Dona il tuo 5x1000 alle missioni agostiniane C.F. 97088690587

Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Giovedì della II settimana del Tempo di Avvento



    αποφθεγμα Apoftegma

    La vita cristiana esige il «martirio» della fedeltà quotidiana al Vangelo, 
    il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi 
    e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni. 
    Ma questo può avvenire nella nostra vita solo se è solido il rapporto con Dio.

    Benedetto XVI




    QUI IL FILE MP3 DA SCARICARE


    COMMENTO CATECHETICO







    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Matteo 11,11-15

    In quel tempo Gesù disse alla folla: “In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
    Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono.
    La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi intenda”.





    LA VIOLENZA DEI PICCOLI CHE LI FA ADULTI NELLA FEDE



    "I nati di donna" sono concepiti nel peccato. Come ogni profeta, come Giovanni il Battista, il "più grande" tra tutti i profeti, possono giungere sulle soglie del Regno dei Cieli, non vi possono entrare. Non per una questione giuridica, ma sostanziale. Chi non è rinato dall'alto non può vedere il Regno dei Cieli; chi non rinasce dallo Spirito nelle acque del Battesimo non vi può entrare. E sono le parole di Gesù rivolte a Nicodemo: quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è Spirito. Occorre rinascere e diventare come bambini, come "il più piccolo" tra i bambini, un bimbo appena nato; un neofita liberato dal peccato e rinato in Cristo è il più grande nel Regno dei Cieli. Vi è entrato, vive nella Grazia e non più nella Legge. I due regimi non si possono neanche paragonare, anche se quello della profezia ha preparato quello del compimento. Per questo "il Battista è il più grande tra i nati dalla carne": i suoi occhi avevano visto quanto tutti gli altri profeti avrebbero voluto vedere, esultando per il compimento della stessa gioia che sperimentò Abramo quando vide profeticamente il giorno di Gesù. Per questo "la Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni"; ma con lui si inaugura la pienezza dei tempi, la sua profezia è diversa da tutte le altre, è il grido che annuncia il compimento dell'evento atteso da sempre. E' Elia che "doveva venire", il profeta che, rapito in Cielo, dal Cielo doveva tornare per aprire al Messia la porta della terra; Elia, che con il fuoco dello zelo aveva mostrato effimeri gli idoli del mondo e lo strazio della carne che essi serviva, con la sua ascesa aveva profetizzato il destino celeste di ogni uomo rinnovato nello Spirito Santo. Così Giovanni, sulla soglia del Regno dei Cieli ne dischiudeva le porte perché la carne potesse prepararsi all'incontro con lo Spirito di Dio. E grida ancora nel deserto di questa generazione, attraverso la Chiesa ci indica il cammino di conversione, identico a quello al quale si riferisce Gesù. Quello percorso dai cristiani delle prime generazioni, certi del martirio che avrebbero incontrato diventando cristiani. Un percorso "violento", durante il quale la misericordia si faceva spesso strada nella durezza dei cuori con le spine della corona intrecciata sul capo di Gesù o i chiodi che ne avevano trapassato le membra. La violenza della Croce che scolpisce il marmo più duro, perché giunga a somigliare al modello. 

