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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Mercoledì della XII settimana del Tempo Ordinario




    αποφθεγμα Apoftegma

    Il fatto è che in fondo non è buono. 
    E in questo sta tutto il senso del dramma. P
    er spiegarlo integralmente basta un solo proverbio 
    e per di più di un'estrema semplicità: 
    «Non è tutto oro ciò che luccica»
    Lo splendore di un bene artefatto non ha nessuna forza. 


    Vladimir Sergeevic SolovievIl racconto dell'anticristo 












    L'ANNUNCIO

    Dal Vangelo secondo Matteo 7, 15-20


    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.
    Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, nè un albero cattivo produrre frutti buoni.
    Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».










    L'ALBERO DELLA CROCE RENDE FECONDA LA NOSTRA VITA DI FRUTTI BELLI E BUONI NELL'AMORE DI CRISTO


    La bellezza salverà il mondo scriveva Dostoevski. Nell’originale greco, "kalos", il termine tradotto con "buoni" riferito ai frutti, si può rendere anche, e meglio, con "belli". Gesù parla dunque di "frutti belli", opposti a quelli "cattivi". Il più bello tra i frutti è Lui, il più bello tra i figli di Adamo, eppure senza bellezza e splendore mentre offriva la la sua vita sull’albero della Croce. I "frutti belli", infatti, sono quelli che nascono dalle ferite di Cristo crocifisso, così terribili da far coprire il volto: frutti belli perché insanguinati, frutti buoni perché germinati dalla sofferenza! Frutti belli e buoni perché testimoniano la Verità: "ciò che si manifesta in Cristo è la bellezza della Verità, la bellezza stessa di Dio che ci attira e nel contempo ci procura la ferita dell’Amore, che ci fa correre, assieme alla Chiesa e nella Chiesa/Sposa, incontro all’Amore che ci chiama" (J. Ratzinger). Un profeta autentico è il "nebi'a" inviato da Dio ad annunciare la verità che, illuminando la realtà, rivela la "chiamata" e indica nel compimento della volontà di Dio il cammino sul quale "correre" per incontrare il Signore. Quando predice l'avvenire lo fa rivelandolo come conseguenza dell'accoglienza o meno della verità e della volontà di Dio. I frutti dai quali possiamo riconoscere un "falso profeta", sono, invece, quelli della "bellezza ingannevole e falsa, che abbaglia e imprigiona gli uomini in se stessa, impedendo loro di aprirsi all’estasi che indirizza verso l’alto. Una bellezza che non risveglia la nostalgia dell’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé; che alimenta invece la brama e la volontà di dominio, di possesso, di piacere" (J. Ratzinger). Sono i frutti che germinano dalla menzogna, che oscurano la verità e mostrano la volontà di Dio come una frustrazione e un male per la propria vita, un impedimento al piacere e al suo godimento: "non morirete affatto" ha detto ad Eva il demonio sotto le vesti del serpente, il padre di tutti i falsi profeti. Non a caso il frutto offerto da satana appariva bello agli occhi di Eva. Ma era avvelenato. Era pura menzogna, luce sfavillante a nascondere il veleno di morte. I "falsi profeti" sono annidati ovunque, parlano di pace e hanno dentro la guerra. La labbra unte di dolcezza, la lingua suadente e adulante, lingua di serpente, velenosa. Ipocriti, adescano le anime con discorsi giusti al momento giusto, ci parlano della giustizia che cerchiamo, ci ispirano cammini ragionevoli, sembrano dare senso alla nostra vita. "Come agnelli sono vestiti", truccati di umiltà e mitezza, infilati nella logica stringente del bene comune, dei diritti di tutti, di lotta all'ingiustizia, di ribellioni e indignazioni; solleticano la carne spianando la strada alla concupiscenza. Come quando inducono alla morte in nome della vita, all'abominio in difesa dell'amore, all'egoismo in nome dell'autodeterminazione. Sono esaltati quali campioni della società cosiddetta civile, la più incivile che vi sia, che "scarta" dalla "civitas", dalla città degli uomini, coloro che non ritiene degni. E' l'ipocrisia dei "falsi profeti" che hanno mangiato dell'albero della conoscenza del bene e del male e si illudono di essere divenuti come Dio, arbitri infallibili che stabiliscono cosa sia giusto e cosa ingiusto, il buono e il cattivo: che si arrogano il diritto di stabilire quando e come una vita sia degna d'essere vissuta, condannati a legiferare scambiando il male con il bene, per finire col gustare e far trangugiare a tutti il veleno mortale dei frutti generati dai loro pensieri corrotti. Come i nostri, che offriamo in famiglia, al lavoro, ovunque, quando crediamo al demonio e ai suoi profeti, e ci immergiamo nell'illusione di essere capaci di stabilire quale e cosa sia il buono per il coniuge, i figli, i colleghi e gli amici. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare i "veri profeti", non una ma milioni di volte! Abbiamo bisogno di essere iniziati alla fede; non basta la messa della domenica, il mondo e i suoi falsi profeti ci annegano nelle menzogne! Abbiamo bisogno di luoghi e comunità dove i pastori e i catechisti ci annuncino il Vangelo della Verità, la Buona Notizia che smentisce le false buone notizie che il mondo ci propina; non possiamo fare a meno di momenti da difendere con i denti, nei quali spegnere le voci mondane e ascoltare i veri profeti che ci trasmettono, in tutta la sua bellezza e verità liberante, il magistero della Chiesa; è urgente che la Chiesa ci accompagni con catechesi che parlino alla nostra vita e non siano mera accademia, capaci di guidarci nel discernimento quotidiano, noi e i nostri figli. Del Vangelo abbiamo bisogno, per resistere ai fendenti del mondo che ha sostituito i peccati con i reati, costruendosi morali su misura delle concupiscenze.  E’ decisivo dunque il seme che si accoglie, e che a nostra volta seminiamo, perché poi, “un albero buono non più produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni”. E non c'è da meravigliarsi se i figli scivolano nell'accidia egoista di chi si sente il centro dell'universo: essa è il “frutto” del relativismo che abbiamo seminato in loro! “Non possono” dare frutti diversi, perché “non si raccoglie uva dalle spine o fichi dai rovi”. 


