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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Giovedì della VI settimana del Tempo Ordinario




    αποφθεγμα Apoftegma

    Decisivo nella vicenda fu quello che avvenne 
    nella notte tra il giovedì e il venerdì della Passione. 
    Cristo, condotto fuori della casa del sommo sacerdote, 
    fissò Pietro negli occhi. 
    L’apostolo, che lo aveva appena rinnegato tre volte, 
    folgorato da quello sguardo, comprese tutto. 
    Gli tornarono alla mente le parole del Maestro 
    e si sentì trafiggere il cuore. 
    “E uscito, pianse amaramente”
    Il pianto di Pietro ci scuota nell’intimo, 
    sì da spingerci ad un’autentica purificazione interiore.

    San Giovanni Paolo II









    L'ANNUNCIO



    Dal Vangelo secondo Marco 8,27-33.


    Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti». Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
     





    LA FEDE DI PIETRO PROVATA AL CROGIUOLO DELLA CROCE E' LA ROCCIA DA CUI SCATURISCE LA VITA CHE NON MUORE
    Una domanda e un rimprovero, le parole di Gesù rivolte ai discepoli, a Pietro, a ciascuno di noi. Il Vangelo di oggi è stretto in questa morsa perché fuoriesca il pus che giace nascosto nei nostri cuori e nelle nostre menti. Pensare secondo gli uomini, ecco il veleno. La parola greca che nel Vangelo indica il pensiero assume una gamma di significati che ruotano attorno a quello più profondo di sapienza. La stessa che diviene astuzia nel caso del serpente. Ma indica anche la sapienza creatrice di Dio, come appare in più testi della letteratura sapienziale, dove assume il senso di giudizio, perspicacia, discernimento. Nei Vangeli, il termine indica spesso una sapienza capace di valutare, aspirare a una meta, prendere posizione. Il pensiero è dunque legato alla sapienza, che può essere secondo la carne o secondo Dio. E' una sorta di Dna spirituale, la molecola chiave nell'economia della cellula. Come in una catena di informazioni, nel Dna è contenuta l'informazione genetica dalla quale partono tutte le informazioni su come deve essere fatta e su cosa deve produrre una cellula. L'informazione viene poi trasmessa alle generazioni successive. Potremmo allora chiederci quale sapienza è all'origine dei nostri pensieri, delle aspirazioni, delle scelte e dei nostri atti. Se il nostro Dna spirituale stia scrivendo una catena carnale o una catena divina. Se in noi tutto è scomposto, frammentato, se i dubbi la fanno da padrone, oppure se si vi è un centro, un'origine che infonde pace, gioia, gratitudine. Seguiamo il Signore o lo prendiamo in disparte scandalizzati dalla Croce? Appartiene a Cristo chi ne ha lo Spirito e il pensiero. Pensare secondo la carne, seguirne i desideri significa essere nemici di Dio. Pietro con i suoi pensieri umani, carnali, era un nemico di Dio, sino ad identificarsi con Satana diventando così scandalo, l'inciampo sul cammino di obbedienza che il Figlio doveva percorrere. Il pensiero di Pietro si era posto davanti e di traverso a quello di Dio. Gesù doveva soffrire ed essere rifiutato per risorgere. Era questa la missione di Cristo, del Messia, che Pietro aveva pur riconosciuto e confessato. Era il Figlio dell'uomo, l'Uomo che realizzava il pensiero di Dio. Era la Sapienza stessa di Dio, la scandalosa Sapienza della Croce. Per questa sapienza Egli doveva donare la vita, e non era un dovere morale, ma, come suggerisce l'originale greco, era una necessità di tipo naturale. Era nel suo Dna l'amore per i propri amici e anche per i propri nemici, sino alla morte. Lui pensava un amore infinito. 

