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Orario Messe Domenicali di Aprile, Maggio e Giugno 2021

care parrocchiane e cari parrocchiani

nei prossimi mesi di aprile, maggio e giugno 2021,
gli orari delle Sante Messe domenicali subiranno delle variazioni
per consentire lo svolgimento delle celebrazioni per la Prima Comunione.
 
In particolare, fino al 26 giugno, la messa delle 10.15 sarà anticipata alle 10.00
e dedicata alla celebrazione delle Prime Comunioni.
 
Gli orari delle altre celebrazioni non subiranno modifiche.
 
Consigliamo a tutti di limitare, ove possibile, la partecipazione alla celebrazione delle 10.00
e di partecipare alle celebrazioni delle 9.00 e delle 11.30,
per evitare assembramenti di persone dovuti alla presenza dei parenti dei ragazzi consacrati.
 
Nella speranza di aver fatto cosa gradita, vi aspettiamo in parrocchia
un saluto dal Parrocco.

Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Sabato della II settimana del Tempo di Pasqua



    αποφθεγμα Apoftegma

    Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!
    Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo lui lo sa!

    Giovanni Paolo II











    L'ANNUNCIO

    Dal Vangelo secondo Giovanni 6,16-21

    Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.










    SULLA BARCA DELLA CHIESA IL CAMMINO CON CRISTO NEL MARE DELLA PRECARIETA' E DELLA DEBOLEZZA VINCE LA PAURA
    Gesù cammina sul mare ed abbiamo paura, come i discepoli. Ci spaventa l'incontro con un mistero che supera la nostra stessa speranza. Siamo presi dalle onde della vita, è buio, e ci sentiamo soli; le preoccupazioni, le difficoltà ci schiacciano in una prospettiva limitata, distolgono il nostro sguardo dall'orizzonte verso il quale stiamo navigando. Gli eventi contingenti appesantiscono il nostro cuore sino a pensare che la vita si esaurisca in quel momento che viviamo, che tutto si giochi in quell'istante, ineluttabile. Risolvere quel problema, sospingere la barca un metro più avanti, sfangarla e superare quell'ostacolo. E dimentichiamo il contesto autentico della nostra esistenza; è buio, e Gesù non è ancora con noi, ed è un sentimento che ci coglie spesso, inconscio, subdolo, ma che si manifesta nelle nostre attitudini concrete. Gesù è in ritardo, bisogna sbrigarsela da soli... Abbiamo visto miracoli, ed in essi il nostro povero cuore incapace di sfamare reso fecondo di una vita straripante e abbondante. Abbiamo sperimentato il potere della benedizione del Signore, ma il buio, il vento e le onde ci annebbiano la memoria, siamo ancora così acerbi nella fede... Ci si arrangia, si cercano soluzioni seguendo criteri umani, si briga e ci si affatica. E abbiamo paura quando Lui appare, quando ci si avvicina camminando sulle acque. Temiamo di vedere sbriciolarsi le piccole certezze acquisite, smentito il nostro meschino modo di orientarsi nei problemi, evaporare l'effimera soluzione di compromesso, strapparsi le toppe cucite sul vestito vecchio. Abbiamo paura di un destino più grande, di un orizzonte che relativizza queste nostre giornate, questi nostri affari, sentimenti, lotte, preoccupazioni. Perché la serietà della vita risiede nel destino per la quale ci è data. Non è seria e autentica quando ci afferra e ci schiaccia sul presente. Non è più seria perché stringiamo i pugni e mettiamo ogni sforzo per un colpo di remi in più. Gli eventi non sono atomi isolati, ogni istante che ci è donato è incastonato in una volontà che abbraccia l'eternità. Il buio, il vento e le onde, il mare di morte e solitudine, angoscia e timore che solchiamo ogni giorno è aperto verso il Cielo. Cafarnao è la Patria, l'origine e la meta, immagine della dimora dalla quale siamo stati chiamati e verso la quale siamo diretti. Il Cielo è la nostra Cafarnao: ogni evento reca inscritto il destino celeste cui siamo chiamati. Vivere autenticamente è remare avendo bene presente l'orizzonte verso il quale è orientata la nostra barca. Gesù si avvicina anche oggi a ciascuno di noi, persi nei frammenti disordinati delle nostre esistenze. Appare camminando sul mare, e ci parla, ci illumina, ci desta: sono Io, non temete! Sono Io, e voi siete in me, esistete per me, e con me camminate verso il Cielo. Non temete, proprio nelle avversità, in quelle di oggi, e di domani, splende più vivido e consolante l'orizzonte celeste che dà senso alla vita. Ogni evento indica il Cielo, camminare sulle acque significa scoprire in ogni legame, nel lavoro, nella famiglia, nelle amicizie, nelle sofferenze e nelle gioie, il segno eterno del suo amore. Camminare sul mare significa non esaurirsi nei problemi, non esigere soluzioni e cambiamenti, non intestardirsi e nevrotizzare tutto, come se quel problema, quella difficoltà, quel litigio fossero l'ultima spiaggia. Non cedere alla disperazione, perché tutto guarda oltre, e la pazienza di chi ha gli occhi fissi sul Cielo raggiunge sempre il porto sospirato. "Nada te turbe, nada te espante, quien à Dios tiene nada le falta.Solo Dios basta. Todo se pasa, Dios no se muda, la paciencia todo lo alcanza. Niente ti turbi, niente ti spaventi, chi ha Dio niente gli manca. Solo Dio basta. Tutto passa, Dio non cambia, la pazienza tutto lo raggiunge" (Santa Teresa d'Avila). Perché tutto concorre al bene, anche quello che sembra non avere soluzione. Come disse Gesù a Santa Faustina Kowalska: "Non aver paura di nulla. Io sono sempre con te. Sappi ancora questo, figlia mia. che tutte le creature, sia che lo sappiano, sia che non lo sappiano, sia che vogliano, sia che non lo vogliano, fanno sempre la mia volontà". Camminare sul mare è percorrere ogni centimetro della storia con questa certezza, che tutto obbedisce alla volontà di Dio, che è l'orizzonte più grande in cui tutto si muove. La sua percezione è fonte di pace, quella di chi ha sperimentato che nessun limite è posto a chi vive la vita di Cristo. Camminare sul mare è sperare, sempre, anche contro ogni speranza: "in colui che è morto per tutti si è già realizzato in pieno l'ideale della nostra speranza. Quindi noi non siamo esitanti o dubbiosi,non rimaniamo perplessi nell'incertezza dell'attesa; avendo invece già ricevuto l'anticipo della promessa, siamo in grado di vedere con l'occhio della fede quel che sarà il nostro futuro, e tutti lieti per l'elevazione della nostra natura, possediamo già quel che crediamo" (San Leone Magno)Siamo venuti al mondo per prendere Gesù con noi, nella barca della nostra vita, e far risplendere il Cielo nel buio della terra. E' Lui, è il nostro amato che oggi ci ricorda la sublimità della nostra chiamata, la bellezza e la pienezza della nostra vita, che nulla di noi è chiuso in se stesso, che nulla si perde, che tutto è dischiuso verso un destino più grande, che anche il dolore e il fallimento portano le stigmate di un amore infinito, quello che dà consistenza e pace ad ogni nostro momento. Apriamo, spalanchiamo oggi le porte del nostro cuore per accogliere Cristo, che ci conosce, che ci ama e fa della nostra vita un segno bellissimo del Cielo, speranza per ogni uomo.