    Per questo il Signore ci dice di "guardarci dai falsi profeti", di difenderci cioè dal nemico che attenta alla nostra anima, porgendo l'orecchio ai veri profeti, accompagnando i nostri figli ad ascoltarli, prima di ogni altro impegno! A divenirlo noi stessi alla loro sequela. La vera educazione è sempre una profezia, legge il presente e lo illumina per annunciare il futuro; l'amore sincero è sempre una profezia che incarna il dono di Cristo; una vera amicizia non nasconde mai la verità all'amico. Un vero profeta è colui che indica nella Croce la bellezza della Verità; è colui che chiama ad unirsi a Cristo per amare e donarsi attraverso la porta stretta che si presenta ogni giorno: lo studio spesso arido, il lavoro routinario e senza gratificazioni, il rapporto difficile fatto di ascolto, pazienza e perdono con il coniuge e ogni persona, la castità, l'obbedienza, la sottomissione, il non resistere al male, tutto quello che Gesù ha annunciato nel Discorso della Montagna. Per questo, un profeta vero, è capace di dire "no" anche quando un "si" appare più conveniente, e apre la porta alla discesa dello Spirito Santo, come accade sempre all'annuncio del Kerygma, la profezia delle profezie. Ogni profeta che non ami la Croce, e, come gli angeli dell'Icona in alto, non ce la indichi incessantemente parlandoci di lei, che non ce la faccia amare e abbracciare, è un "falso profeta", un "rovo di sole spine", senza frutti. Un profeta che ci annunci la Croce Gloriosa del Signore Risorto è un vero profeta, perché la Croce è il segno che Dio ha posto per discernere i veri dai falsi profeti: come accadde ad Elia, che smascherò i falsi profeti di Baal, l'annuncio del Vangelo è un fuoco che discende dal Cielo e brucia le menzogne del mondo nella fornace della Verità. Il demonio, infatti, fugge alla sua vista. Per questo ogni profezia autentica è un esorcismo che libera gli uomini. Profetizza la verità a tuo figlio, ai tuoi parrocchiani, vedrai il demonio scappare. Vai ad ascoltare con tua moglie i profeti che ti annunciano il Vangelo, vedrai il tuo matrimonio risanato. Dio ha voluto salvare il mondo solo con la stoltezza della predicazione di Cristo e Cristo crocifisso. Essa è profezia che si compie perché "taglia" e "getta nel fuoco" della misericordia ogni "albero cattivo" piantato dal demonio che in noi distende i suoi rami di malizia. Sulla Croce, infatti, l'amore ha polverizzato la menzogna che ci tiene schiavi, perché Cristo ha lasciato che le "spine" di ogni "rovo" di ideologie e mistificazioni seminato dal demonio gli trafiggessero il capo, per riconsegnare a noi una ragione libera e purificata nella verità, capace di discernere l'amore nella storia. Che la voce del Signore ci leghi come Isacco al legno della Croce, perché, innestati sul suo amore, possiamo dare un frutto che rimanga, la profezia vera che può salvare l'umanità.