    Altro aveva in mente Pietro. Altro abbiamo in mente noi. Anziani, sacerdoti, scribi, sono tutte categorie che ci portiamo dentro. Costituiscono la catena del Dna dei nostri pensieri: prestigio, potere, intelligenza, religione vista e usata come un totem capace di soddisfare i nostri desideri. Gesù è infatti rifiutato proprio dai nostri pensieri, la cui immagine appare chiaramente nelle categorie "religiose" che storicamente lo condurranno al supplizio: "Sono le tre maschere dell'unico male, l'egoismo... Corrispondono alle tre concupiscenze sulle quali si struttura il mondo...e ai tre aspetti seducenti e illusori del frutto proibito, che già ad Eva parve buono, bello e desiderabile" (S. Fausti,Ricorda e racconta il Vangelo). Il veleno di satana, il Dna impazzito dei nostri pensieri. Ma proprio qui appare la salvezza, per Pietro e per ciascuno di noi. L'amore infinito di Gesù, che chiama per nome il nostro pensiero corrotto, per tirar fuori ed espellere il veleno che ci distrugge. Satana e Pietro, tu ed io. Satana che occulta la verità scoprendone solo un pezzettino. Satana che mostra il rifiuto e la morte e nasconde la risurrezione. E Pietro ci casca, e sgrida il Signore. Non ha sentito, non ha potuto ascoltare la buona notizia che il Signore aveva annunciato subito dopo quella della passione, si era bloccato alla parte che riguardava il dover soffrire; il suo pensiero inquinato gli aveva sottratto l'epilogo di Gloria. Non aveva compreso l'amore, il dover morire per risuscitare, il dover caricarsi del rifiuto e dei peccati, per cancellarli e per risorgere, garanzia del perdono e della vita eterna. Lo capirà più tardi, quando l'evento annunciato si farà carne in Lui, la carne santificata dallo Spirito di Cristo risorto. Quando il pensiero sarà, per mezzo dello Spirito Santo, lo stesso pensiero di Cristo, e guiderà la sua carne ad essere offerta in una missione identica a quella del Signore. La Croce che ora rifiuta sarà il suo destino, la morte con la quale glorificherà chi ha rifiutato. E così per noi. Esattamente quello che stiamo oggi rifiutando sarà il nostro trofeo, il candelabro sul quale brillerà la luce del Padre in noi. Malattie, fallimenti, rifiuti. La nostra croce. Per ora però, Pietro deve scendere, tornare, convertirsi. Tornare a camminare dietro Gesù. La traduzione scelta non ci aiuta a capire l'amore di Gesù verso Pietro. In greco non dice "lungi da me" ma "dietro di me". Quest'ultima è l'espressione che caratterizza il discepolo. Gesù vuole Pietro vicino come vuole noi con Lui, ma al nostro posto. Non ci giudica, ci illumina. Ci dice la verità svelando quello che abbiamo nel cuore e nella mente. E ci attira a sé con amore, per imparare a seguirlo, a camminare umilmente ogni giorno dietro di Lui, per conoscerlo negli eventi della vita. Seguirlo e conoscerlo nella misura in cui conosciamo noi stessi. Siamo oggi chiamati a pregare con San Francesco "Chi sei tu Signore, e chi sono io?" (Consid. sulle stimmate). Camminare con Lui per ricevere da Lui, in dono, il suo Spirito, il Dna sano della Sapienza celeste, quella della Croce, per pensare le cose secondo Dio, quelle di lassù per vivere quaggiù. "Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità" (J. Ratzinger, Omelia nella Missa pro eligendo Romano Pontifice).



  • Mercoledì della VI settimana del Tempo Ordinario




    αποφθεγμα Apoftegma

    Con l'espressione 'questo è umano' oggi si giustifica tutto.
    Si cerca il divorzio: è umano.
    Si beve: è umano.
    Si imbroglia in un esame o in un concorso: è umano.
    Si sciupa la propria giovinezza nel vizio: è umano.
    Si lavora con indolenza: è umano.
    Si è gelosi: è umano.
    Si commette peculato: è umano.
    Si è gelosi: è umano.
    Non esiste alcun vizio che non si giustifichi con questa formula.
    Con il termine 'umano' si caratterizza così ciò che di più caduco e meschino esiste nell'uomo.
    A volte addirittura diviene sinonimo di bestiale.
    Che bizzarro modo di esprimersi!
    L'umano è proprio quello che ci distingue dalla bestia.
    Umano è l'intelletto, il cuore, la volontà, la coscienza, la santità. Questo è umano.