    COMMENTO COMPLETO


    Gesù cammina sul mare ed abbiamo paura, come i discepoli. Ci spaventa l'incontro con un mistero che supera la nostra stessa speranza. Siamo presi dalle onde della vita, è buio, e ci sentiamo soli; le preoccupazioni, le difficoltà ci schiacciano in una prospettiva limitata, distolgono il nostro sguardo dall'orizzonte verso il quale stiamo navigando. Gli eventi contingenti appesantiscono il nostro cuore sino a pensare che la vita si esaurisca in quel momento che viviamo, che tutto si giochi in quell'istante, ineluttabile. Risolvere quel problema, sospingere la barca un metro più avanti, sfangarla e superare quell'ostacolo. E dimentichiamo il contesto autentico della nostra esistenza; è buio, e Gesù non è ancora con noi, ed è un sentimento che ci coglie spesso, inconscio, subdolo, ma che si manifesta nelle nostre attitudini concrete. Gesù è in ritardo, bisogna sbrigarsela da soli... Abbiamo visto miracoli, ed in essi, il nostro povero cuore incapace di sfamare reso fecondo di una vita straripante e abbondante. Abbiamo sperimentato il potere della benedizione del Signore, ma il buio, il vento e le onde ci annebbiano la memoria, siamo ancora così acerbi nella fede... Ci si arrangia, si cercano soluzioni seguendo criteri umani, si briga e ci si affatica. E abbiamo paura quando Lui appare, quando ci si avvicina camminando sulle acque. Temiamo di vedere sbriciolarsi le piccole certezze acquisite, smentito il nostro meschino modo di orientarci nei problemi, evaporare l'effimera soluzione di compromesso, strapparsi le toppe cucite sul vestito vecchio. Abbiamo paura di un destino più grande, di un orizzonte che relativizzi queste nostre giornate, questi nostri affari, sentimenti, lotte, preoccupazioni. Perché la serietà della vita risiede nel destino per la quale ci è data. Non è seria e autentica quando ci afferra e ci schiaccia sul presente. Non è più seria perché stringiamo i pugni e mettiamo ogni sforzo per un colpo di remi in più. Gli eventi non sono atomi isolati, ogni istante che ci è donato è incastonato in una volontà che abbraccia l'eternità, che è proprio da dove viene Gesù camminando sul mare. 




    Ma abbiamo bisogno di "remare circa tre o quattro miglia", ne hanno bisogno i nostri figli, forse anche il marito o la moglie, gli amici; le remate infeconde sono, spesso, le più feconde, perché proprio le crisi, anche quelle più dure che sembrano ingoiarci nella notte, sono il tratto di strada che ci prepara a vedere il Signore. Non mettiamoci di traverso allora, non cerchiamo soluzioni e lasciamo che l'altro remi duro nel mare agitato tra i sibili del vento forte: non è come sembra, sta conoscendo se stesso e imparando l'umiltà, sperimentando che da solo non può farcela, per comprendere poi che anche quelle "tre o quattro miglia" erano dentro l'amore infinito dal quale Gesù ci segue, ci cerca, e viene a noi per riannodare la nostra vita al filo di misericordia che abbraccia l'eternità. Egli sorge dal buio, da tutto ciò che non possiamo e non riusciamo a vedere, per orientare la nostra vita nell'unica direzione autentica; Gesù ci prende con sé per condurci verso un destino che, come Abramo, non conosciamo, ma del quale Lui è profezia e primizia. Con Lui possiamo solcare i marosi perché siamo stabiliti sulla rotta che congiunge terra e storia al Cielo, il porto per il quale ci siamo imbarcati nella vita. Un matrimonio sarà santo, e compiuto, solo se sospinto sulla rotta celeste, aperto alla vita che non muore. Il buio, il vento e le onde, il mare di morte e solitudine, angoscia e timore che solchiamo ogni giorno è aperto verso il Cielo. Cafarnao è la Patria, l'origine e la meta, immagine della dimora dalla quale siamo stati chiamati e verso la quale siamo diretti. Il Cielo è la nostra Cafarnao: ogni evento reca inscritto il destino celeste cui siamo chiamati. Vivere autenticamente è remare avendo bene presente l'orizzonte verso il quale è orientata la nostra barca. 