    Emiliano Jimenez. I falsi profeti. Commento al Discorso della montagna






  • Martedì della XII settimana del Tempo Ordinario




    αποφθεγμα Apoftegma

    La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: 
    si esprime con la bontà del cuore, con l’umiltà, 
    la mitezza e la misericordia, 
    l’amore per la giustizia e la verità, 
    l’impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. 
    Questa, potremmo dire, è la ‘carta d’identità’ 
    che ci qualifica come suoi autentici ‘amici’; 
    questo è il ‘passaporto’ che ci permetterà di entrare nella vita eterna.

    Benedetto XVI









    L'ANNUNCIO



    Dal Vangelo secondo Matteo 7,6.12-14

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
    «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
    Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
    Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».
















    NULLA ANTEPORRE A CRISTO PER DIFENDERE LA PRIMOGENITURA CHE CI FA TESTIMONI AUTENTICI DEL SUO REGNO NEL MONDO

    La primogenitura è una cosa molto seria. Siamo stati eletti da prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nell'amore al cospetto di Dio e degli uomini. I doni di Grazia ricevuti durante tutta la nostra vita sono i segni di una chiamata speciale, ed essa non è un fatto esclusivamente personale. Dio ha pensato per noi una missione importante, molti uomini sono legati alla nostra vita. Ma il rischio di disprezzare la primogenitura è molto serio: gettare le cose sante ai cani e le nostre perle ai porci significa proprio non dare valore all'opera di Dio nella nostra vita. Significa entrare nella storia di ogni giorno per la porta spaziosa e larga del compromesso, dell'annacquamento della fede per lasciar spazio alla carne e ai suoi desideri, quelli che muovono guerra allo Spirito: disprezzare come Esaù la primogenitura per un piatto di lenticchie, per rispondere, infantilmente, ai capricci della carne. E non si tratta solo della sessualità; le lenticchie fumanti dinanzi ai nostri occhi sono i criteri mondani circa il denaro, il lavoro, i beni, la salute, la famiglia, l'amicizia, la politica. Ogni giorno possiamo dare ai cani, che è l'epiteto duro con il quale Israele chiamava i pagani, le cose sante, le cose della nostra vita "separate", "messe da parte" dal mondo perché siano segno dell'altro mondo; il Signore oggi ci ricorda l'altissima vocazione nella quale ci ha riscattati e per la quale ci ha introdotto nella Chiesa. Ci ha santificato, comprato al caro prezzo del suo sangue, ed ogni cosa, ogni momento e ambito della nostra vita è una "perla" che anticipa il Cielo. Il matrimonio e la famiglia, l'amicizia e il fidanzamento, la scuola e il lavoro, tutto di noi costituisce come un filo di perle che il suo amore e la sua Grazia ci fa indossare perché chi ci è accanto possa vedere Lui e il destino eterno a cui è chiamato. Siamo nel mondo ma non siamo del mondo: per questo il combattimento che ci attende ogni mattina è serio, e ci chiama a non scendere dalla Croce che ci unisce a Cristo, a scegliere la porta stretta e la via angusta che ci fa donare la vita per amore. Il Signore oggi ci chiama a rimanere nel suo amore che ci santifica, che ci purifica, che fa della nostra vita una liturgia di santità per il mondo. I porci erano gli animali immondi, che si rotolano nel loro vomito. Toccarli e mangiarli rendeva immondi, incapaci a celebrare il culto di Israele che era segno della presenza e della vita di Dio. Gettare le perle ai porci significa dunque buttar via l'intimità con Dio, uscire dalla comunione del Popolo Santo, disprezzare la primogenitura e la missione speciale alla quale Israele è chiamato. E' il pericolo che incombe anche su di noi, dimenticare la nostra identità per mondanizzarci: il risultato sarà sempre quello di chiuderci nel nostro egoismo e voltare le spalle ai fratelli. Il Signore ha fatto a noi quello che avrebbe voluto fosse fatto a Lui: sulla Croce ci ha accolti e amati così come siamo. E' questa la santità vera, il Cielo sulla terra, la presenza viva e autentica di Dio tra gli uomini. La porta stretta del sacrificio e della sottomissione, dell'obbedienza e del perdono, la via angusta dell'amore che la Chiesa e i cristiani sono chiamati a percorrere per attirare e condurre ogni uomo alla Vita vera, eterna, salvata. 



    QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





  • 24 Giugno. Natività di San Giovanni Battista



    αποφθεγμα Apoftegma

    Il messaggio del Battista 
    è quello di invitare il popolo di Israele 
    a guardarsi dentro e a convertirsi 
    per poter riconoscere, nell'ora della salvezza, 
    Colui che Israele ha sempre atteso e che ora è presente. 
    Giovanni impersonifica in questo senso 
    l'ultimo dei profeti 
    e l'economia specifica della speranza dell'Antica Alleanza.

    Benedetto XVI












    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.80.

    Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui. Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele. 








    RINATI CON CRISTO NELLA VITA NUOVA CHE ANNUNCIA AL MONDO IL SUO AMORE

    Insieme al Signore e alla Vergine Maria, Giovanni Battista è l'unico "Nato di donna" del quale la Chiesa celebra la natività. Significa che nella sua nascita vi è qualcosa che riguarda tutti noi. Giovanni, infatti, il "nome nuovo" scelto da Dio, significa "Dio fa grazia oraper una storia nuova che può cominciare ora. La tua e la mia, e quella di ciascun uomo "battezzato" nelle viscere d’amore a cui tutti aneliamo. Che cos' è la nostra vita se non una continua ricerca di misericordia? Di un amore che ci accolga nel suo grembo senza condizioni, così come siamo, che non presenti conti da pagare, per il quale non doversi acconciare? Un amore che ci faccia liberi d’essere esattamente quel che siamo. "Nessuno nella nostra parentela porta il nome" di questo amore, la carne non la prevede. I rapporti, infatti, si infrangono tutti sul limite severo della debolezza carnale. E ciascuno di noi è il frutto di una storia concreta di debolezze, come quella del Popolo di Israele, l’eletto incapace di reggere la prova della libertà. Una storia di schiavitù e liberazioni, di adulteri e perdoni, simile a una strada sconnessa e piena di buche, ma che segue un percorso certo e diritto sulle orme di una promessa: l'avvento del Messia, il Salvatore, il Figlio che compirà, con la sua carne, la Legge impossibile per la nostra carne. In questa storia, Giovanni è la soglia della speranza, l’uscio socchiuso sul compimento di ogni promessa. La sua nascita dal grembo sterile di Elisabetta, immagine di Israele sterile vigna senza frutto, ne è il segno. Tutta la storia si coagulava in quel grembo, come oggi anche la nostra giunge a questo giorno come una "contrazione" nel grembo di una madre. Tutto ciò che ha reso infeconda la nostra vita può diventare il segno dell'amore che trasforma la morte in vita. Come accadde al principio della storia con Isacco, figlio insperato di Abramo e di Sara, gli avvizziti patriarchi. Una storia di salvezza iniziata con il miracolo che ne profetizzava il compimento. Anche il nostro apparire nel mondo è stato un miracolo d'amore; ma poi, di fronte alle sofferenze, il demonio ha avuto ragione della nostra debolezza, e, ingannandoci, ci ha chiuso nel grigio dell'egoismo sterile di chi ha smesso di credere all'amore di DIo. Per strapparci alla deriva del mondo occorreva un miracolo: Giovanni, la misericordia di Dio, la sua Grazia proprio ora, quando forse tutto sembra remarci contro. Non l’abbiamo conosciuta nella carne, non v’è n’è traccia nella storia del mondo. E’ un nome nuovo, l'assoluta novità di uno sguardo posato su Cristo, il Messia capace di salvarci e far bella la nostra vita di oggi: famiglia, lavoro, amicizie, tutto rinnovato perché compiuto nell'amore. Giunge oggi Giovanni, la Parola di Dio per noi. Parla al nostro cuore e ci annuncia la buona notizia che è finita la nostra schiavitù. Ai rapporti malsani inchiodati ai compromessi, al dare e avere d’ogni nostra relazione, ai padri che vorrebbero fare dei propri figli il prolungamento di se stessi, e ai figli schiacciati dall'eredità carnale dei propri genitori, anche quella di peccato e violenza. 