    Card. Saliège, in J. Ratzinger, Dogma e predicazione









    L'ANNUNCIO

    Dal Vangelo secondo Marco 8,22-26.

    Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo. Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quegli, alzando gli occhi, disse: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa. E lo rimandò a casa dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».














    PRENDENDOCI PER MANO CRISTO CI CONDUCE NELL'INTIMITA' DELLA CHIESA PER GUARIRE I NOSTRI OCCHI CON LA SUA PAROLA PER CONTEMPLARE CHIARAMENTE IL SUO AMORE CROCIFISSO IMPRESSO IN OGNI UOMO

    Betsaida, al confine tra la Galilea e la Decapoli, a un tiro di sasso dal paganesimo, è ogni luogo, situazione e relazione dove spesso il demonio riesce a farci distogliere lo sguardo dallo Sposo per fissarlo adorante sugli idoli. Betsaida è la nostra vita né carne né pesce, dove viviamo un po' con Dio e un po' con mammona, un po' fedeli e un po' idolatri e la frustrazione di non poter amare ci avvolge come una coltre oscura. La cecità infatti è il segno di un disordine, mostra i limiti della natura ferita dal peccato. Siamo ciechi e sbattiamo ogni giorno sulle barriere architettoniche erette dal nostro cuore indurito, dai pregiudizi, dalle concupiscenze, dai moralismi, dai pensieri e dalla carne corrotti dal peccato. Ma nulla di noi è estraneo all'amore della Chiesa che ci viene incontro nella nostra Betsaida per condurci a Gesù. Gli amici dello Sposo lo pregano infatti con pazienza perché si prenda cura di noi, spose accecate dalla menzogna del demonio. E il Signore, senza giudicarci, prende per mano la sua sposa attirandola nel deserto per parlare al suo cuore. In questi passi balbettati accanto a Gesù è tutta la nostra vita. Abbiamo bisogno di camminare per mano dello Sposo che conosce il cammino della Pasqua, per uscire dall'oscura notte della morte. Come nella Veglia Pasquale la luce del cero annuncia lo splendore del Re che ha vinto le tenebre, così la predicazione della Parola simboleggiata dalla saliva di Gesù spalmata sugli occhi del cieco ci annuncia la Buona Notizia che alla sua luce passeremo dalla cecità alla vista piena, ovvero la vita nuova dei risorti nella comunione con gli altri uomini. Essa illumina innanzi tutto l'albero della Croce dove Gesù nuovo Adamo ha condotto, per guarirla, la carne disobbediente e per questo cieca del primo Adamo. Perché non c'è guarigione senza l'esperienza con cui il cuore vede se stesso e gli altri come alberi; ciò significa che il primo passo verso la guarigione è l'umiltà che riconosce i propri peccati che hanno inchiodato Gesù vivo nei fratelli sull'albero della Croce. Ma Cristo è risorto facendo della Croce la porta gloriosa dischiisa sul Cielo. Per questo chi cammina nella Chiesa posa il primo sguardo degli occhi dischiusi nella fede sulla Gloria che riveste la sua croce. Solo l'esperienza personale che ogni umiliazione e caduta ci ha condotti all'incontro con l'amore infinito di Dio in Cristo suo Figlio, può aprire gli occhi del cuore per riconoscere un fratello in chi ci è accanto. Il contatto prolungato e ripetuto con Lui che ci tocca attraverso il battesimo e ogni sacramento, ci unisce allo Sposo sulla nostra croce di ogni giorno, dalla quale, con i suoi stessi occhi, possiamo guardare a distanza ogni cosa, senza trascurare nessun dettaglio offertoci per stendere le braccia e donarci. E' la vista piena della fede adulta, ovvero, secondo l'originale greco, un vedere perfettamente attraverso la superficie e dentro la realtà, il discernimento capace di riconoscere in chi ci è accanto lo stesso volto di Cristo. Uno sguardo d'amore capace di contemplare nel fratello la bellezza dell'immagine di Dio celata dalle ferite del peccato. Per questo, una volta guariti, non si torna più al villaggio di prima, ai rapporti feriti dalla paura e dal peccato, ma si cammina obbedienti alla sequela di Gesù, guardando la storia e le persone con i suoi stessi occhi colmi di misericordia.

    QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





  • Martedì della VI settimana del Tempo Ordinario





    La malattia tipica della Chiesa ripiegata su se stessa è l'autoreferenzialità: 
    guardarsi allo specchio, incurvarsi su se stessa... 
    È una specie di narcisismo, che ci conduce alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato

    Papa Francesco



    Dal Vangelo secondo Marco 8, 14-21

    In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. 
    Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».






    SULLA BARCA DELLA CHIESA PER COMPRENDERE L'AMORE DI DIO E ABBANDONARE L'IPOCRISIA




    "Comprendiamo" quello che sta accadendo? I ventuno copti sgozzati in Libia qualche tempo fa dai miliziani dello Stato Islamico "dicevano solamente 'Gesù aiutami'. Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida" (Papa Francesco). Il mare solcato dalla barca di Gesù si tinge dunque di rosso, e noi? Ci giunge oggi il grido dei fratelli che hanno offerto la vita per amore a Lui? Riesce a scartavetrare le pareti del cuore levigate come il marmo di una tomba? La loro testimonianza ci interroga oppure siamo indifferenti, sedotti dal mondo e dai crampi della fame? Forse cominciamo a sentire un po' di paura per il pericolo così vicino, ma è cosa molto superficiale, vero? Ti infilerai in macchina o sulla metro e via, dentro un'altra giornata nella quale, come i discepoli saliti sulla barca con Gesù, "discuteremo perché non abbiamo pane". Mettiamola come vogliamo, dipingiamola con i colori più romantici che abbiamo, ma l'unico problema che ci assilla davvero è "il pane". Sono anni che non si parla d'altro: crescita, consumi, stipendi, pensioni. E' una vita che noi non parliamo d'altro. Per questo ci infiliamo nell'indifferenza come in un'armatura, illudendoci di poterci difendere dal grido dei martiri che si impone dinanzi a noi come un segno di contraddizione della nostra vita. Il loro sangue, infatti, disinfetta la realtà strappando la coltre d'ipocrisia con cui l'abbiamo avvolta. E' inutile, non potremo fuggire in eterno dalla verità che si cela negli eventi che ci attendono ogni giorno. Anche oggi, che in virtù della testimonianza dei nostri fratelli può essere finalmente diverso dai troppi ieri incartati nell'inautenticità. E' vero, anche noi come i discepoli "abbiamo dimenticato" di prendere i pani che Gesù ha moltiplicato; abbiamo cioè "trascurato" (secondo l'originale greco) i segni del suo amore nella nostra vita. Quando siamo stati amati, perdonati, curati e rigenerati "quante ceste colme di pezzi abbiamo portato via?". Tante, e nella sua sovrabbondanza siamo diventati sacerdoti, suore, mariti, mogli, e padri e madri. Quante volte il Signore ha moltiplicato il nostro piccolissimo desiderio di perdonare marito o moglie spingendoci ad umiliarci, e ha così risuscitato un matrimonio ormai spacciato... "Non vi ricordate quando" vi ho salvati da adulteri, furti, divisioni, peccati spesso gravi, traendo dalle situazioni più difficili e di peccato un'abbondanza di vita impensabile? Sì, lo ricordiamo, eppure il nostro cuore è ancora preoccupato per il pane, perché è una massa "indurita" infettato dal "lievito dei farisei e da quello di Erode". Siamo fermentati dallo stesso lievito che cortocircuita purezza religiosa e avidità della carne, preghiere e potere, sacrifici e prestigio, digiuni e successo. Siamo schiavi del sogno di una vita diversa che si nutre dell'idolatria perché abbiamo creduto al demonio che ci ha travestiti da dio. E così ci siamo allontanati dalla realtà che nega il carnevale nel quale riduciamo la nostra vita. Per questo, nonostante le esperienze dell’amore di Dio, siamo "ciechi" e "sordi", e "ancora non comprendiamo" chi Egli sia e come agisca nella storia. Ma coraggio, sulla barca che è immagine della Chiesa, basta "un solo pane", Cristo, l’unico necessario! Possiamo salirvi così come siamo, con il lievito ancora nel cuore, perché in essa vi è Lui, che ha il potere di farci “azzimi” per compiere nella Pasqua la nostra vita. Nella Chiesa, infatti, il Signore ci accoglie nel suo perdono che ci “purifica” sino in fondo, per affrontare con Lui la traversata che è immagine del cammino verso una fede adulta capace di "stare attenta e guardarsi" dal lievito del demonio. Solo essa ci dona il discernimento con cui "comprendere" gli eventi della nostra storia per riconoscere nel sangue dei nostri fratelli la chiamata del Signore ad offrire, in ogni circostanza, la nostra vita per testimoniare il suo amore. Nella certezza che il messaggio insanguinato dei fondamentalisti è l'ennesimo segno con cui Dio chiama i suoi figli a salire sulla Croce uniti a suo Figlio e amare. Anche loro.



    UN ALTRO COMMENTO

    Nella barca, immagine della Chiesa, basta "un solo pane". Possiamo salirvi con le nostre "dimenticanze", con le disattenzioni e le incoerenze, senza essere adeguati. Nella barca c'è Gesù, ed è tutto. Lui ha preso la debolezza dell'uomo, l'incapacità di sfamare che tutti ci accomuna, e ne ha fatto un prodigio. Ha attinto dai nostri peccati per donare vita in abbondanza! Questo è il mistero della Chiesa, la Pasqua di Gesù che si rinnova in essa perché i suoi araldi possano attingere dalle ceste e dalle sporte colme di pani avanzati, immagine della vita che ha sconfitto la morte e non si esaurisce. Non è la nostra esperienza? Non è per essere stati amati, perdonati, curati e rigenerati che oggi siamo sacerdoti, suore, mariti, mogli, e padri e madri? Non è perché Gesù ha chiamato e toccato la nostra insufficienza trasformandola in pane capace di sfamare chi ci è accanto che lo stiamo seguendo sulla barca? Quante volte il Signore ha moltiplicato il nostro pochissimo desiderio di perdonare marito o moglie accompagnandoci ad umiliarci risuscitando così un matrimonio ormai spacciato... Quante volte non solo ci ha salvati da adulteri, furti, divisioni, peccati spesso gravi ma ha anche tratto proprio dalle situazioni più difficili un'effervescenza e abbondanza di vita impensabili... Eppure lo dimentichiamo facilmente, incalzati dalla paura. Ecco, la Chiesa è anche questo manipolo di uomini e donne che "dimenticano" il pane, con una "trascuratezza" disarmante; è un popolo del tutto simile a quello di Israele, con il "cuore indurito". Di fronte alla storia che ci accoglie ogni giorno "abbiamo occhi ma non vediamo" oltre la superficie; abbiamo "orecchie ma non udiamo" quello che, proprio attraverso fatti e persone, Dio ci sta dicendo. Nonostante le esperienze fatte accanto a Gesù, "ancora non comprendiamo" chi Egli sia e come agisca nella storia. Come Israele vorremmo tutto e subito, dimenticando da dove il Signore ci ha tratto... 