    Non c'è conversione, infatti, senza un serio senza un serio cammino di conversione nel quale, come nella Chiesa primitiva coloro che si preparavano a ricevere il battesimo, fare "violenza" alla carne, le "opere degne della conversione" di cui parlava il Battista, con le quali manifestare a Cristo il desiderio di diventare suoi. La stessa "violenza" che la vita cristiana esige ogni giorno nel combattimento contro satana. Non si scherza, ci aspetta il martirio, perché senza le stigmate nella carne non si è cristiani, il segno cioè della presenza di Dio tra gli uomini. Nella pienezza della storia inaugurata dal Battista,"il Regno dei Cieli soffre la violenza" del demonio: "il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra... pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo" (Cfr. Ap. 12). Ha fretta il demonio, deve strappare gli uomini a Gesù, e per questo muove guerra alla "discendenza" di Maria, ai "più piccoli del regno dei Cieli",  "contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù". Per questo si impadroniscono del Regno dei Cieli solo quanti hanno saputo combattere con violenza. Con l'inerme violenza della Croce: "essi lo hanno vinto grazie al sangue dell'Agnello e alla parola della loro testimonianza, e hanno odiato la loro vita fino a morire". Ecco dunque la violenza alla quale ci chiama oggi il Signore: quella che ci fa andare dietro a Gesù odiando la carne per rivestirci di Lui ed essere colmi di Spirito Santo. La violenza che apre le braccia per caricarsi della violenza del male, la violenza di un bambino appena nato. E' Lui che ildrago vuole divorare, perché sa che, una volta fatto fuori il più piccolo può far cadere anche i più grandi. E' a noi che muove guerra, in famiglia e al lavoro. Il demonio sa che, se riesce a farci insuperbire, può distruggere il rapporto con il coniuge e i figli, e trascinare tutti nella disperazione. La vera guerra, infatti, non è contro tuo figlio! Il demonio sta attaccando te; tuo figlio può cadere da un momento all'altro, ma la tua umiltà e la tua violenza crocifissa possono salvarlo! Quanto siamo ingannati.... Ci accaniamo contro gli altri, perché in fondo li giudichiamo, e non ci rendiamo conto che la battaglia vera sta infuriando contro di noi. Se stiamo giudicando moglie, marito, figli o chi sia, per quanto deboli e peccatori siano, possiamo starne certi: il demonio ci ha puntato per far fuori anche gli altri. Quando nostro figlio sta peggio è il momento di umiliarci di più, di lasciarci trafiggere dagli insulti, dalle menzogne, dal rifiuto, ovunque e soprattutto con lui. La storia e le persone che ci chiamano a conversione, infatti, sono "quell'Elia che deve venire" per annunciarci l'avvento del Messia.Che fare? Umiliarci in questo Avvento, perché contro la "violenza dell'umiltà" il demonio non può nulla.



  • Mercoledì della II settimana di Avvento





    αποφθεγμα Apoftegma

    A chiunque prende su di sé il giogo della Torah 
    viene tolto il giogo del regno terreno 
    e il giogo delle occupazioni mondane; 
    ma a chiunque scuote da sé il giogo della Torah 
    viene imposto il giogo del regno terreno 
    e delle occupazioni mondane.

    Pirquei Avot III,5






    COMMENTO CATECHETICO





    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Matteo 11, 28-30

    In quel tempo, rispondendo Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
    Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».





