione più grande, la stessa affiorata sulle labbra del tentatore, all'inizio e al culmine della missione di Gesù, tra il deserto e il Golgota: se sei Figlio di Dio... Se sei tu... Domanda ineludibile, crocevia fondamentale nel cammino della Chiesa e di ciascuno di noi. La conversione quotidiana a cui siamo chiamati, infatti, passa attraverso lo "scrutinio" di questa domanda. Rispondervi è questione di vita o di morte, per la Chiesa, per noi, per il mondo. Ma, per poterla porre con sincerità e non accademicamente, con il distacco e la superficialità dei sapienti di questo mondo, occorre avere obbedito con i discepoli all'ordine di Gesù, essere saliti sulla barca della Chiesa salpando verso il mare della storia e avere sentito in faccia le frustate del vento contrario. Occorre aver avuto paura per le onde che riempiono d'acqua la barca, e aver visto il Signore camminare accanto ad essa. Accanto, e non dentro con gli apostoli. Si tratta infatti di un'immagine che descrive bene il passaggio alla fede adulta a cui Pietro e tutti noi siamo chiamati. La predicazione ci annuncia Gesù risorto capace di camminare sul mare della morte. Ascoltiamo e vediamo, ma Lui è ancora "fuori" dalla nostra vita, che invece sembra affondare. Non ti trovi oggi in questa situazione? Sì, Gesù è risorto, ma io? Il matrimonio fa acqua, i figli non parliamone, la salute poi... E questa missione che non sembra dar alcun frutto, questo ufficio che è una routine insopportabile, le bollette che non riesco a pagare, e tutto tra i sorrisi beffardi e il rifiuto di chi mi sta intorno... Ed è proprio qui che sorge la domanda decisiva. Non ti scandalizzare se stai dubitando! Falla accidenti questa domanda, Gesù sta camminando accanto a te proprio per questo! E' tutto vero o è pura fantasia? Se sei tu chiamami, che abbia un sigillo, qualcosa che mi tolga il dubbio dal cuore. Chiamami Signore! E Gesù chiama Pietro, e chiama da venti secoli la sua Chiesa, e oggi anche ciascuno di noi: "Vieni!". E, come Pietro, come i suoi successori, come la teoria infinita di santi, conosciuti e sconosciuti, andiamo, ancora una volta obbedendo ad una sua Parola, e camminiamo, come Lui, sulla morte. Ma non basta: occorre sperimentare la verità. Pietro, per essere Pastore universale, deve scendere al fondo di se stesso e scoprire che, la domanda fondamentale, l'unica che schiuda alla rivelazione sull'autentica identità di Gesù, è quella che riguarda se stesso: chi sono? E non basterà quella volta sul mare di Galilea; dovrà scendere ancora, e scoprire sino in fondo il suo cuore adultero, traditore, apostata, complice dell'assassinio di Cristo; lui, che era convinto di non abbandonare mai quel profeta galileo che tanto amava, per conoscere Gesù e affidarsi completamente a Lui doveva giungere al capolinea della propria miseria. 





    Ma quell'esperienza nel mare era necessaria, come per te e per me. Il punto è che non gli bastava restare nella "barca" dove la Parola di Gesù gli aveva "ordinato" di entrare; non gli era stata sufficiente la chiamata a "precederlo all'altra riva". Come a noi tante volte non basta la predicazione. Perché? Perché non era entrato nella barca con una fede adulta, ma, come tutti noi, stava nella comunità dubitando; "uomo di poca fede" lo era già prima di salire sulla barca. Gesù lo aveva "obbligato" ad entrarvi, e il verbo originale greco è molto più violento di come appare in italiano. E, come noi, quando le onde cominciano a "strozzare" la sua vita, secondo l'originale, l'incredulità gli impedisce di abbandonarsi alla Parola di Gesù che gli appare come una violenza. Ci accade spesso, vero? Quando la storia ci "obbliga" violentemente alla chemioterapia, alla disoccupazione, al restare soli, E ci sembra proprio che ci stia "torturando". Come Pietro e gli apostoli, strappati al successo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, perché essere cristiani non è questo, ma è entrare nella morte per risuscitare con Cristo! E' sperimentare il perdono dei peccati, che possiamo conoscere solo quando la storia ci "tortura", e riconoscere in essa l'amore di Dio! E questo non ci piace, e resistiamo, e la viviamo come un'ingiustizia. Altro che fede, nella "violenza" con cui Dio ci "obbliga" per strade che non sopportiamo non può esserci amore. Niente da fare, non riusciamo a discernere che proprio quei passaggi "obbligati" sgretolano "torturando" l'uomo vecchio e orgoglioso per far posto all'uomo nuovo e santo... Per questo, quando ha visto Gesù arrivare camminando sul mare in tempesta, lo ha creduto un "fantasma". Ma Gesù non lo ha rifiutato, anzi, come non rifiuta oggi noi con i nostri dubbi. Ci sta assecondando, e ci chiama ancora, per fare l'esperienza che il nostro cuore incredulo esige. Sino a sperimentare di non avere fede... Pietro pensava che, camminando sull'acqua, avrebbe ottenuto una prova tangibile che Gesù non fosse un fantasma; invece, ha avuto la prova della propria incredulità. Eppure proprio qui è cominciata la fede. C'è da preoccuparsi invece, quando la fede si dà per scontata; nelle parrocchie, nei seminari, nei monasteri. Basta essere in parrocchia, fare qualche servizio, e questa sembra fede. Ah sì? Vediamo quando si alza il vento e le onde si increspano, laggiù, lontano "qualche miglio" dalle sicurezze della terraferma. Vediamo nella sofferenza, nel disprezzo, nei fallimenti, vediamo dov'è la fede... Pietro invece, proprio nella sua debolezza ha conosciuto la potenza di Cristo. Affondando nella sua paura, nello scandalo della propria debolezza, Pietro ha toccato la mano tesa e crocifissa di Gesù che rivestiva di forza il suo niente facendolo risuscitare. Questo avrebbe testimoniato al mondo! La consapevolezza della sua povertà, infatti, aveva cancellato quel "se" che lo turbava: è questa l'esperienza decisiva senza la quale non si diventa cristiani. Se non l'hai fatta, se sei prete o vescovo, madre o padre, catechista o non so che, se vai a messa e preghi tanto e non hai questo sigillo dentro, beh, non potrai seguire Cristo sino al Calvario; continuerai a dubitare, incatenato al "se", incapace di passare alla certezza del "sei tu". Per questo non riesci a perdonare, ad amare l'altro così com'è; per questo ti disprezzi e giudichi gli altri; per questo i tuoi figli finiscono dentro situazioni pericolose, tra canne e sesso, menzogne e crisi. C'entra poco l'età... A quindici anni come a ottanta, a trenta come a cinquanta, il "se" impedisce la libertà di seguire il Signore. Ma coraggio, perché quella notte, sul mare di Galilea, Pietro ha compiuto profeticamente il salto nella fede che caratterizza i figli di Dio. Ha fatto l'esperienza della Pasqua, che davvero Cristo è risorto, che è vivo, che la morte è vinta. Ha toccato la mano di Dio, un appoggio saldo che gli ha impedito di affogare. Ha sperimentato che c'è qualcuno che lo poteva tirar fuori dalla morte. Così anche noi e i nostri figli dobbiamo scendere i gradini che conducono alle acque del battesimo, che significa inoltrarsi nell'abisso della propria incredulità per poter gridare a Cristo: "Signore salvami!". Possiamo essere padri, madri, fidanzati, operai e dirigenti, amici e studenti solo conoscendo la nostra debolezza: "Dio vi lascia in quelle tenebre per la sua gloria; qui è il vostro grande profitto spirituale. Dio vuole che le vostre miserie siano il trono della sua misericordia e le vostre impotenze il seggio della sua onnipotenza". (S. Pio da Pietrelcina). Solo un prete che sa di non avere nulla di speciale per poterlo essere, sarà libero di spendersi nella volontà di Dio senza seguire la propria. Solo un padre o una madre che hanno conosciuto la loro totale inadeguatezza, potranno affidare a Dio se stessi e i figli, docili alla storia di salvezza che Lui prepara per tutti. Allora nessun "se" ci ingannerà e, in virtù del cammino fatto nella barca, finalmente ci "prostreremo davanti" a Lui abbandonando il nostro orgoglio, per professare la nostra fede "esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio!". E la fede ci farà "approdare a Genèsaret", che significa arrivare come figli di Dio risuscitati alle nostre città, al lavoro, a scuola, in famiglia, dove accogliere "la gente del luogo", i nostri figli per esempio. In noi, infatti, essi "riconosceranno Gesù" e saranno proprio loro a "diffondere la notizia in tutta la regione". E proprio perché brillerà sui nostri volti la luce della Pasqua fatta carne nella notte dell'incredulità e della paura. E così la Chiesa compirà la sua missione di sale, luce e lievito, e gli uomini "porteranno" a Cristo vivo in essa "tutti i malati" per "pregarlo di poter toccare almeno l'orlo del suo mantello", ovvero di ascoltare l'annuncio del Vangelo, perché "quanti lo toccheranno guariranno". 





    QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





  • XVIII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A



    αποφθεγμα Apoftegma


      Tutti i santi hanno dovuto evitare “la via larga e spaziosa”, 
    per vivere soli, in disparte, e là vivere nella virtù: Elia, Eliseo…, Giacobbe… 
    Il deserto e l’abbandono dei tumulti della vita procurano all’uomo l’amicizia di Dio; 
    quando Abramo è uscito dal paese dei Caldei è stato chiamato “amico di Dio”. 
    Anche il grande Mosè, dopo essere partito dall’Egitto… 
    ha parlato con Dio faccia a faccia, 
    è stato salvato dalla mano di nemici ed ha attraversato il deserto. 
    Tutti questi rappresentano l’uscita dalle tenebre verso l’ammirabile luce, 
    e la salita verso la città celeste, 
    prefigurazione della vera felicità e della festa eterna.

        Quanto a noi, abbiamo ormai la realtà che ombre e simboli annunciavano, 
    cioè l’immagine del Padre, nostro Signor Gesù Cristo. 
    Se sempre lo riceviamo in cibo e segniamo la porta dell'anima col suo sangue, 
    saremo liberati dai pesi del Faraone e dei suoi sorveglianti… 
    Ora abbiamo trovato la strada dalla terra al cielo… 
    Un tempo, con la mediazione di Mosè, 
    il Signore precedeva i figli d’Israele in una colonna di fuoco e di nebbia; 
    ora, ci chiama lui stesso con le parole: 
    “Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me; come dice la Scrittura: 
    fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”.




    L'ANNUNCIO
    In quel tempo, quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. 
    Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati. 
    Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 
    Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare». 
    Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». 
    Ed egli disse: «Portatemeli qua». 
    E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. 
    Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 
    Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. 
     (Dal Vangelo secondo Matteo 14, 13-21)


    La notizia della morte di Giovanni era giunta a Gesù come una profezia per la sua vita. Lo aspettava un viaggio difficile, il passaggio dalla morte alla vita. E Lui, docilmente, accetta la volontà del Padre con un segno: “parte su una barca e si ritira in disparte in un luogo deserto”, indicando così come avrebbe compiuto la sua missione a Gerusalemme, dove lo avrebbero messo “in disparte” sulla Croce e sarebbe sceso nel “deserto” del sepolcro.

    La “morte di Giovanni”, come quella di ogni martire, è seme di nuovi cristiani. E’ la testimonianza che sigilla con l’autenticità l’annuncio de Vangelo. Così, intrecciate tra loro, le vite di Gesù e Giovanni, del Capo e della sua Chiesa, divengono un annuncio, un kerygma che risuona ovunque.