    Gesù si avvicina anche oggi a ciascuno di noi, persi nei frammenti disordinati delle nostre esistenze. Appare camminando sul mare, e ci parla, ci illumina, ci desta: "sono Io, non temete!" Sono Io, e voi siete in me, esistete per me, e con me camminate verso il Cielo. Non temete, proprio nelle avversità, in quelle di oggi, e di domani, splende più vivido e consolante l'orizzonte celeste che dà senso alla vita. Ogni evento indica il Cielo, camminare sulle acque significa scoprire in ogni legame, nel lavoro, nella famiglia, nelle amicizie, nelle sofferenze e nelle gioie, il segno eterno del suo amore. Camminare sul mare significa non esaurirsi nei problemi, non esigere soluzioni e cambiamenti, non intestardirsi e nevrotizzare tutto, come se quel problema, quella difficoltà, quel litigio fossero l'ultima spiaggia. Non cedere alla disperazione, perché tutto guarda oltre, e la pazienza di chi ha gli occhi fissi sul Cielo raggiunge sempre il porto sospirato. "Nada te turbe, nada te espante, quien à Dios tiene nada le falta. Solo Dios basta. Todo se pasa, Dios no se muda, la paciencia todo lo alcanza. Niente ti turbi, niente ti spaventi, chi ha Dio niente gli manca. Solo Dio basta. Tutto passa, Dio non cambia, la pazienza tutto lo raggiunge" (Santa Teresa d'Avila). Perché tutto concorre al bene, anche quello che sembra non avere soluzione. Come disse Gesù a Santa Faustina Kowalska: "Non aver paura di nulla. Io sono sempre con te. Sappi ancora questo, figlia mia. che tutte le creature, sia che lo sappiano, sia che non lo sappiano, sia che vogliano, sia che non lo vogliano, fanno sempre la mia volontà". Camminare sul mare è percorrere ogni centimetro della storia con questa certezza, che tutto obbedisce alla volontà di Dio, che è l'orizzonte più grande in cui tutto si muove. La sua percezione è fonte di pace, quella di chi ha sperimentato che nessun limite è posto a chi vive la vita di Cristo. Camminare sul mare è sperare, sempre, anche contro ogni speranza: "in colui che è morto per tutti si è già realizzato in pieno l'ideale della nostra speranza. Quindi noi non siamo esitanti o dubbiosi, non rimaniamo perplessi nell'incertezza dell'attesa; avendo invece già ricevuto l'anticipo della promessa, siamo in grado di vedere con l'occhio della fede quel che sarà il nostro futuro, e tutti lieti per l'elevazione della nostra natura, possediamo già quel che crediamo" (San Leone Magno, Sermo LXXI, 1-5, De resurrectione Domini)Siamo venuti al mondo per "prendere Gesù con noi", nella barca della nostra vita, e far risplendere il Cielo nel buio della terra. E' Lui, è il nostro amato che oggi ci ricorda la sublimità della nostra chiamata, la bellezza e la pienezza della nostra vita, che nulla di noi è chiuso in se stesso, che nulla si perde, che tutto è dischiuso verso un destino più grande, che anche il dolore e il fallimento portano le stigmate di un amore infinito, quello che dà consistenza e pace a ogni nostro momento, come a quello di chi ci è accanto. Apriamo, spalanchiamo oggi le porte del nostro cuore per accogliere Cristo, che ci conosce, ci ama e fa della nostra vita un segno bellissimo del Cielo, speranza per ogni uomo.







  • Venerdì della II settimana del Tempo di Pasqua




    αποφθεγμα Apoftegma

    Ma io vi dico questo: mettete le vostre vite nelle mani di Gesù. 
    Egli vi accoglierà e vi benedirà, 
    e farà un uso delle vostre vite che andrà 
    al di là delle vostre più grandi aspettative. 
    In altre parole, abbandonatevi, come tutti quei pani e quei pesci, 
    nelle mani potenti e affettuose di Dio 
    e vi troverete trasformati in “una vita nuova”; 
    in una pienezza di vita. 
    “Carica il tuo fardello sul Signore ed egli lo sosterrà”.

    Giovanni Paolo II, Incontro con i giovani a Murrayfield (Gran Bretagna), 31 maggio 1982








    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Giovanni 6,1-15. 

    Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade,
    e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi.
    Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
    Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
    Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
    Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare.
    Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
    Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:
    «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?».
    Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini.
    Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero.
    E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto».
    Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
    Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».
    Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.







    LA NOSTRA DEBOLEZZA ACCOLTA E BENEDETTA DALLE MANI DI CRISTO PER MOLTIPLICARLA NELL'AMORE

    Gesù, che nel vangelo di oggi appare già risorto perché "passato all'altra riva", "alza gli occhi" e ci "vede" mentre ci avviciniamo a Lui. Con la "gran folla", abbiamo "visto i segni che ha compiuto" su tanti "infermi"; noi stessi abbiamo sperimentato i suoi "miracoli" nella nostra vita. Ci ha saziato mille volte, eppure la fame non ci dà tregua. Cerchiamo sicurezze, materiali e spirituali, per questo stiamo seguendo Gesù. E il capitolo 6 del vangelo di Giovanni, "mettendoci alla prova" con il miracolo e le parole che ne seguono, ci svela il senso più profondo della Pasqua, che non è soltanto "mangiare e saziarsi", ma infinitamente di più, perché l'Eucarestia è "fonte e apice di tutta la vita cristiana". Anche noi, con San Giovanni Paolo II, ci chiediamo se "gli Apostoli che presero parte all'Ultima Cena" avessero capito "il significato delle parole" con cui Gesù istituì il Sacramento dell'Eucarestia. Di certo non compresero immediatamente le parole sul Pane della Vita pronunciate nella sinagoga di Cafarnao. Si trattava di un Mistero troppo grande, inaudito: "come può costui darci la sua carne da mangiare?". Era un "discorso duro" perché inchiodava ogni uomo alla verità: senza l'unione intima e reale con Cristo nessuno ha la vita in sé. Anche se respira e fa molte cose è morto dentro. Per questo San Giovanni Paolo II scriveva nell'Enciclica che tutte le parole di Gesù sull'Eucarestia, "si sarebbero chiarite pienamente soltanto al termine del Triduo sacro. In quei giorni", infatti, "si inscrive il Mistero Pasquale; in essi si inscrive anche il Mistero dell'Eucarestia". Il Mistero decisivo per la salvezza dell'umanità è "come raccolto, anticipato, e «concentrato» per sempre nel dono eucaristico", con il quale "Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l'attualizzazione perenne del Mistero Pasquale. Con esso istituiva una misteriosa «contemporaneità» tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i secoli". Ciò significa che, "nell'evento pasquale e nell'Eucaristia che lo attualizza nei secoli", vi è "una «capienza» davvero enorme, nella quale l'intera storia è contenuta, come destinataria della grazia della redenzione" (Ecclesia de Eucarestia). Compresa la storia difficile nella quale siamo chiamati vivere, con i suoi dolori, i dubbi, le ansie e i peccati. Per questo, ogni giorno, anche oggi, è "vicina la Pasqua"; Gesù "sa quello che sta per fare" per noi, estendere cioè la "capienza" della sua Pasqua perché "contenga" anche i nostri passi e le nostre cadute, e così fare di ogni nostro giorno il "destinatario" della sua salvezza. Nella nostra storia sperimentiamo innanzitutto il bisogno reale di nutrirci per poter vivere, non diverso da quello della "grande folla". Ognuno sa di che cosa avrebbe bisogno: un posto di lavoro, uno stipendio o una pensione migliore, la salute, una casa, una macchina nuova che questa ormai è pure pericolosa, qualche giorno di ferie. O forse qualcosa di spirituale: un po' di pazienza e tenerezza, l'umiltà che tenga a bada questa superbia che non riesco a frenare, la carità verso i fratelli, la purezza e la castità, la libertà negli affetti. Insomma abbiamo fame, e Gesù lo sa, perché ci "vede" affannati e stremati "venire" a Lui. Ma, invece di prendere la bacchetta magica e saziarci con ciò di cui abbiamo bisogno, ci rivolge a bruciapelo la stessa domanda fatta quel giorno a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". La rivolge a Filippo mettendo l'accento sui bisogni della folla, ma è "per mettere alla prova" il suo cuore, e aiutarlo a scoprire che sono gli stessi bisogni che ha anche lui. Ed è una domanda rivolta oggi alla Chiesa, ai pastori e a ogni cristiano, agli sposi e ai genitori, perché imparino a riconoscere i propri bisogni in quelli del mondo. Solo così potremo sperimentare in noi stessi la "contemporaneità" e il potere del Mistero Pasquale del Signore che siamo chiamati ad annunciare al mondo e a chi ci è accanto. Solo così non ci crederemo diversi e migliori, "già ipocritamente sazi"...  





    Gesù, infatti, non può operare nulla se prima non illumina il nostro cuore. Non a caso il Signore usa le parole "dove" e "comprare", perfette per fotografare il nostro cuore. Tutti cerchiamo luoghi che non esistono dove crediamo di poter comprare ciò di cui abbiamo bisogno. Per questo sballiamo i conti, e ci ritroviamo impotenti di fronte ai fatti della storia nei quali più forte si fa sentire la fame. Filippo siamo tutti noi, spesso incapaci di guardare oltre, con il cuore appesantito dalla ragione imprigionata dall’unica evidenza che balza immediatamente agli occhi: "duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". Matematica imperfetta perché incapace di contemplare l’infinito che abbraccia e dà senso a ogni numero. Anche se qualcosa abbiamo - "C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci" - come Andrea non pensiamo che sia sufficiente: "ma che cos'è questo per tanta gente?". Siamo abituati ad altri schemi, seduti ogni giorno nel consiglio di amministrazione che governa famiglia e affetti, lavoro e scuola, amicizie e relazioni. Ma nonostante i nostri libri contabili, le previsioni di bilancio saltano sempre e ci ritroviamo incapaci di sfamare una moltitudine, fosse anche solo di due persone, coniuge e un figlio. E allora precipitiamo nella frustrazione, che genera silenzi, nervosismo, ira e rancori. Ingannati dal demonio che si nasconde nell'educazione e nella cultura, crediamo ciecamente nelle nostre possibilità e in quelle altrui; ma, una volta sperimentati i limiti, cominciamo a disprezzarci e a disprezzare. Invece, i "cinque pani e i due pesci" sono molto più di quello che le mani sono capaci di afferrare. Sono la debolezza e la povertà che la "capienza" infinita del Mistero Pasquale di Cristo vuole accogliere e fare sue per moltiplicarle nella sovrabbondanza d'amore che esso rivela. La creazione stessa obbedisce a precise formule matematiche, ma i numeri che la definiscono non sorgono dal nulla, da un big-bang riproducibile in laboratorio. Vi è un’evidenza nascosta eppure intuibile, il segreto tracciato di numeri che non hanno fine perché il loro stesso principio è puro mistero. Un computer, un telefono, una pila, tutto ci parla d’infinito. Ma non solo. Anche le persone che ci molestano e non accettiamo, anche questo giorno, con le solite cose da fare, il letto d'ospedale che non sopporti più, o la fila alla posta per due spiccioli di pensione. Anche te stesso con i tuoi limiti e contraddizioni. Tutto ci parla dell'infinito in cui si vorrebbe tuffare il nostro cuore per saziarsi; della vita che non ha limiti dove riposare e sentirsi pienamente accettati e amati così come siamo. E l'infinito a cui aneliamo si svela pienamente nel miracolo compiuto dal Signore. 



    Il Messia atteso è Dio, l'infinito fattosi prossimo, l’origine d’ogni vita. Raccogliendo tra le mani quel “cinque” e quel “due”, nel breve istante d’una Parola benedicente, li riconduce alla pienezza originaria, allo splendore del compimento, deponendoli nella successione che li lega all'infinito. Quei due numeri che, a una prima e piatta visione, non dicono altro che un contenuto definito, circoscritto e tragicamente limitato, nelle mani e nelle parole di Gesù, scavalcano il limite imposto dalla ragione carnale e acquistano il loro significato autentico. Sono numeri, segni di una realtà ben visibile, eppure aperta, misteriosamente, all’infinito. "Cinque pani e due pesci" sfamano e saziano una gran moltitudine, e avanzano per sfamare e saziare ancora, da quel pomeriggio sulle rive del Lago di Galilea sino a questo nostro giorno, sino alla fine del mondo, e più in là, sino all’eternità. Così è di ogni numero che descrive e sembra limitare le nostre esistenze, la storia stessa del mondo. L’età, lo stipendio e il conto in banca, l’altezza e il peso, la forza, i metri cubi delle nostre case, gli anni d’una amicizia, di un amore, le distanze, i progetti, le mura che ci stringono e sembrano frustrarci e tenerci schiavi, e la chimica dei sentimenti, degli umori, delle speranze e delle delusioni, i valori alterati che sbucano dalle analisi, le parole che ci diciamo per contraddirle in un minuto, il carattere e i difetti, perfino i peccati! Ogni numero che fa di noi quello che siamo, la matematica che, fredda, sembra sospingere le nostre storie verso destini ineluttabili, attende invece una mano e una Parola, quelle dell’Autore di ogni matematica e di ogni scienza, l'Architetto di ogni vita. "Attualizzando il Mistero Pasquale" che ha distrutto il limite della morte che gravava sulla storia, le mani di Gesù creano e ricreano liberando ogni centimetro della nostra vita, dei nostri pensieri e dei nostri gesti, dalla prigione del peccato che li soffocava nell'egoismo e nell'orgoglio. Quelle mani e quelle parole che hanno compiuto il Miracolo che profetizzava la Pasqua, si fanno prossime a ciascuno di noi attraverso le mani e le parole dei suoi Apostoli. E’ la Chiesa che, da duemila anni, si piega sull’umanità, ne riconosce, nascosto, il seme divino impresso dal Creatore, e, per la Parola e il Sacramento, lo riconduce allo splendore del compimento. Ogni istante, ogni numero della nostra vita, anche quelli negativi, grigi, che sembra ci stiano schiacciando, non sono altro che i segni d’una porta dischiusa nell’attesa della Chiesa che, annunciando e celebrando il Mistero Pasquale del Signore, prende la nostra vita per moltiplicarla nell'amore che sa andare oltre la paura e la sofferenza. Ogni grumo dell'esistenza è gravido d’eterno. Ma solo l’incontro esistenziale, concreto, autentico con il Signore rende possibile quello che tutti speriamo. 



    Cosa posso fare allora per vedere trasformata in pienezza questa mia fame, il desiderio che mio figlio guarisca e la speranza di compiere comunque la volontà di Dio? Cosa fare perché le mie incoerenze, i difetti, le cadute siano trasfigurate e non mi schiaccino più, e possano diventare invece occasioni e strumenti per dare da mangiare a chi mi è accanto? Tranquillo, non devi fare nulla di speciale, solo obbedire. Come gli apostoli che hanno consegnato a Cristo quel poco che, senza di Lui, non è nulla "per sfamare tanta gente". E obbedire alla Chiesa che vede sotto i tuoi piedi "la molta erba" immagine dei pascoli preparati da Dio per noi nella nostra storia, nei nostri "luoghi". Ascoltare e fare come ci dice la Chiesa, dunque, e "sederci" laddove ci troviamo, perché Dio lo ha già preparato come un giardino dove pregustare le delizie del Paradiso. Ma dai, dovrei sedermi invece di darmi da fare? Sì, obbedisci e "siediti", perché se non sperimenti che Cristo può moltiplicare quello che sei, non vedrai la tua vita compiuta; se non sperimenti che la Vita che sfama e sazia non si "compra" in nessun "dove" ma è Lui stesso che si dona a noi, resterai schiacciato nelle tue meschinità. Solo consegnandoti totalmente a Cristo e umiliandoti rinnegando te stesso, infatti, vedrai moltiplicata in te la vita di Cristo che si fa carne della carne, sangue del tuo sangue. Allora potrai "dare da mangiare" a chi ti è accanto, amando nell'amore che ti nutre e sazia: potrai perdonare e non resistere al male, offrire l'altra guancia del tuo onore e rispettare tua moglie senza esigere che ti sazi con il suo corpo; saprai donarti perché è così che Cristo ha salvato te, e se il suo amore invade il tuo essere, esso ti catapulterà verso l'altro senza neanche accorgertene. Perché solo "chi perde la sua vita la ritroverà" moltiplicata, solo chi sfama gli altri con la sua vita sperimenterà cosa significa la pienezza, la gioia, l'autentica sazietà!Così la Chiesa, e tutti noi in essa, saprà donare se stessa annunciando credibilmente il Vangelo, i genitori sapranno trasmettere la fede ai loro figli, facendo "sedere" tutti alla mensa imbandita da Cristo, dove offrire, in ogni circostanza, il poco, pochissimo che tutti abbiamo alle sue mani. Tuo marito è superficiale, arido, assiduo a poltrona, pantofole e televisione? Bene, prendi su di te questa sua attitudine allo svicolamento dalle responsabilità e consegnala a Cristo, la vedrai moltiplicata in uno zelo mai visto... Tuo figlio è pigro, incapace di studiare e concentrarsi? Bene, prendi su di te questa debolezza e dalla a Cristo, l'unico capace di tirare fuori da ciascuno il meglio, ovvero il seme di vita eterna seminato dal Padre. 





    Guarda che il miracolo è tutto qui: forse tuo marito sarà ogni giorno propenso a sdraiarsi sul divano, come tuo figlio incapace di star fermo dieci minuti, esattamente come quei cinque pani sono restati tra le mani di Gesù quello che erano; il Vangelo, infatti, a proposito dei pezzi avanzati dice che "li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo", segno che Gesù ha continuato a "distribuire" i frammenti dai pani originari. Non ha prima moltiplicato e poi distribuito, ma ha continuato a tenere tra le mani gli stessi cinque pani che gli erano stati dati. Così, come il pane e il vino dell'eucarestia trasformati in corpo e sangue di Cristo, restano, alla vista, quello che sono, Gesù prende, tocca e benedice quello che siamo, compresi i difetti e i limiti, per farne un cibo capace di sfamare e avanzare per una moltitudine immensa, ovvero tutte le persone che incontreremo durante la vita. Dio non ci cambia magicamente, ma, lasciandoci deboli e poveri, ci colma del suo Spirito. Così anche una malattia, un problema, un dolore, un fallimento, un peccato, toccato da Cristo, si trasforma in una "Eucarestia", una porta spalancata sulla gratitudine per il prossimo che non vede nulla per cui lodare Dio. Questa è la Pasqua che si fa "contemporanea" dell'umanità, che accoglie nel passaggio di Cristo ogni uomo. Questa è la Pasqua che accende la luce dell'amore sino alla fine nel mondo avvolto nelle tenebre dell'infelicità perché i suoi calcoli, pur da premio Nobel, quando si tratta di amare davvero sballano sempre. Il "segno" che svela il Profeta al mondo, infatti, che annuncia agli uomini "il Messia inviato da Dio", è la Vita moltiplicata e capace di saziare, offerta gratuitamente all’umanità. Il "segno" del Profeta è la Chiesa, "sacramento di salvezza" come l'Eucarestia: povera, debole, bisognosa di penitenza e conversione, eppure ricca della ricchezza che nessun altro nel mondo possiede: la Parola – i "cinque pani", immagine dei cinque libri della Torah – e il potere di Dio nella carne del suo Figlio – i "due pesci", immagine delle due nature del Signore. Il "segno" dato al mondo sono i "Dodici" apostoli colmi del suo amore come i "dodici canestri" che hanno "raccolto" la sovrabbondanza della Grazia, inviati a sfamare e molto di più, a saziare la vita di ogni uomo. Il "segno" sei tu, con la tua vita, la tua famiglia e la tua storia di oggi, raggiunta dalla "capienza" dell'amore di Dio. Sfamati e saziati siamo chiamati a donare a tutti la sovrabbondanza del suo amore che colmato la nostra vita: il tempo e le parole, i gesti e il denaro, gli sguardi e le lacrime, le sofferenze e le gioie, ogni secondo che ci è dato, tutto è "raccolto perché nulla vada perduto"; nulla della nostra vita è insignificante, perché tutto è, tra le mani di Gesù, una "benedizione" per chi ci è accantoMa perché ciò si compia e l'opera di Dio non si trasformi nell'ennesima preda del demonio, della vanagloria e della superbia, abbiamo bisogno di "ritirarci" con Gesù da "soli Lui sulla montagna", ovvero crocifissi con Lui nella storia. Abbiamo bisogno della sua intimità che possiamo sperimentare nella nostra comunità cristiana, nella preghiera e nell'offerta continua di ogni nostro secondo a Lui. E' qui il cuore segreto della nostra vita, da dove nasce la nostra missione: uniti indissolubilmente a Cristo e nascosti in Lui, morti al mondo e alle sue tentazioni, perché chi ci è accanto veda sempre in noi l'opera di Dio e non resti ingannato, credendo che l'amore vero è possibile comprarlo in qualche dove.



    APPROFONDIMENTI






  • Giovedì della II settimana del Tempo di Pasqua



    αποφθεγμα Apoftegma

    Questa obbedienza a Dio è quella 
    che apre le porte del mondo alla verità, alla salvezza. 
    In effetti, Dio ci ha creati come frutto del suo amore infinito; 
    per questo, vivere secondo la sua volontà 
    è il cammino per trovare la nostra autentica identità, 
    la verità del nostro essere, 
    mentre allontanarsi da Dio ci allontana da noi stessi 
    e ci precipita nel vuoto. 
    L’obbedienza nella fede è la vera libertà, 
    l’autentica redenzione, 
    che ci permette di unirci all’amore di Gesù 
    nel suo sforzo di conformarsi alla volontà del Padre. 
    La redenzione è sempre questo processo 
    di condurre la volontà umana alla piena comunione con la volontà divina.

    Benedetto XVI, Cuba 2012










    L'ANNUNCIO

    Dal Vangelo secondo Giovanni 3,31-36

    Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui». 










    L'OBBEDIENZA DEL FIGLIO IN NOI CI FA ASCENDERE AL CIELO 

    Al centro della Pasqua vi è l'obbedienza, perché "credere" significa, in concreto, "obbedire" al Figlioobbedire è ascendere al Cielo, lasciarsi afferrare dal Signore per farsi condurre nel luogo dal quale Egli è "disceso". Obbedire è consegnare noi stessi fatti "di terra" al Figlio di Dio che "viene dall'alto", perché la terra si rivesta di "Cielo" e sia colmata di "Spirito". Credere, infatti, è innanzi tutto accogliere l'annuncio che proprio questi istanti che abbiamo tra le mani, la tela che intreccia le nostre relazioni, i nostri amori, il lavoro, la scuola, la famiglia, che tutto quello che è la "terra" della nostra vita può, miracolosamente, qui e ora, trasformarsi in un anticipo di Cielo. Però, un momento, di che cosa stiamo parlando? Mia moglie non ha neanche quarant'anni, un cancro la sta divorando, e abbiamo tre bambini piccoli! Che significa questo credere e obbedire? La storia è qui che ci sta inghiottendo in un dramma di cui non riusciamo a comprendere la portata e immaginare gli esiti. Che mi vieni a raccontare? Sì fratello, vengo oggi ad annunciarti che "Chi viene dall'alto, dal Cielo, è al di sopra di tutti", e si sta avvicinando a te e a me che "veniamo dalla terra, apparteniamo alla terra e parliamo della terra". E' "terra" ed è reale la tua sofferenza, spezza il cuore la paura del futuro, e che ansia l'attesa delle analisi e della Tac... Lo so, vi recate in pellegrinaggio da un ospedale all'altro, e vorreste che i medici fossero Dio, ed è normale che aggrappiate la speranza a un doloroso protocollo chemioterapico. Tutto fareste pur di salvare la vita, e lasciare ancora un tempo la madre ai suoi figli e la sposa al suo sposo. Così come è "terra", è reale e fa male un marito che tradisce e scappa con una ventenne; o un figlio che, sordo a qualunque parola, continua a frequentare ambienti imbottiti di droga; o l'essere stati licenziati a cinquant'anni e non avere alcuna prospettiva di impiego, la famiglia da mantenere e il mutuo da pagare. Il sudore e il dolore impregnano "la terra" alla quale "apparteniamo", lontana dal Paradiso quanto la superbia ci ha spinto ad allontanarci da Dio. Per questo non sappiamo e non possiamo che "parlare della terra", l'unica che conosciamo. Gli occhi sono piantati su quello che vediamo e tocchiamo, ed è dolore, paura, frustrazione, peccato. Da qui sotto non riusciamo a vedere l'insieme delle cose, lo sguardo è incatenato in una prospettiva limitata, al massimo ci perdiamo in un sogno, un desiderio che si fa alienazione, ed è ancor peggio, e cadiamo in una schizofrenia che ci dilania: da una parte il desiderio indomito di pienezza, di altezze sconosciute, dall'altra la polvere della terra che ci raschia la gola e arrossisce gli occhi... Sulla "terra" il dolore non ha senso, soffoca, acceca, uccide, e basta. Pensa a come "parli" della tua vita, delle persone che ti sono accanto; pensa a come guardi e come discerni i loro gesti e le loro parole. Hai per caso presente che esiste il peccato, e che tu e l'altro siete peccatori? Hai presente che il peccato caccia lo Spirito e lascia l'uomo a combattere inutilmente con la "terra" che gli si sbriciola tra le mani. Che è inutile, senza l'alito di vita celeste siamo tutti una creazione abortita, null'altro che polvere, vana come ogni gloria faticosamente conquistata. Nove volte su dieci non lo abbiamo presente, e siamo generosi... Sappiamo solo che, come me, l'altro è "dalla terra", si muove nel perimetro che delimita con i suoi passi, quando i suoi sbagli cadono sotto i miei occhi non ho che rimproveri, castighi e giudizi. "Nessuno" di noi ha ancora "accettato la testimonianza" di Gesù, non pienamente almeno, altrimenti vedremmo e parleremmo diversamente. "Nessuno" nel mondo lo ha accolto, per questo il mondo è schiavo del demonio e della carne, e non sa "parlare" che della terra: le leggi che decretano la strage di embrioni-persone innocenti, divorzi express, utero in affitto, sono "parole della terra"; l'economia che dimentica la persona e guarda solo al profitto e ai consumi, "parla della terra"; l'educazione che stravolge l'antropologia autentica inventando nuovi generi quante sono le concupiscenze della carne, trasmette "parole della terra"; gli stati che dichiarano guerra e stipulano la pace sulla pelle dei vinti si fondano su "parole della terra". E così via, sino a noi, alle nostre famiglie. Il mondo "non obbedisce al Figlio", non "presta ascolto" alle sue parole, secondo l'etimologia latina del termine obbedire. Ciò significa che chi è del mondo, "della terra", non può entrare nella storia per compiere la volontà di Dio. Resta atterrito dalla paura della morte perché non ha "ascoltato" e "accolto" l'annuncio e la testimonianza di Cristo risorto e del perdono dei peccati. Le porte del Paradiso sono sbarrate davanti a lui, ed è obbligato a pensare le cose della terra. 


    Ma "l'ira di Dio incombe su di lui", su ciascuno di noi. Ed è una Buona Notizia! Sì, oggi incombe su di te e su di me l'ardente gelosia di Dio, che, secondo la terminologia biblica, è insieme ira e zelo. Incombe su di noi l'amore di Dio! Nessun moralismo, non c'entra nulla il Dio castigatore che forse ci è stato presentato, l'immagine terrorizzante che abbiamo di Lui, quella che il nostro cuore giustizialista ha disegnato. No, Dio è un Padre misericordioso che non ci lascia nell'inganno "della terra". Non è questo il destino per il quale ci ha creato! Per questo anche oggi "discende" dal "Cielo" il nostro Fratello maggiore "che è al di sopra di tutti" per "attestare ciò che ha visto e udito" lassù. E che ha "visto"? Ha "visto" noi raminghi ed esuli in "terra straniera"; ha "visto" i nostri peccati e la morte che ci ghermisce, con il male che non risparmia nessuno, neanche gli innocenti; ha "visto" le malattie, le guerre, i terremoti, i divorzi, gli aborti, i tribunali, gli abomini che feriscono la santità del corpo, del matrimonio, dei fidanzamenti, delle amicizie, del lavoro, dell'infanzia e della vecchiaia. E ha "visto" il Padre che freme di compassione perché ci ama, ed è pronto a perdonarci. Ha "udito" dal Cielo il nostro grido d'angoscia come quello del Popolo di Israele schiavo in Egitto; lo ha "udito" tra le mormorazioni, i giudizi, le giustificazioni, anche tra le maledizioni e le bestemmie con cui ci siamo abbandonati al peccato; ha "udito" il tuo dolore di madre ammalata, di padre stordito e preoccupato, di figlio intrappolato nell'inganno. E ha "udito" la voce del Padre che, guardando Lui "disceso" sino alle profondità della terra e da lì risuscitato, diceva di tutti noi "ecco il mio Figlio prediletto, in cui mi sono compiaciuto". Gesù "ha visto e udito" e oggi lo "testimonia" a ciascuno di noi. Ha visto la nostra sofferenza già bagnata dalla Grazia. Ci ha visto lì con Lui accanto alla destra del Padre! Basta "ascoltarlo" e "accogliere" il suo martirio d'amore per "certificare", ovvero sperimentare, che "Dio è veritiero" perché è amore e non smette un istante di amarci. Se è vera la terra, con il cancro e il peccato, è vero anche il Cielo, con il perdono e la vita eterna. E' l'amore che discende sino a noi il riscatto di ogni frammento di terra destinato alla corruzione. E' la "parola di Dio" che ci annuncia il Signore a smentire tutte le "parole della terra" che ci ha detto il demonio trascinandoci fuori dal Paradiso; è la "parola di Dio" che ci annuncia il perdono che ci libera e trasforma il male in un'occasione per amare e gustare le primizie del Paradiso, la libertà, la gratuità e l'innocenza che abbiamo perduto obbligati a mangiare polvere come il serpente che ci ha ingannato. 