    AMMANSITI SOTTO IL GIOGO DOLCE DI CRISTO



    Forse anche oggi ci sentiamo “affaticati e oppressi” dalla stessa Parola di Dio alla quale non possiamo obbedire perché, come Esaù, “uomo della steppa”, abbiamo perduto la primogenitura della vita divina che, invece, ha acquistato Giacobbe, “uomo tranquillo che dimorava sotto le tende”.  Quando, infatti, “Esaù arrivò sfinito dalla campagna”, di fronte alla minestra di lenticchie cotta dal fratello, pur di mangiare e ritemprarsi, non ci pensò due volte a vendere quanto di più caro avesse, la sua stessa identità e dignità: “Lasciami mangiare un pò di questa minestra rossa, perché io sono sfinito. Giacobbe disse: "Vendimi subito la tua primogenitura". Rispose Esaù: "Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?". Giacobbe allora disse: "Giuramelo subito". Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura”. Il Targum (traduzione in aramaico della Bibbia ebraica) ci rivela come l’Israele contemporaneo di Gesù comprendeva questo testo: “Esaù era estenuato perché aveva commesso, in quel giorno, cinque peccati: si era abbandonato all’idolatria, aveva versato sangue innocente, si era accostato a una giovane fidanzata, aveva negato la vita del mondo avvenire e aveva disprezzato il diritto di primogenitura” (Targum Pseudo Jonathan). Commenti rabbinici successivi hanno interpretato così questo pensiero di Esaù “ecco, sto per morire”: “Il significato semplice è che Esaù andava tutti i giorni per i campi a caccia di selvaggina, e metteva la sua vita in pericolo; quindi pensò: come faccio a sapere che erediterò da mio padre? Si può invece essere sicuri che tu (Giacobbe), seduto serenamente nella casa di studi, vivrai ed erediterai. A cosa mi serve la primogenitura?”. Ecco la stoccata finale del demonio! Dopo aver vagato e peccato molto, come un toro ormai sfinito, siamo preparati ad essere infilzati con un colpo secco che scende dritto fin dentro il cuore: che mi importa della vita eterna e del paradiso, ora sono “affaticato” e sto morendo sfinito accidenti! A che mi serve continuare ad andare in chiesa e partecipare alle liturgie? Mi sazierà ora che sono “oppresso” da mille problemi ascoltare, pregare e accostarmi ai sacramenti? E così, dopo una lunga serie di passi posati nella “steppa”, vendiamo per un piatto di lenticchie la nostra chiamata. Cadiamo nella trappola del demonio come accadde ad Esaù che, vedendo quelle lenticchie “rosse” come i suoi capelli credette fossero proprio quelle ciò che avrebbe potuto saziarlo, l’unico cibo adeguato a lui. Come lo sono per noi il farci giustizia, serbare un rancore e rifiutare il perdono, chiuderci alla vita e molte altre attitudini che ci sembrano dare “ristoro” alle nostre forze e “riposo” alle nostre anime inquiete. E invece sperimentiamo il vuoto assoluto e la morte interiore perché abbiamo “imparato” dal maestro della menzogna che ci ha insegnato a disprezzare l’amore e la Grazia con la quale il Padre ci ha creati come i suoi primogeniti. Ventiquattro ore al giorno per 365 giorni all'anno infatti, una voce fastidiosa ma così suadente ci ripete: no! Perché devi obbedire, piegarti, sottometterti al giogo e servire? E' un vero e proprio stress. La ascoltiamo, e soccombiamo, perché in fondo va a toccare sempre i nervi scoperti dalle piccole e grandi ingiustizie che subiamo o crediamo di subire: la frecciata insolente, lo sguardo ironico, il letto dei bambini da rifare mentre stai già per uscire, il dentista sadico, o l'amministratore di condominio che ti viene a chiedere i soldi giusto quando avevi dimenticato la sua esistenza e già stavi pensando di cambiare finalmente il frigorifero. L'orgoglio ci ha gettato fuori di casa, e, come il figlio prodigo, ci siamo inselvatichiti. Per noi esistono ormai solo i bisogni primari, mangiare, bere, dormire, fare sesso e soddisfare tutto ciò che, istintivamente, stuzzica la carne. Vaghiamo lontano, proprio come animali allo stato brado: cerchiamo nutrimento ovunque, e non ci rendiamo conto che stiamo rovistando tra i rifiuti, incapaci di ascoltare e obbedire.