    Partiti con Lui non abbiamo apaerto gli occhi sulle insidie dell'ipocrisia figlia dell'idolatria, il "lievito dei Farisei e di Erode". Abbiamo tenuto nascosti i nostri idoli, i criteri e le passioni, gli affetti malsani e l'attaccamento al denaro; il clericalismo soprattutto, l'idolatria più subdola, capace di mimetizzarsi tra salmi e incensi. E' il cortocircuito tra i Farisei ed Erode, tra la purezza religiosa e l'avidità della carne: preghiere e potere, sacrifici e prestigio, digiuni e successo, per svelare che se la carne ha soffocato lo Spirito la religiosità diventa solo l'altra faccia della stessa medaglia. Ipocrisia e narcisismo, entrambi figli della paura. Non siamo anche noi fermentati da questo lievito? Non è l'ipocrisia a vestirci anche oggi, in una schizofrenia tra fede e vita che ci dilania? Siamo clericali e narcisisti, perché abbiamo posto noi stessi al centro della "barca": siamo i chierici della nostra vita, officiamo e presidiamo, sostituendoci a Dio in nome di Dio, e non "vediamo" più Gesù, l'unico pane di cui abbiamo bisogno, l'unico capace di darci vita autentica perchè sovrabbondante ed eterna. Abbiamo "trascurato" il suo amore che ci ha tratti dalla sponda del peccato, e dimenticato la debolezza che ci impediva la felicità. Per questo passiamo gran parte del nostro tempo a "discutere" sul pane! Ecco gli apostoli nei consigli pastorali a discutere del pane: i soldi, il successo dell'evangelizzazione, strumenti e metodi per riempire la Chiesa, idee e strategie per rendere più accattivante la liturgia, marketing spirituale perché la gente acorra e partecipi e dia una mano. La Chiesa come una holding, la parrocchia come un condominio, e il pane a catturare anuma e mente... Rivoluzioni ed elezioni, ideologie e filosofie, piani pastorali e criteri sulla famiglia, tutto figlio della cupidigia e della concupiscenza di chi ha dimenticato Dio. Non è Lui che celebriamo e ascoltiamo? No, non è Cristo, siamo noi il vero dio che regge la Chiesa... e la famiglia e la società.... Ma, nonostante la durezza del nostro cuore, siamo sulla "barca" dove il Signore ci ha chiamati per condurci nella precarietà di ogni giorno e insegnarci a non appoggiarci al nostro clericalismo, alla nostra intelligenza e a vivere di ogni sua Parola. Ci sta insegnando a nutrirci del suo stesso Pane, che è compiere la volontà del Padre. Gesù ci "ammonisce" oggi a non preoccuparci della nostra debolezza, e ad abbandonarci alla sua misericordia: a restare nella Barca con Lui in una traversata che è immagine della Pasqua e dell'iniziazione cristiana, il camino di fede che ci conduce al discernimento; un cristiano adulto, infatti, "comprende" quello che gli accade e lo "vede" profeticamente come una storia d'amore che lo strappa all'ipocrisia per conoscere profondamente il suo Signore. E così per la storia della sua famiglia, dei suoi figli, sino alla storia politica ed economica. Tutto è ai suoi occhi un povero pane pronto ad essere moltiplicato dall'amore di Dio. Proprio il poco scampato alla dimenticanza è quanto di più prezioso abbiamo. E' sulla barca, con Gesù. Che cos'è questo pane oggi per noi? Il desiderio di perdonare? La speranza di non cadere più in quel peccato? Che così quest'unico pane che abbiamo con noi? Forse il matrimonio, i figli, la fidanzata, il ministero, il lavoro... E' solo un pane, ma è proprio l'azzimo che Gesù desidera, per trasfigurarlo e farne il pane con cui celebrare la Pasqua e passare, insieme a chi ci è affidato, dalla morte alla vita, dal peccato all'amore.