    E infatti, "le folle" hanno "saputo" dove era andato Gesù con la "barca” (la Chiesa), e lo hanno "seguito" camminando "a piedi" dalle loro "città". E’ l’immagine del catecumenato della Chiesa antica. Dai segni compiuti nei cristiani, i pagani intuivano che Gesù Cristo era veramente risorto; “sapevano” cioè che era passato all’altra riva, ed erano attirati da quella vita nuova e piena che vedevano realizzata nelle persone convertite che conoscevano.

    Per questo lo “seguivano”, ovvero si facevano suoi discepoli sul cammino dell’iniziazione cristiana; diventare cristiani era una chiamata simile a quella fatta ad Abramo: dovevano “uscire” dalle loro “città” terrene, sentine di vizi, culti idolatrici, passioni e libidine per seguire Gesù “nel deserto”.

    Solo in esso, come Israele, potevano scoprire che cosa vi era nel loro cuore, se l’ascolto della predicazione si stesse traducendo in obbedienza. Solo nella verità, infatti, è possibile la conversione autentica che conduce alla fede adulta dell’uomo nuovo che vive solo delle Parole che escono dalla bocca di Dio.

    Il Vangelo di questa domenica punta a farci fare questo passaggio fondamentale, così come lo vivevano i catecumeni.

    Per questo era importante camminare “a piedi”, come avrebbero poi fatto i pellegrini del medioevo. E’ il segno dell’umiltà, il contatto con la terra dalla quale tutti siamo tratti, la polvere alla quale siamo destinati a tornare senza lo Spirito Santo.

    Il catecumenato, infatti, era come un esodo: dopo quella degli idoli, dei beni e del denaro, dovevano passare indenni con Cristo anche attraverso la tentazione del “pane”: non si diventava cristiani se non si era “passati” attraverso il deserto dove non c’è né pane né acqua. 

    Come ancora oggi, è chiaro, non è cristiano chi cerca ancora le proprie sicurezze negli affetti, nel lavoro, nel prestigio, nella salute, nel denaro, nella politica, nella cultura, nel branco. E' cristiano solo chi costruisce su questa Roccia, e ha sperimentato che, mentre tutto crolla, solo la Parola di Dio rimane in eterno.

    Non lo saremo se continuiamo a chiedere alla pietre che diventino pane. Per caso non siamo nella Chiesa con questa attitudine? Non cerchiamo in essa le identiche sicurezze che il mondo non ci ha saputo dare?

    Stiamo seguendo Gesù perché ne abbiamo ascoltato l'annuncio risuonato nelle nostre parrocchie; eravamo piccoli, o più grandicelli, al catechismo o invitati da qualche amico a fare esperienza di un movimento, di un cammino di fede... O ci hanno condotti per mano mamma e papà, nonostante le nostre resistenze...

    Sia come sia, c'era qualcosa di speciale in quello che abbiamo ascoltato. Il Vangelo, le Beatitudini, la speranza, l'amore dal quale nessuno ci avrebbe mai separato, il perdono. l'essere amati così come siamo, i fratelli, l'eucarestia e la gioia della comunione, beh tutto questo e molto altro ci ha sedotto...

    E abbiamo cominciato a camminare, inciampando, cadendo, fermandoci, zoppicando, ma abbiamo camminato; abbiamo visto segni nella nostra vita e in quella degli altri. I Papi ad esempio, quanto ci hanno aiutato, le giornate mondiali della gioventù: quanti di noi, durante quei pellegrinaggi, si sono innamorati di quella che oggi è la propria moglie... 

    E siamo giunti ad oggi, come vi giungevano i catecumeni, a questo tempo dove la "fame" scava un buco nello stomaco, e ci rendiamo conto di non avere ancora l'esperienza che Gesù è l'unico capace di saziarci. "Sul far della sera", quando giunge l'ora di "mangiare", si desta, infatti, l’uomo vecchio ancora vivo in noi. Nell'"ora tarda" che corrispondeva a quella del pasto principale, l'uomo della carne ci vorrebbe allontanare da Gesù, convincendoci che solo nei "villaggi" del mondo ci si possa sfamare

    Il demonio spesso ci gioca proprio così: attira l’attenzione sul "luogo deserto" nel quale Gesù si è ritirato, insinuandoci che laddove Egli ci porta non vi è possibilità di vita, gioia e pace. Come accadde al Popolo di Israele nel deserto, crediamo alle sue menzogne che promettono pane e libertà. 

    Ciò accade, ad esempio, quando scopriamo che il nostro matrimonio è in realtà un vero e proprio "eremo", secondo l'originale greco, dove la “fame” di affetto e pienezza si fa sentire. Quando il rapporto si rivela difficile se non impossibile, e sperimentiamo che di esso non possiamo nutrirci. 

    E’ vero che ci siamo sposati per fare la volontà di Dio, e così ci siamo aperti alla vita, ci siamo fidanzati, studiamo e lavoriamo. Ma arriva "la sera", il momento in cui la carne esige il contraccambio per aver obbedito e seguito, e niente, ci accorgiamo che quello che abbiamo creduto essere comunione e felicità si rivela un luogo inospitale e senza cibo. Il coniuge si chiude in se stesso proprio quando ne avremmo più bisogno, i figli ci sfuggono spezzando i sogni e le speranze riposte su di loro, il fidanzato si rivela un egoista, gli amici ci volgono le spalle infilati nei propri problemi.

    Ma non ci siamo sposati per restare soli, non ci fidanziamo nel desiderio di rinchiuderci in un eremo. Non fa per noi, no?  

    Che fare allora? Non resta che scappare dall'eremo che è la volontà di Dio, e "andare nei villaggi a comprare da mangiare". Ma occorrono soldi, sforzi, compromessi. Occorre tornare al mondo e abbandonarsi ai suoi costumi e ai suoi valori, perché nei villaggi nessuno ti regala nulla.

    Quanti di noi, pur avendo seguito il Signore, anche nel presbiterato e nella vita religiosa, al sopraggiungere della sera di delusioni e frustrazioni, si è lasciato sedurre dal demonio ed è tornato sui propri passi, sino all'Egitto dal quale l'amore di Dio lo aveva liberato? E che sofferenze…

    Ma, nell'eremo dove ha attirato la nostra vita, il Signore ci annuncia questa domenica che "non occorre" che alcuno sia "congedato" per andare a cercare pane e salvezza!

    Lo dice innanzi tutto ai suoi discepoli, alla Chiesa troppo spesso tentata di seguire la carne e il pensiero del mondo per divenire una ONG attenta alla pancia e dimentica dell'anima. 

    "La folla" è affamata non solo perché ha lo stomaco vuoto; anzi, la fame è il segno di un vuoto ben più profondo. Il cuore delle persone che conosciamo è sprovvisto di amore, non ha la vita di Cristo; come la Samaritana va ogni giorno al pozzo a prendere un'acqua che non disseta. E se uno è vuoto, per non impazzire e morire, cercherà di riempirsi in ogni modo: il sesso? Certo, con il sesso, e con la droga, con i viaggi, con il denaro... Tutto per riempire il vuoto che la "sera" evidenzia.

    Per questo Gesù “ordina alla folla” una cosa politicamente scorrettissima: “di sedersi sull’erba”. Ma come, niente marce della pace? Niente impegno nel sociale, niente lotta contro le ingiustizie? “Seduti”, proprio i cristiani? Sì, perché essi camminano sedendosi ai piedi Gesù, come Maria… I cristiani sono discepoli di Colui che "perdendo la vita l'ha ritrovata". Non seguono un leader religioso che promette "pane", come fanno tutte le sette. 

    I cristiani sono chiamati a vivere, già qui sulla terra, un anticipo della vita celeste. Per questo i catecumeni "lasciano tutto", "odiano il padre, la madre, i figli, i fratelli, perfino la propria vita", "prendono ogni giorno la propria croce e seguono Gesù". Lasciano nelle acque del battesimo le sicurezze terrene perché hanno sperimentato che al sopraggiungere della "sera" esse si rivelano effimere e incapaci di assicurare un briciolo di felicità.

    E così fondano la propria esistenza sull'unica sicurezza che non inganna, che, come una roccia, resiste a ogni nottetempesta e terremoto. La sicurezza del suo amore che sazia sino a far "avanzare" vita e amore. E come si saziano? Lo scrivono gli Atti degli Apostoli: come la prima comunità cristiana, essendo "assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (cfr. Atti 2,42ss). 

    Come accadde ai cristiani delle origini, anche in quelli di ogni altra generazione "un senso di timore è in tutti e prodigi e segni avvengono per opera degli apostoli": non mi dire che nella tua comunità Dio non opera "prodigi" attraverso i pastori e i catechisti. Non mi dire che non ha sperimentato ancora che Cristo è risorto... Se fosse così, se la preoccupazione di pastori, catechisti e fedeli fosse riempire la pancia, trovare lavoro, sistemare la vita, lottare per il pane, allora si spiegherebbero tante cose; ad esempio perché i giovani scappano dalle parrocchie, o perché "la folla" ha voltato le spalle alla Chiesa e si è tuffata nella mentalità del mondo.

    Invece il Signore ci annuncia oggi una pienezza di vita che non abbiamo mai immaginato. Ci promette di saziare il nostro cuore e così farci segno della vita eterna in questa generazione. Chi ha sovrabbondanza di vita ama, senza misura; si dona, può ascoltare la chiamata ad essere presbitero, suora, o a formare una famiglia santa, stretta nel vincolo indissolubile del matrimonio, e dare la vita, senza difendere nulla. 

    Non è un ideale irraggiungibile vivere la comunione donata alla prima comunità; anche noi siamo chiamati a vivere così: "Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore".

    Le comunità cristiane vivono dell’Eucarestia, che non è impegno ma dono; per questo camminano riposando sui prati d’erba fresca, il pascolo preparato dal loro Buon Pastore. Era Pasqua infatti quel giorno di amore e moltiplicazione; era di primavera, l’unico tempo in cui la terra di Galilea si ammanta di prati…

    Gesù ci aspetta, dunque, nel matrimonio, nel lavoro, nel deserto dove viviamo, per farci sperimentare quello che Lui ha vissuto nel Mistero Pasquale. Il Padre non lo ha lasciato nella “fame” di vita, lo ha risuscitato “saziandolo” di Vita eterna, così abbondante da “avanzare” ed essere “raccolta” nei “dodici canestri”, nella Chiesa.

    “Dodici”, come le tribù di Israele, come gli apostoli e le comunità da loro fondate. In esse c’è la vita di Cristo risorto, il nutrimento che sazia la fame del mondo! Frutto di tanta abbondanza è anche la nostra comunità, il “canestro” intessuto con le nostre povere e deboli vite, ma colmato della vita che non muore.

    Quella sera, attraverso il segno della moltiplicazione e dei "dodici canestri pieni dei pezzi avanzati", il Signore ha profetizzato l'avvento della Chiesa nel mondo: "La città", infatti, "è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele... Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello", e in essi i nostri nomi!

    Siamo dunque chiamati ad essere sfamati e colmati della sovrabbondanza di vita, luce e bellezza della Chiesa, la "sposa dell'Agnello". "Il suo splendore", infatti, "è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino". 

    Non a caso Gesù ha compiuto il miracolo in un luogo deserto, lontano da Gerusalemme e dal tempio: la Chiesa, infatti , è la nuova "città santa", la "nuova Gerusalemme" che "Essa, infatti, "scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio", cioè della pienezza, della dignità, della bellezza, della vita celeste. In essa non c'è "alcun tempio, perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenzaLe sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni"

    Capite? Uniti a Cristo, nelle viscere della Chiesa, per noi "non vi sarà più maledizione"; cominceremo a “vedere la sua faccia" perché "porteremo il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avremo più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché" nella nuova Gerusalemme "il Signore Dio ci illuminerà e regneremo nei secoli dei secoli" (cfr. Ap 21-22).

    Sì, nella Chiesa non esiste la notte perché essa annuncia al mondo il giorno senza tramonto nel quale vivono i suoi figli. Essi entrano nella storia alla luce dell'Agnello, e così sfamano le Nazioni; anche se dentro "un vaso di creta", hanno in loro la vita di Cristo, per questo i loro cuori sono sempre aperti per accogliere i peccatori. 

    E’ proprio la nostra debolezza che Gesù cerca per moltiplicare la vita e offrirla al mondo! Allora, “che cosa abbiamo”, oggi, per sfamarci e “dare da mangiare” a chi è accanto a noi? "Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!": ci siamo noi Signore, con i nostri peccati; ma abbiamo anche la tua Parola, i "cinque" rotoli della Torah; e poi ci sei Tu che ci parli; sei "qui" con noi, pescato vivo nel mare della morte come un "pesce"; sei accanto a noi e per noi nelle tue "due" nature, vero uomo e vero Dio, per fare di ciascuno un figlio libero di vivere secondo la nuova natura divina che sei venuto a donarci. 

    Sì, Signore, non abbiamo altra sicurezza che Te, pesce come noi, sceso nel mare della morte come noi, ma risuscitato per trarci dai fondali bui della menzogna satanica e appoggiare la nostra vita nel tuo amore.

    Per questo Gesù ci dice di "dare noi stessi da mangiare": noi stessi, che significa anche e soprattutto dare la nostra vita, consegnare ciascuno se stesso a chi ha fame. E perché questo si compia "non occorre" altro che "portare" a Lui quello che siamo, che in fondo significa convertirci; per giungere ad amare occorre sperimentare di essere amati, per colmare di Cristo la vita degli altri, è necessario prima essere saziati di Lui. Per questo, convertirci significa consegnare, attraverso le viscere di misericordia della Chiesa, i nostri peccati a Cristo e sperimentarne il perdono e la trasformazione di ciò che siamo in un prodigio donato al mondo.

    Quei “cinque pani e due pesci”, infatti, sono l'immagine di ogni catecumeno che scendeva nelle acque del battesimo e vi risaliva rivestito di Cristo, ed era come "moltiplicato" nella nuova vita cristiana.

    Come accade in ogni sacramento che rinnova il Mistero Pasquale di Cristo: nell’Ordine la fragilità e la piccolezza di un uomo sono trasformate in zelo e parresia che lo fanno suo ministro; nel matrimonio i limiti e le incompatibilità di un ragazzo e una ragazza sono sbriciolate per fare dei due una carne sola; nell’Olio degli infermi l’estrema debolezza di un malato diviene un’offerta coraggiosa di sé per la salvezza di tanti.

    Sì, proprio ciò che il deserto ci ha illuminato, quello che siamo oggi è importante. Non si dice dei pani e dei pesci se fossero buoni o cattivi, belli o brutti, grandi o piccoli. Erano, semplicemente, pane e pesce. Erano Marco, Caterina, Mario, Francesca. Erano tu ed io. E sono diventati il cibo che ha sfamato una moltitudine.

    La nostra vita, infatti, è chiamata ad essere cibo per gli affamati. E non hanno fame tua moglie, tuo figlio, tua suocera? Hanno la stessa tua fame… Per questo, frutto della “compassione” del Signore, nella Chiesa rinasciamo come pani di compassione.

    Dalla memoria delle tante "guarigioni" che il Signore ha compiuto nella nostra vita scaturisce lo zelo per sfamare la "folla" di poveri che ci è accanto. La vita che riceviamo nella Chiesa è così abbondante che ci "avanzerà. Non cercheremo più nell'altro l'alimento con cui saziarci; al contrario, divenuti apostoli di Cristo, come le "dodici ceste", ci lasceremo "portare via" tempo e idee, criteri e progetti, le sicurezze ormai gettate all’anatema.


    Così in ogni relazione ed evento della vita, quando calerà la "sera" della Croce, sapremo che è giunto il momento di abbandonarsi alla "benedizione" di Gesù, che trasforma in "bene" ogni male; Lui saprà "alzare con gli occhi" anche la nostra carne "verso il Cielo", e le sue mani crocifisse ci "spezzeranno" come pane consegnato a ogni uomo.