    Gesù sa che siamo morti dentro e che per questo la Legge non può salvarci, anzi, essa diventa per lui un giogo insopportabile.Non ti meravigliare dunque se tuo figlio sembra uno yeti, incapace di stare fermo, ascoltare e obbedire: è inutile ripetergli come un mantra la lista dei doveri che neanche tu puoi adempire. Abbiamo tutti bisogno di ascoltare una voce che abbia il potere di destarci dal sonno della morte, di farci rientrare in noi stessi, ci rialzi per fare ritorno a casa, il luogo dove imparare a custodire e a vivere la nostra primogenitura. Abbiamo bisogno ogni giorno di ascoltare la voce del Maestro buono che ha il potere di far tacere quella del cattivo maestro. Il “giogo” della Torah, che non a caso significa “insegnamento”, si fa leggero e dolce solo portandolo con Cristo: saremo liberi dal “giogo del regno terreno e dal giogo delle occupazioni mondane” (Avot III,5) solo "imparando" da Lui nella Chiesa, la casa dovela ascoltare la Torah con la quale Dio si è legato a noi come già a Israele, e dove,passo dopo passo, sperimentare come Lui la incarni e la compia in noi. L'umiltà e la mitezza, infatti, si "ascoltano" nella storia.Per questo oggi Gesù ci dice di “imparare da Lui” che è “mite e umile di cuore”. Etimologicamente, la “mansuetudine” o mitezza è la caratteristica dell'animale “ammansito” perché sia docile nel sottoporsi al giogo. La carne di Gesù è l’unica “domata” perché ha "imparato ad obbedire dalle cose che ha patito”.Per questo Gesù non ci impone nulla, non insegna dall'alto della sicumera. Il cuore “umile” di Gesù ha “umiliato” la sua carne per deporla accanto alla nostra, senza scandalizzarsi della nostra, schiava della superbia."Imparate da me": il termine adottato rimanda a un rapporto, a una relazione profonda, quella tra Didaskalo e Discepolo. “Imparare” dunque è la coniugazione di un'intimità. E' conoscersi, secondo l’etimologia biblica del termine; è donare e ricevere, è amare nell'amore con cui si è amati. E’, ad ogni passo, “nascere con” Cristo come creature nuove dal suo fianco squarciato per amore nelle viscere di misericordia della Chiesa. E’ camminare sulle sue orme, dove e come Lui ha imparato, ovvero dalle cose che patì. Per questo ci invita a “prendere su di noi il suo giogo”, la Torah che proprio su di esso Egli ha compiuto. La sua carne accanto alla nostra per abbracciarci e accoglierci sulla Croce che distrugge il peccato e ci rende “miti e umili di cuore”. La Croce con la quale ci ammaestra, infatti, ha le nostre misure: è adatta a tutte le manifestazioni del nostro orgoglio, parole, progetti, schemi, atteggiamenti, per potarle dolcemente nel suo amore. Se Lui è accanto a noi portando il giogo con noi, significa che ogni passo che faremo sarà immerso nella misericordia e nell'amore. La Croce è l'unica scuola adatta a noi; ciò che ci umilia e ci sembra assurdo e inaccettabile nella nostra vita è l'unico “giogo” adeguato a noi, per mezzo del quale imparare l'obbedienza, unica porta al vero “riposo”. Diversamente saremo sempre assaliti da scrupoli e dubbi. Chi non obbedisce non è mai certo di fare la cosa giusta, perché solo chi obbedisce ama. Il “suo giogo” abbassato anche oggi sul nostro collo è “leggero e soave” perché solo in esso troviamo la nostra realizzazione che è compiere la volontà di Dio, l'unica pace. Abbracciati da Cristo sapremo distendere liberi le nostre braccia per la moglie, il marito, i figli e per ogni uomo. E’ nella nostra vita concreta, infatti, che Gesù viene a farsi carne. Per questo, l’Avvento ci chiama a offrire il “giogo” di Gesù a chi ci è accanto, scendendo ovunque si trovi, per adattarlo alle sue misure. A “imparare” da Gesù nell’intimità della comunità cristiana per uscire con Lui da noi stessi e donarci all’altro.Come il Cireneo porteremo la Croce con Cristo. Forse inconsapevoli, ma aggrappati alla sua Croce; mentre crediamo di portarla scopriremo che è proprio essa a portarci alla pace e al riposo.



  • Martedì della II settimana del Tempo di Avvento



    αποφθεγμα Apoftegma

    Per il pastore la pecora smarrita non è una tra cento, 
    ma è come se fosse la sola: 
    la chiama per nome e ne riconosce la voce.
    In una parola, la ama. 
    Così è Dio per noi.
    L’uomo di oggi ha bisogno di riconoscere la voce di Cristo, 
    il vero Pastore che dà la vita per le sue pecore.
    Siate, pertanto, apostoli capaci di avvicinare le anime al Signore, 
    aiutandole a sperimentare il consolante abbraccio della sua redenzione.

    Giovanni Paolo II, Omelia di Martedì, 11 dicembre 2001









    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Matteo 18, 12-14 

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 
    Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.






    LA FOLLE GIOIA DELLO SPOSO CHE PER SALVARE E PERDONARE LA SPOSA CHE L'HA TRADITO LASCIA OGNI SICUREZZA E LA CERCA SEGUENDO LE SUE TRACCE SINO AL FONDO DELLA SUA PERDIZIONE 