    Solo l'amore, infatti, vince il timore e il peccato; solo l'amore trasfigura un cancro in un dono da consegnare al Padre per la salvezza di chi ci è accanto, come l'opera più grande per i propri figli, anche se dovessimo lasciarli di qui a poco. Varrà più questo tempo di sofferenza offerto nella pura gratuità per loro che venti anni di educazione e sacrifici. Quei gesti innocenti d'amore balbettati nella debolezza si pianteranno nel cuore dei figli come un segno indelebile del Cielo, una finestra aperta sul destino che li attende aperta proprio dalle piaghe del genitore ammalato. Allora la malattia devastante, la "terra" più sporca agli occhi di chi non ha mai visto il Cielo, sarà oro purissimo e di valore inestimabile, profumerà della fragranza del Paradiso, e resterà scolpito nel cuore dei figli come un'ancora a cui aggrapparsi nei momenti difficili. Perché è esattamente quello che ha compiuto Cristo sulla Croce, il momento breve ma intenso con cui ci ha salvati agganciandoci al suo Mistero Pasquale. Il momento più fecondo della sua vita. Come ha sperimentato e vissuto Chiara Corbella Petrillo, che così scriveva a suo figlio Francesco in occasione del suo primo compleanno; per lui aveva offerto se stessa, sino alla morte: "Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!" Siamo dunque chiamati a "credere", cioè ad "accogliere" oggi il Signore per "avere la vita eterna" che ci strappa alla "terra" per innalzarci al Cielo, dove guardare e discernere con gli occhi di Dio. Da lassù la prospettiva cambia radicalmente. Come quando sei in aereo e tutto acquisisce una dimensione nuova, si ridimensionano le cose che sembrano enormi agli occhi di cammina per strada. Immagina di trovarti in mezzo al traffico, a duecento metri da un incrocio. Ti sembra di non arrivarci mai, e imprechi, e ti agiti, e perdi la pace, e poi quando arrivi a casa ti sfoghi con la tua famiglia. Ma se guardi la stessa scena dal finestrino di un aereo, scopri che dopo quell'ingorgo la strada è libera, e puoi arrivare in tempo a casa per goderti la partita. Dal Cielo si vedono le cose dentro un ordine che dalla terra non si può percepire. Gli ingorghi della vita durano solo un attimo, non sono l'assoluto capace di ferirti a morte... Allora coraggio, lascia che oggi il Signore ti attiri a sé verso il Cielo attraverso la Croce: da lassù, gli occhi negli di Cristo, potrai vedere nella fede il piano di Dio su di te e sui tuoi cari, i frutti della Grazia oltre la malattia, oltre la crisi che sta anestetizzando nell'accidia tuo figlio, al di là dei fallimenti della missione.Perché "il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa", anche il cancro che porti dentro! Per questo chi appartiene a Cristo vive ogni evento e relazione in Cielo unito a Lui già da ora, pur attraverso le prove e le ferite della vita terrena; sperimenta il potere delle sue "mani" crocifisse su ogni avversità, e non perché mutano le circostanze, ma perché, con Lui, possiamo tutti entrare nella storia senza fughe alienanti, nella certezza che alla fine del tunnel c'è la luce del compimento. il Padre ha consegnato nelle mani del Figlio non un potere secondo la carne, magico e istantaneo, ma ciascun aspetto della vita di ogni uomo; i chiodi hanno piantato nelle mani di Gesù ogni nostro pensiero, sofferenza, angoscia, peccato, e ora, risorto, ha trasfigurato tutto nella gloria delle sue piaghe. Quando le mostra ai suoi discepoli rivela che la vita è stata finalmente redenta, che tutto di noi è stato purificato ed elevato e introdotto nel Cielo, che in tutto risuona l'eternità, l'incorruttibilità, e che l'anelito a non perdere più la pace e la gioia, è stato finalmente appagato in Lui, e lo possiamo sperimentare nella Chiesa. Nelle mani di Cristo è consegnato per amore dal Padre ogni nostro istante: per questo tutto di noi è un frammento del cuore amorevole di Dio che si posa sulla "terra"; ogni relazione, pensiero, impegno di lavoro e di studio, ogni precarietà, tutto è ormai impregnato dello Spirito Santo che Gesù ci dona "senza misura". Non ha infatti misura il nostro desidero di felicità, e lo Spirito deve conquistare, uno ad uno, tutti i territori della nostra esistenza che ancora appartengono alla terra. Lo Spirito Santo è il vento che spira dal Cielo e purifica, e colma di senso rivestendo tutto, anche una malattia, anche il dolore più lancinante, dell'amore infinito di Dio, della vita che non muore. Nulla è più banale, insignificante, disprezzabile; in Cristo risorto tutto è santo, bello e autentico. "Obbedire" a Lui allora, non è altro che lasciarsi toccare e attirare dalla pienezza d'amore che scaturisce dalle sue piaghe gloriose; è obbedire al suo invito e imbarcarci con Lui sull'aereo della Grazia, entrandovi attraverso il portello dell'umiltà. In quell'abitacolo che è la comunità cristiana, potremo aprire gli occhi sul panorama celeste per il quale ci è data anche questa giornata, e le persone con cui viviamo e incontreremo, le difficoltà e le consolazioni. Obbedire al Figlio è l'amore, la chiave che dischiude le porte della Vita eterna nella quale passare da questa "terra". 


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