    Ecco oggi la buona notizia per le nostre storie sterili che sembrano non aver nulla di nuovo da dire, per gli anziani ormai rassegnati, per i giovani cui il mondo ha sottratto la speranza; per le coppie sedutesi sulla routine, quando il volto del marito e della moglie appaiono ormai come un soprammobile in più; ai preti e religiosi infilatisi, senza accorgersene, nell'accidia che dà spazio ai compromessi e inaridisce lo zelo; ai tanti presi al laccio dell'insoddisfazione che li schiaccia in una continua, sterile, rivendicazione di diritti; a chi non riesce più a vedere la propria vita, e quella di chi è accanto, come un prodigio. Attraverso Giovanni è annunciata oggi a ogni uomo la buona notizia: come "la mano di Dio era su di lui", sigillo della nuova ed eterna alleanza, così la mano del Padre è su di noi, per realizzare qualcosa di assolutamente nuovo, e fare, della nostra vita, una porta spalancata verso il Signore Gesù. Oggi possiamo guardare la nostra vita con occhi diversi. Dio, infatti, "ha esaltato anche in noi", come in Elisabetta, "la sua misericordia". Si è chinato sulla nostra sterilità e ne ha fatto un prodigio di fecondità. Giovanni è immagine del nostro cuore assetato d’amore, il segno dell’intimo di noi che anela a Cristo. La misericordia attesa e bramata bussa oggi al nostro cuore, Giovanni ce la offre gratuitamente a nome del Messia. Oggi si compiono "i nostri giorni del parto", e tutto di noi brilla di luce nuova: ogni istante del passato trasfigurato nel miracolo d’amore del Signore. Nulla è impossibile a Dio, non vi è sterilità che non possa essere trasformata in fecondità, nessun peccato che non possa essere perdonato. La nostra storia ci ha condotto a quest’oggi di Grazia e di gioia. Tutto in noi, ogni evento e ogni persona apparsi della nostra vita, come doni di Dio, hanno preparato l’incontro con la sua misericordia. Lasciamoci "meravigliare" di fronte all'amore di Dio, ai dettagli che lo avvicinano alle nostre giornate. Come Giovanni, "cresciamo e rafforziamoci nello Spirito", perché ci attende una missione meravigliosa, quando e come Dio vorrà, dove Lui ha già pensato: Annunciare il Messia, l’atteso delle genti. Fin dal grembo materno ci ha chiamati, oggi ce lo rivela. Siamo amati, salvati, redenti, perdonati, e la nostra vita è un vaso attraverso il quale Dio offre al mondo la sua misericordia; per questo, tutto di noi è un prodigio, il più grande, le braccia distese nella consegna di noi stessi per gli altri. Che timore, che gioia! Davvero, “che sarà mai questo bambino?”, che sarà mai la nostra vita? E quella di tuo figlio, anche se in questo tempo sembra seppellito tra grugniti e ira. Il Signore, giorno dopo giorno, ce lo rivelerà, ma sappiamo già che giungerà esattamente dove è approdata la vita di Giovanni: a divenire, nel martirio, un segno, una luce che indichi la salvezza, l'Agnello che toglie il peccato del mondo. In famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque, questa vita concreta è un prodigio, il segno autentico ed efficace dell'amore che salva ogni "ora", che fa di ogni istante il principio di una novità che riscatta e infonde pace e felicità. Gettiamoci allora, senza paura, nell’avventura che Dio ci ha preparato. 



    APPROFONDIMENTI