    "Che ve ne pare?". Lasceresti oggi il guadagno sicuro di novantanove pecore per andare a cercare un'unica pecora dispersa, senza alcuna certezza di trovarla, senza sapere se sia viva o morta, o sbranata dai lupi e così inutilizzabile per lana e carne? Lascerei una parrocchia piena di attività, riunioni, catechismo, messe, cori, corsi biblici, quaresimali, per andare a cercare un fratello traviato, l'unico chissà, scappato, perduto, ostinato nei suoi peccati, cieco nei suoi inganni? Chi sarebbe disposto ad azzerare il contachilometri del cammino fallimentare nei confronti di una sola persona, dura, cocciuta, decisa a fare per conto suo, lasciando le certezze accumulate con novantanove pecore obbedienti, pronte a leggere, cantare, andare a consegnare avvisi, sempre impegnate e presenti in sacrestia come in chiesa? Forse una madre con il figlio drogato. Forse per recuperarlo. Ma per ritrovarlo così com'è e perdonarlo senza condizioni, mille volte, per finire con il vederselo morire tra le braccia? Forse, ma è il figlio. Ma per un nemico ostinato? "Che ve ne pare", Gesù mira al nostro intimo, perché Gesù parla sempre al cuore: "che cosa appare nei nostri atteggiamenti quotidiani in parrocchia, nella missione, in famiglia, a scuola e al lavoro? La libertà da se stessi, dagli anni accumulati e dalle ragioni raccolte nella mente e nel cuore, per ripresentare a Dio, ogni giorno, dinanzi alle mille speranze frustrate, la propria vita, il proprio corpo, la propria mente e il proprio cuore come un foglio completamente bianco, nell'assoluta certezza che Lui saprà stupirti e compiere l'impossibile? Parole e gesti non mentono, sono parabole che rimandano a contenuti ben precisi: sei così abbandonato a Dio da credere che davvero per Lui mille anni sono come un giorno solo, e che ciò che non è accaduto in tanto tempo può compiersi in un istante? Forse no, e per questo, nonostante i tanti miracoli operati da Dio nella tua vita, ti senti ancora frustrato, e ti sfugge la gioia. Perché la gioia autentica, la gioia sovrabbondante, quel "rallegrarsi di più" del pastore della parabola, ci è data come una primizia nel "ritrovare chi era perduto"! La gioia della misericordia, che significa viscere che gestano i cristiani a una vita celeste! Essi, infatti, sono stati scelti, chiamati, perdonati, curati, formati ed eletti per vivere questo surplus di gioia del Pastore. Essa coincide con quella che vi è "nel Cielo", come spiega il parallelo del vangelo di Luca: "Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione". La nostra gioia che nessuno potrà più toglierci è proprio quella di essere stati ritrovati, la stessa dei discepoli la sera di Pasqua quando, sperduti come gregge senza Pastore, ne hanno "visto di nuovo" il volto. Una gioia straripante sgorgava dal loro intimo nel contemplare le ferite che Gesù si era procurato per cercarli: con il sangue colato da quelle ferite aveva scritto in Cielo il nome di ciascun uomo per l'eternità. Quella era la gioia di cui aveva parlato ai discepoli rientrati dalla missione, ammonendoli di non rallegrarsi del potere di cui avevano disposto, nemmeno nel vedere satana precipitare come folgore. Ora quella gioia stava per compiersi. La vista del Signore l'aveva innescata, ma doveva ancora diventare la stessa "più gioia" del Pastore. Quegli undici apostoli impauriti siamo io e te, sono immagine della Chiesa. Ma, in loro, Gesù ha ritrovato anche ogni altro uomo che ha perduto nei peccati l'immagine del Padre. Il Mistero Pasquale di Cristo, infatti, ha reso eredi legittimi di quella gioia tutti gli uomini di ogni generazione. Per questo il Signore risorto ha immediatamente colmato e rivestito di Spirito Santo la grande gioia degli apostoli, rendendola come la sua stessa gioia. Ha così trasformato quelle pecore ritrovate in pastori inviati esattamente "come il Padre ha inviato Lui". A "lasciare sui monti le novantanove ritrovate", ad affidarle cioè alla Scrittura di cui "i monti" sono immagine e ai sacramenti che scaturiscono dal monte Golgota, perché non si "smarriscano". E ad uscire per cercare la pecora perduta. Quanti fratelli mancano all'appello del nostro cuore! Nelle parole di Gesù è svelato il mistero dell'amore soprannaturale che, prendendo dimora nel cristiano per mezzo dello Spirito Santo, fa di lui una scintilla celeste che scuote il mondo, per "splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita". Per una imperscrutabile volontà di Dio alcuni sono stati chiamati alla Chiesa, ed eletti a far parte del Popolo santo che ha gli stessi sentimenti di Gesù. La Chiesa avvinta dallo Spirito Santo, che la Carità di Cristo "urge", sospinge incessantemente" a cercare la pecora perduta annunciando il Vangelo a ogni creatura. Per questo i cristiani, come Gesù, sono sempre santamente inquieti, aspirando alla gioia "più grande", più dello stesso sentirsi amati e perdonati

    Sì, è qui il cuore del vangelo di oggi che illumina anche il senso profondo dell'Avvento. Attendere il Signore, desiderare la sua venuta significa andargli incontro uscendo da se stessi per testimoniare e annunciare il Vangelo. Lui, infatti, è già alle porte della nostra vita incarnato in ogni "piccolo", come il Bimbo deposto nella stalla di Betlemme. Non lo senti Lazzaro che geme alla tua porta? Brama di saziarsi dello stesso amore che ha arricchito la tua vita di ogni bene! E' tuo padre, è tua figlia, tua moglie, quel collega, o quel vicino di casa che urla sempre, non ti saluta mai, schiavo di chissà quale peccato. Ascolta! Se stai male, se senti che ti manca qualcosa per essere felice, nonostante Dio ti abbia ricolmato di Grazie, è perché sei ancora un mezzo cristiano. Sei stato perdonato ma resisti ancora, ti stai di nuovo chiudendo per afferrare i piedi di Gesù, per possederlo e gustarti in pace il suo amore. Ma è impossibile! Così svanisce anche la Grazia! Noli me tangere, non mi trattenere dice Gesù alla Maddalena ritrovata e a ciascuno di noi. Alzati, ora, e "va' dai miei fratelli e annuncia loro che salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro". Va' a cercare la pecora perduta perché essa è una dei fratelli di Gesù; e annunciale che il suo nome è scritto in Cielo, che Il Padre delle novantanove rimaste nella comunità cristiana è anche Padre suo, che il Dio dei cristiani è anche Dio suo! Questo ha fatto San Paolo: "Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli" (Rm 9, 1-3). Non c'è gioia autentica se non è gestata nel cuore dal grande dolore e dalla sofferenza continua per i "fratelli" che non sono ancora ritrovati. E' il cortocircuito del cuore di Paolo, completamente posseduto dallo zelo divino, che è misericordia, gelosia e santa ira contro il demonio. Lui sì che aveva i sentimenti di Gesù. Ritrovato mentre era lanciato ad incarcerare i suoi fratelli più "piccoli", ha sperimentato il suo perdono che lo ha, immediatamente catapultato nella missione verso i più lontani. E, una volta illuminato, ecco crescere in lui il dolore per chi stava rifiutando Cristo, al punto di voler essere egli stesso anàtema. Questo termine, che letteralmente significa  "una cosa appesa, esposta", traduce l'ebraico herem, che indica  le cose messe da parte, sia per la divinità, sia per la maledizione. Herem, infatti,  può significare sia una città votata allo sterminio, che la primizia da offrire a Dio come sacrificio. Per questo, significa anche messo al bando, escluso dalla vita, posto a termine, ovvero "separato da Cristo". Paolo amava la salvezza dei suoi fratelli più di se stesso. Come Gesù, che è divenuto anàtema per noi, "appeso" al legno della Croce per riscattare ogni pecora perduta. Ma chi di noi è così libero, e innocente, da rinunciare a tutto, anche a se stesso, rischiando la propria salvezza, offrendosi in riscatto per chi è lontano e perduto, gettandosi nell'impresa di cercare e salvare quel rapporto perduto, quell'amico diventato nemico, quel coniuge che ci ha lasciato vent'anni fa? Chi può rinunciare alla propria vita al punto di accettare che Dio sconvolga decenni di certezze, di conclusioni cementate dall'esperienza, di arguzie e discernimenti "forgiati sul campo"? Chi? Solo Gesù Cristo! Egli è l'unico che ha nel cuore cento pecore, sempre. Anche quando una scappa, si perde, lo rifiuta, lo bestemmia, spezza l'Alleanza, lo tradisce, e distrugge la propria vita e dilapida la primogenitura e le Grazie ad essa legate, per Lui il gregge è sempre di cento pecore, mai di novantanove. Gesù non cancella nessuno, non considera nessuno spacciato, sino alla fine. Per Lui è sua pecora anche la peggiore, la più ribelle; anche quella che lo umilia, e lo calunnia, e lo uccide... E' parte della sua eredità consegnatagli dal Padre come la sua missione: cento ne ha ricevute, cento vuole portare all'ovile eterno del Cielo. Per questo ha lasciato che calpestassero il suo onore, la propria volontà, gli schemi messianici nei quali era stato educato, il suo stesso essere Figlio di Dio, sino a terminare su una croce come il peggiore dei bestemmiatori. Ogni progetto, ogni logica - e che logica! - tutto è saltato, e in Lui, Pastore buono gettato alla ricerca della pecora perduta si è svelato il pensiero di Dio. Il pensiero di Dio su di me. Si, quella pecora smarrita sono io. Per me il Signore ha percorso un cammino infinito, dal Cielo alla terra. E, sulla terra, sino a me, alla mia vita, oggi. Sono scappato, preso da un'irrefrenabile frenesia di cambiare foraggio, suvvia sempre lo stesso... E ho smarrito il cammino vagando dietro ad altri compagni. Ma mentre me ne andavo sui passi del peccato il Signore era già alla mia ricerca. Si, proprio mentre saliva gagliarda la violenza dal mio cuore e seminavo di morte il mio cammino, Lui era già sulle mie tracce, perché il fuoco di un amore soprannaturale lo attirava verso di me. E verso chiunque mi è vicino e si è fatto il più lontano, l'amico che mangiava con me e mi ha tradito, vendendomi per trenta stupide monete. E' vero, questi sentimenti non ci appartengono, perché, contabili pii e saggi quali crediamo di essere, ci stringiamo alle novantanove certezze e dimentichiamo nell'inferno quella pecora che Dio ci ha dato come un tesoro unico e prezioso da custodire e amare. Se davvero abbiamo sperimentato la gioia di essere stati ritrovati dal Signore, e abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, allora quell'unica pecora che ci è sfuggita, che non ha accolto il nostro amore, le nostre cure, parla oggi al nostro cuore: è il Signore stesso che, in lei, ci chiama alla luce della verità. Forse gli sforzi che abbiamo profuso hanno dimenticato chi quella pecora fosse realmente, e abbiamo tentato di rinchiuderla nei nostri criteri. O forse no, forse è stata davvero così perversa da rigettare il nostro amore, da rifiutarci e tradirci. Il fatto è che ora manca all'appello. E fa parte di noi, dell'eredità che Dio ci ha dato nel momento stesso in cui ci ha pensati e creati, e ci ha chiamato alla Chiesa. Non saremo noi stessi sino a che non l'avremo ritrovata, issata sulle spalle e ricondotta a Dio. Guardarsi e rimirarsi per i successi ottenuti, come per i fallimenti subiti, non è secondo il cuore di Dio. Lo zelo che arde di gelosia per la carne della propria carne dispersa e perduta non può non muovere la Chiesa e i cristiani, al di là di ogni progetto e piano pastorale o familiare, e sospingere tutti sui sentieri impervi dei bassifondi della storia. Siamo nella Chiesa per questo! Perché l'amore e la compassione di Cristo arda nei nostri cuori volgendoli verso "i piccoli", spendendo ogni istante della vita "perché nessuno si perda". E' la "volontà del nostro Padre celeste"! Non ce n'è altra. Il lavoro, il matrimonio, il ministero presbiterale? Sono strumenti per compiere quest'unica volontà d'amore del Padre, che desidera il ritorno di Gesù nella nostra vita spesa perché il suo amore possa giungere a ogni pecora perduta. Camminiamo allora in questo Avvento, immagine di tutta la nostra esistenza, preparando con la nostra conversione la strada al Signore, affinché con Lui “riusciamo” a ritrovare ogni fratello disperso.



    QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI