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Vangelo del Giorno

Vangelo del Giorno

  • Lunedì della XXI settimana del Tempo Ordinario








    L'ANNUNCIO
    In quel tempo, Gesù parlò dicendo: 
    «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. 
    Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
    Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

     (Dal Vangelo secondo Matteo 23,13-22)




    LA VERITA' DELL'AMORE DI DIO NEL PERDONO DEI PECCATI ANTIDOTO ALL'IPOCRISIA


    L'ipocrisia è sempre in agguato. Essa può nascondersi anche nelle cose sante, nello zelo per annunciare il Vangelo ad esempio, quando si "percorre il mare e la terra per fare un solo prosèlito"; o, più perniciosamente, quando ci mettiamo d'impegno per salvare qualcuno che ci è caro. Che cosa non facciamo per strappare un figlio da una situazione difficile; non si contano gli sforzi e le parole perché la figlia non si perda dietro a quel ragazzo. 

    Ma non solo; spesso le nostre relazioni sono ammalate della "sindrome della crocerossina": vi è come una nevrosi che ci spinge ad aiutare e a salvare chi ci è accanto. Quante ragazze si innamorano perdutamente di un giovane drogato, afferrate dal desiderio di salvarlo...

    Ma attenzione, non è autentico zelo. Non è amore, ma egoismo. L'ansia di salvare è piuttosto una nevrosi che nasce da qualche conflitto interno che non abbiamo risolto, soprattutto dallo scandalo della sofferenza. Come ci poniamo di fronte ad un figlio ribelle e incapace di obbedire, che sta rifiutando la fede? Come ci poniamo di fronte alla stanchezza spirituale della moglie, o alla crisi di fede del marito? Come ci poniamo di fronte alla croce e alla sofferenza del prossimo? 

    Quando pensiamo di salvarlo togliendo dalla sua carne la spina che, invece, lo conduce alla salvezza, significa che ciò che ci muove è lo stolto egoismo: non possiamo e non vogliamo soffrire e vedere soffrire. Mentre Gesù ha detto a San Paolo di stare tranquillo, che "basta la sua Grazia"; la spina conficcata nella carne schiude il passo alla potenza di Dio, che si manifesta proprio nella debolezza. 

    Il Signore, che ci conosce, ci dice oggi: "guai a voi ipocriti, ciechi e stolti!". Cioè: "guai a te e a me!", stai attento che sei precipitato nella maledizione.... Mamma mia che durezza... Eppure è così, ed è amore. Certo può sconvolgerci e atterrirci, ma le parole del Signore infilzano sulla lama della verità i nostri atteggiamenti ipocriti, falsi e doppi. 

    Dietro alla spasmodica necessità di "salvare" qualcuno, infatti, vi è, nascosto, il desiderio di farne un "proselito"; nella superbia di coloro che si illudono di aver capito molte cose, pensiamo che l'altro soffra perché non "vede" le cose come le vediamo noi. E, credendo di aiutarlo, facciamo di tutto per trascinarlo dietro di noi, perché pensi come pensiamo noi. 

    E come pensiamo? E come agiamo? Da increduli, ammettiamolo. Siamo scandalizzati dalla Croce, la sfuggiamo e, per questo, le nostre parole, anche se intrise di Parola di Dio, in fondo sono solo dei consigli per evitare, elegantemente, la sofferenza. 

    Questa è l'ipocrisia: seguire Cristo per non soffrire; andare in Chiesa, frequentare gruppi e movimenti, essere iniziati alla fede e conservare un cuore doppio. Peggio, essere pastori, catechisti, genitori e vivere come nemici della Croce. Questa è l'ipocrisia che "chiude il Regno dei Cieli alla gente". Non pensate che siano i peccati a scandalizzare. Certo, fanno male, ma quello che letteralmente "chiude" l'accesso alla salvezza è la menzogna di una vita doppia. 

    E per un cristiano la vita doppia è tutto quello che non è crocifisso con Cristo. Per entrare nel regno dei cieli, infatti, bisogna passare per una "porta stretta". Di qua c'è l'inferno, la "geenna". Di là c'è il paradiso. In mezzo la Croce, la porta stretta.

    Fissa una croce, guardala bene: quanto di te è più largodi essa? Guarda ciò che oggi ti crocifigge: tua moglie che ti sta rifiutando? Tuo marito che non si sa dove abbia la testa? L'umiliazione sul lavoro? Il fallimento del negozio? La malattia? La vecchiaia? La solitudine? Bene, se stai dentro questa realtà insieme a Cristo, se non scappi e resti inchiodato alla volontà di Dio offrendoti per amore, allora stai entrando nel Regno dei Cieli e lo stai "aprendo" a quelli che ti sono vicini.

    Se, invece, ti stai ribellando e agitando, cercando vie di fuga e tentando di "allargare" la porta per poterci passare con tutte le tue mormorazioni, concupiscenze, avarizie, idee, allora ti sei incagliato, e stai ancora nell'inferno. Sei troppo "grasso", devi "dimagrire", altrimenti non passi e ostruisci il passaggio anche agli altri. Chi ti vede resta scandalizzato, inciampa e non riesce a individuare la porta del Regno. 

    Il tuo uomo vecchio è ben pasciuto, i pensieri e i criteri mondani imperversano e si fanno parole, decisioni, gesti che nascondono la porta e impediscono agli altri di passare. Se questo è un discepolo di Cristo, beh allora è tutta una pagliacciata, non esiste nessuna porta stretta che conduce alla vita. Sono invenzioni dei preti alle quali neanche loro ci credono. Guardali con i loro cristiani, come sfuggono alla sofferenza. Sì, non c'è altro da fare che passare per la porta larga e la via spaziosa, difendersi e arraffare, non c'è nessun regno dei Cieli... 

    E succede proprio così quando non crediamo che la difficoltà che il figlio sta affrontando sia una Grazia per lui. Quando rifiutiamo la sofferenza della purificazione, la circoncisione della carne per appartenere a Cristo ed entrare nella vita eterna.

    Allora, come gli amici di Giobbe, srotoliamo catechesi suadenti e stringenti nella logica moralistica di chi ha paura della morte. Ma non servono le parole, bastano i fatti; le persone annusano subito l'ipocrisia, e vedono se parliamo da persone libere che vivono le primizie del regno, o da schiavi incatenati all'inferno...

    Perché, se non l'avessimo capito, ci siamo ancora dentro, e da lì non possiamo salvare e aiutare nessuno, siamo solo "guide cieche". San Paolo, che da buon fariseo aveva compreso bene le parole di Gesù, affermerà senza esitazione che tutto, anche dare tutti i beni ai poveri, o percorrere il mondo intero per annunciare il vangelo, o dare il corpo alle fiamme, senza la Carità è pura vanità, fumo che il vento porta via. Senza la Carità che non cerca il proprio interesse e che si dona gratuitamente, senza Cristo vivo in noi, nulla di ciò che facciamo ha valore e sostanza.

    Non è difficile provarlo. Se non rispettiamo e onoriamo la croce del figlio, del coniuge, del fidanzato o dell'amico, significa che siamo ancora nella Geenna, figli della menzogna del demonio. E' affetto segnato dalla malattia; non sa dire no, non può caricarsi del peccato e della sofferenza dell'altro, non sa dire la verità che libera; non ama gratuitamente e senza sperare nulla, solo perché l'altro possa sentirsi amato da Dio, l'unica vera salvezza. E' la cecità di chi ancora non ha uno sguardo di fede sulla storia personale, e, quindi, su quella dell'altro. 

    E percorriamo chilometri, e facciamo grandi sacrifici per l'altro solo perché non sopportiamo che soffra; crediamo di salvarlo mentre lo sottraiamo alla croce che lo salva, e così lo rendiamo "un figlio della Geenna il doppio di noi". Il "doppio" perché lo condanniamo alla sua e alla nostra incredulità; lo stringiamo cioè a "doppie" catene, e chi resta scandalizzato da un cristiano che si rivela ipocrita e falso profeta, non crederà più a nessuno...

    Ciò accade quando, schiavi della sapienza mondana, diciamo che "“Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”, oppure: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. La carne è più importante, perché abbiamo paura della morte. Le parole e gli atteggiamenti affermano che non esiste la vita eterna, e che bisogna "giurare" per l' "oro" e per le "offerte", per le nostre opere e per il denaro, perché sono questi che assicurano la vita, altro che il tempio e l'altare. 

    Quanti inganni nella Chiesa, quanto pelagianesimo che riduce le parrocchie in ONG che non salvano nessuno. Abbiamo dimenticato il Tempio vivo che è Cristo presente nella sua comunità, e l'altare dove Egli si offre, nei sacramenti e nel martirio quotidiano dei cristiani. E abbiamo sostituito Tempio e Altare con le offerte, con i denari e le opere sociali. E' il trionfo dell'ipocrisia, la tua e la mia vita preda dei beni e degli idoli di questo mondo, seguendo criteri corrotti dove il Cielo non esiste, dove mancano parole profetiche che sappiano illuminare la storia e non si accodino alle indignazioni buoniste e false di chi non ha sperimentato la risurrezione di Cristo.

    Ma se il Cielo è sbarrato, allora certo che bisogna fare e non pregare. E così anche a casa e in famiglia: altro che preghiere, altro che sacramenti, altro che iniziazione cristiana. Tutti devono ascoltare i nostri pragmatici consigli: prima il lavoro e lo studio, poi il resto. Perché senza soldi..... 

    Siamo “Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro?". Ecco, abbiamo creduto che la creatura sia più grande di Dio, esattamente come accadde ai progenitori. Più importante la salute che l'Autore della vita... Quanto è lontano il Cielo..... 

    E così ci regoliamo in ogni relazione: il cuore è doppio, ipocrita e schizofrenico, per questo i "giuramenti" sono falsi. Attraverso di essi cerchiamo il nostro tornaconto. Si "giura", cioè si stabilisce un rapporto, solo a livello carnale, per soddisfare la carne. Non mettiamo al centro dei rapporti il "Tempio", l' "altare", o "Dio", perché questi non sono nel nostro cuore. Come per i cambiavalute scacciati da Gesù, tra noi e gli altri vi sono le "offerte" e non Dio. Quello che si vede e frutta alimento per l'uomo vecchio, e non quello che non si vede e che abita nei Cieli, alimento per l'uomo nuovo. Le relazioni sono false e ipocrite perché stabilite solo su quello che si tocca e può essere manipolato. 

    Ma il Signore ci chiama oggi a conversione. Ancora una volta ci invita a farci accompagnare dalla Chiesa per camminare e "dimagrire", lasciando al di qua della porta stretta le opere morte, gli idoli e le concupiscenze. Ad ascoltare la predicazione, a inginocchiarci davanti a Dio, una, dieci, cento, mille volte, e umiliarci, chiedendo perdono e accogliendo la Grazia di una vita nuova, autentica, libera.

    A lasciarci illuminare dalla parola di Dio, a non difenderci, perché possiamo discernere e accettare i fatti e le persone attraverso cui il Signore pota e riduce il grasso che ci impedisce di essere crocifissi con Lui. Coraggio, Lui ci chiama a lasciare al "Cielo e a Colui che vi abita" ogni nostro rapporto, perché sia esso a condurlo secondo la sua volontà. Anche se essa passa per la sofferenza che purifica, per l' "altare" che si presenta ogni giorno e dove offrire se stessi. Occorre pregare, ascoltare e accostarsi ai sacramenti! 

    Quante volte invece che di fervorini o parole sguaiate e nevrotiche i nostri figli avrebbero bisogno di una buona confessione... Mostriamoglielo, prima di annunciarglielo. Val più un genitore umile, ma autentico, che un sapientone ipocrita... 

    Per questo, il Signore ci invita oggi ad abbandonarci al "trono di Dio", ovvero alla Croce dalla quale Egli regna salvando dalla morte dell'ipocrisia. A consegnare alla Croce le persone che ci sono care, al "trono" di misericordia dove Dio saprà amarle molto meglio di noi. A lasciarci prendere per mano da Lui che, ancora una volta, scende negli "inferi" per liberarci. 

    Nulla è perduto! Con Lui anche oggi potremo passare dalla morte alla vita e, come Adamo ed Eva nella iconografia orientale, aprire a una moltitudine immensa il cammino verso la luce del regno di Dio, quello che la nostra ipocrisia aveva chiuso.




    αποφθεγμα Apoftegma





    L'altare è il cuore dell'uomo,
    che è la cosa più essenziale dell'uomo.
    L'altare e le offerte che si pongono sull'altare
    sono tutto ciò che si sovrappone al cuore,
    come pregare, cantare, dare elemosine, aiutare.
    Il cuore dell'uomo dunque santifica ogni offerta,
    dallo stesso momento in cui la si offre.
    pertanto non può esserci offerta migliore del cuore dell'uomo,
    per mezzo del quale si trasmette l'offerta.

    Origene







  • 24 Agosto. San Bartolomeo Apostolo


    αποφθεγμα Apoftegma

    Nel nostro rapporto con Gesù non dobbiamo accontentarci delle sole parole. 
    Filippo fa a Natanaele un invito significativo: "Vieni e vedi!". 
    La nostra conoscenza di Gesù ha bisogno soprattutto di un’esperienza viva: 
    la testimonianza altrui è certamente importante, 
    poiché di norma tutta la nostra vita cristiana comincia 
    con l’annuncio che giunge fino a noi ad opera di uno o più testimoni. 
    Ma poi dobbiamo essere noi stessi 
    a venir coinvolti personalmente in una relazione 
    intima e profonda con Gesù.

    Benedetto XVI




    UN ALTRO COMMENTO









    L'ANNUNCIO

    Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,45-51. 

    Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret».
    Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
    Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità».
    Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
    Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!».
    Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
    Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo». 







    GESU' CI CONOSCE NELL'INTIMO AMANDO IN NOI LA SUA IMMAGINE PER RIDESTARLA E FARLA SPLENDERE DINANZI AL MONDO

    "Come mi conosci?". Che non è solo chiedere a Gesù come faccia a conoscerci, ma è molto di più: in che modo mi conosci? "Come il Padre ha amato me anche io ho amato voi". C'è un "come" unico e irripetibile, la forma concreta con la quale il Signore ci ama. Ciascuno di noi è diverso, non vi è una persona identica all'altra; così, come seguendo il sentiero intricato delle nostre impronte digitali, Gesù ci ama. Si inerpica nelle asperità del carattere, scende nei precipizi dei cambi di umore, si ferma laddove cadiamo. Gesù ha amato Natanaele "vedendolo prima" di ogni altro. Così anche ciascuno di noi è amato da Lui in una forma originale, perché ci ha visto quando e dove nessuno poteva vederci. Ci ha visto ancor "prima di essere chiamati". Come accadde per Isaia, per Geremia e per San Paolo, Dio ci ha "conosciuti" perché i suoi occhi ci hanno "visto ancor prima" di essere formati nel grembo materno, quando eravamo ancora informi. Il suo amore precede ogni nostra scelta, ogni pensiero e ogni attitudine, ogni gesto buono o malvagio. Il suo amore non dipende da noi! Lui ci ha amati da sempre perché, come Natanaele, ci ha "visti senza falsità". Ma come, siamo falsi e ipocriti, sempre dissimulando la parte meno nobile di noi stessi... Siamo peccatori, e ogni peccato sorge dal demonio, il padre della menzogna, e il Signore ci "vede senza malizia"? Si, perché ci ha "visto prima", laddove siamo stati pensati e creati dal Padre. Ci ha "visti sotto il fico": è il luogo dove i rabbini studiavano la Torah; ma il fico, in Osea 9,10, era anche il simbolo di Israele. Israele, che significa forte con Dio, nasce sotto il fico, nell'ascolto e nell'accoglienza docile della Parola di Dio. Israele diviene esso stesso Parola, il segno della presenza di Dio nella storia. Tutti noi, dice San Giovanni, siamo stati creati per mezzo del Verbo - della Parola - e in Lui sussistiamo e ci muoviamo. Ecco, Gesù ha visto Natanaele mentre veniva creato, pensato e intessuto nel seno di sua madre, attraverso la forza della Parola. Natanaele è apparso ed è venuto al mondo ascoltando la Parola. Non può esserci malizia e falsità in chi è stato creato nella Parola della Verità. Poi è venuta la menzogna, certo, e il peccato originale. Ma ancor più in origine, per così dire, vi è la Torah che ha tratto Natanaele e ciascuno di noi alla vita. In questo istante Gesù lo ha visto e ci ha visto, "prima" di peccare, e "prima" anche di essere chiamato nella Chiesa, ad essere padre, madre, prete o suora; "prima" di qualsiasi chiamata vi è la Parola che ci ha creato: in quell'istante Gesù ha posato il suo sguardo su di noi e ci ha "giudicato" puri, senza il veleno della menzogna. E quello sguardo Gesù ha conservato sino ad oggi, nonostante i nostri peccati. Lui ci vede come nessuno può vederci, neanche nostra madre, nostro marito, nessuno. Per questo va alla ricerca della pecora perduta: perché per Gesù non esistono persone malvagie, da scartare, senza speranza. Ai suoi occhi e vi sono solo persone che hanno perduto la memoria della loro identità, della casa paterna, della Parola d'amore che le ha create. Esistono solo persone che" erano sotto il fico".


    E' questa l'origine di ciascuno di noi, dove siamo stati guardati con amore da Dio. Ogni esperienza successiva ha graffiato questa primitiva, e il dolore forse ha contribuito all'oblio. Ma l'esperienza di come e da chi siamo stati amati e generati esiste, non è stata cancellata. Dentro di noi vi è come un'eco che risuona senza interruzione, ora più flebile, ora più veemente. Ma è proprio questa memoria che innerva le nostre giornate, e ci getta alla ricerca della nostra origine, in tutto quello che facciamo. Cerchiamo ovunque e in tutti l'amore che ci ha generato... Per questo Natanaele, anche se in un primo momento, all'udire di Gesù, oppone i criteri della carne, il frutto della propria esperienza, non rimane in essi. Si muove invece, accogliendo l'invito di Filippo. Qualcosa l'ha fatto oltrepassare la barriera della natura e lo ha sospinto ad "andare e vedere". Lo stesso può accadere per noi. Il desiderio di essere amati per quello che siamo ci sospinge sempre, ad "andare e vedere". Siamo un po' come giocatori di poker, e, per questo, molte volte siamo caduti nel bluff de demonio. Ma ancora una volta, oggi, il Signore viene alla nostra vita, attraverso un fratello, un catechista, un sacerdote, e ci annuncia il suo amore. Non dobbiamo far altro che obbedire e "andare e vedere". E' fondamentale l'andare: senza il movimento che ci fa uscire da noi stessi è impossibile poi vedere. E' necessario aprire il cuore, fosse anche di un millimetro, e muoversi per uscire dalle certezze, dal pensiero che "da Nazaret non può venire nulla di buono". Forse sino ad oggi non abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto; forse il matrimonio continua a far acqua; forse il figlio è andato solo peggiorando seguendo amicizie cattive; forse davvero oggi tutto ci dice che "da Nazaret non è mai venuto nulla di buono", perché Gesù o è sordo o è impotente dinanzi alle nostre sofferenze. Ma oggi il Signore viene di nuovo a sfiorare il profondo del nostro cuore, e il suo sguardo torna nella parte limpida e incontaminata della nostra anima. E  ci attira a Lui, a consegnare noi stessi al suo amore. Scopriremo che nessuno ci ha mai amato come Lui; "andando" verso di Lui, "vedremo" noi stessi come da Lui siamo guardati, e nulla potrà mai più essere come prima. Come è accaduto per Natanaele, sperimenteremo che, amati da sempre, è del tutto irrilevante stare a guardarci dentro cercando perché abbiamo peccato, da dove viene la nostra sofferenze o qual'è l'origine del nostro fallimento. Prima di tutto c'era il suo amore. Tornando ad esso, anche i peccati, i macelli, i fallimenti che gli sono successivi, acquistano una fisionomia diversa. Non sono altro che l'esperienza della vanità di tutto quello che non è figlio del suo amore. Vedremo, come Natanaele, "i cieli aperti" e "li angeli scendere e salire su Gesù". Ciò significa che i "cieli si aprono" per noi laddove incontriamo il Signore e sperimentiamo il suo amore infinito e "prima" di tutto; la terra dove abitiamo diviene allora, come fu per Giacobbe, un luogo santo e tutto - matrimonio, lavoro, malattie - acquista una luce nuova. In tutto possiamo vedere scendere  il Cielo e tutto salire nel Regno eterno. Tutta la nostra vita è una chiamata ad andare a vedere. Ci chiama la moglie quando è stanca e nervosa; ci chiama il marito depresso; ci chiama il figlio che va male a scuola; tutto ci chiama per farci uscire da noi stessi e andare per vedere l'amore di Dio che ci ha dato la vita. Questa è l'unica forma di vita senza malizia e falsità: rischiare ogni giorno il proprio "io" per vedere un Tu capace di colmare la propria vita, perché "Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama" (san Bernardo).









  • Venerdì della XX settimana del Tempo Ordinario



    αποφθεγμα Apoftegma

    Occorre benedire Dio per il male come per il bene, poiché è scritto: 
    Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. 
    Con tutto il cuore: con le tue due tendenze, quella buona e quella cattiva. 
    Con tutta l'anima: dovesse anche costarti la vita. 
    Con tutte le forze: con tutti i tuoi averi.

    Mishnà



    UN ALTRO COMMENTO PIU' ESTESO






    L'ANNUNCIO
    Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40.
     
    Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
    e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
    «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
    Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
    Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
    E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
    Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 





    L'ASCOLTO UMILE DELLA PAROLA DI DIO CI INTRODUCE NELL'ORDINE DELL'AMORE



    O "tutto" o niente. Il cristianesimo, portato dalla radice dell'ebraismo, non ammette mezze misure. O l'amore o il nulla. Perché l'amore non è divisione ma compimento integrale di una persona. L'amore non ammette compromessi, dilazioni, frammentazioni. L'amore è Dio e Dio è uno! Che vuol dire che il Signore è uno? Gesù rivela il cuore della Legge sintetizzandola nell'amore, da cui deriva ogni altra Parola, della Torah e dei Profeti. Senza amore tutto è vano dirà San Paolo, e sarà un approfondimento di questa risposta di Gesù. L'incipit delle Dieci Parole di Vita, vergate con il fuoco dell'amore divino e rivelate sul Sinai, rammentano un'esperienza d'amore. L'ascolto è preceduto e accompagnato dall'esperienza di una giustizia e una misericordia gratuite realizzate per Israele attraverso la liberazione dall'Egitto. E in essa, il Popolo ha conosciuto Dio come unico, nell'amore e nel potere. Lo stesso incipit appare nello Shemà, il comandamento più grande. L'amore a Dio e al prossimo scaturisce dall'esperienza dell'unicità dell'amore che rivela Dio. Per questo prima di essere un comandamento, esso è un'affermazione, un annuncio e una profezia, la rivelazione di un'identità. "Ascolta Israele, il Signore è uno": Il comandamento più grande rivela la grandezza di Colui che comanda, la sua unicità. La missione affidata ad Israele prima e alla Chiesa poi, l'incarico che costituisce la vita di ciascuno di noi, rivela l'identità di Colui che incarica e affida la missione. E nella sua identità è rivelata anche quella dell'apostolo, dell'inviato. Liberatore e liberato, in questa relazione sperimentata è gestato, nasce e si compie il comandamento più grande. Dio è l'unico da amare con tutto se stesso perché e l'unico che ama ogni uomo con tutto se stesso come fosse l'unico al mondoGesù conosce le vicende del proprio popolo. Egitto, Mitraym, in ebraico significa "angoscia, luogo dove l'umano è definitivamente incastrato e rinserrato". In Egitto il popolo ha vissuto nella condizione servile. Ciò non significa solamente la schiavitù in senso fisico. In Egitto il Popolo ha vissuto incastrato nel servizio agli idoli, e forse si è anche sottomesso all'idolatria. Essa è sempre dissipazione e disordine dell'uomo, del suo cuore, della sua mente, delle sue forzeDisordine in ebraico si dice "Faraone"Asservito al Faraone, il Popolo santo aveva perduto la sua identità, l'arco scoccato stava fallendo il bersaglio, e la vita scorreva slegata nella fatica della schiavitù. In questa situazione fallimentare è avvenuto l'impossibile, Dio stesso è sceso a liberare il Popolo per condurlo al bersaglio autentico, al compimento della sua missione. Il comandamento più grande, la sintesi di tutta la Torah e dei profeti, è quindi il sigillo e il segno dell'opera unica compiuta dall'unico che ne aveva il potere"Il Popolo ebraico attesta, compiendo il primo comandamento, che "solo il Signore suo Dio" può fare questo. Testimonia che ne è beneficiario. Accetta e decide, per quanto possibile, di assumere la liberazione dalla servitù del Faraone. Vuole servire il Solo Signore, rendergli culto, orientare tutte le sue forze, tutto il suo cuore, tutta la sua anima, tutto il suo tutto, a questo solo culto" (Marie Vidal). 




    L'unica via al compimento della Legge, ovvero l'unico cammino che conduce alla Vita è dunque amarlo perché è unico: amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze è l'unica vita ragionevole, intelligente, sapienteLo Shemà, l'ascolto che si fa obbedienza e compimento di un amore esclusivo, è il comandamento più grande perché è il comandamento dell'uomo libero. La libertà è la missione affidata ad ogni uomo creato ad immagine e somigliante del Dio libero che, liberamente lo ha tratto dal nulla per puro amore. Non esiste vita autentica dove non esiste libertà, perché non esiste amore laddove permane la schiavitù. Dove regna il Faraone vi è disordine e l'uomo vive dissipato; cuore, anima e forze si combattono conducendo l'uomo ad una schizofrenia interiore che lo distrugge. La libertà sorge dalla Verità annunciata dalle parole di Gesù: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre;  se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero... Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio". L'ascolto della sua Parola è l'unica possibilità offerta all'uomo per essere libero davvero, affrancato dal potere del demonio, dalla schiavitù idolatrica che esso suppone. La Parola di Gesù è dunque lo Shemà capace di ri-orientare la vita sul cammino del compimento, dove cuore, anima e forze sono impiegate per amare. Lo Shemà che genera e gesta i figli di Dio perché vivano liberi come il Padre loro. A chi consegnare se stessi se non nessun altro ci ama come Lui? Chi amare se non l’unico che ci ha creato, perdonato e riscattato? Come dividere il nostro amore con idoli vani, inesistenti, incapaci di salvare? Tutto ha origine da un'esperienza nella nostra concretissima vita. Non si tratta di un impegno, di buona volontà. Si tratta d'amoreQuesto amore che sorge dall'essere amato è la roccia su cui fondare l'esistenza, la stabilità nell'instabilità, la certezza nella precarietà. Lo Shemà è il fondamento del matrimonio, del fidanzamento, dell'amicizia, del lavoro, della Chiesa stessa. Lo Shemà irrora di eternità tutto il transitorio della vita generando la libertà di amare in qualunque circostanza, senza illusioni, nella santa indifferenza che sbriciola ogni preteso assoluto che vorrebbe rubare mente, anima e corpo. Lo Shemà è l'antidoto al fallimento delle relazioni: chi vive lo Shemà non dirà mai "non ti amo più, sono cambiati i miei sentimenti, non è più come prima"; perché lo Shemà compiuto inchioda ogni relazione sul robusto Legno della Croce, il luogo della libertà che si fa dono, sia quel che sia, costi quel che costi. Lo Shemà è il sigillo della Grazia e dell'elezione a vivere sulla terra l'amore celeste, la missione affidata alla Chiesa e a ciascuno di noi. Dio infatti è unico perché il suo amore è l'unico che scende con noi e in noi, nella sofferenza più profonda, nei dolori di un cancro, nelle angosce dei tradimenti e dei fallimenti, nei tormenti dei dubbi, in tutti gli istanti delle nostre vite. Lui è l'unico che ci ama così come siamo. Lui solo può darci la vita nella morte, orientare tutto di noi verso il compimento della missione affidata. L'esperienza del suo amore genera il radicale e assoluto amore a LuiDa esso sgorga, naturalmente, l'amore al prossimo, il dono totale che giunge sino al nemico, perché ogni uomo, qualunque sia la sua situazione, reca scolpito il cromosoma divino. Ascoltare è dunque amareAscoltare la Verità è obbedire alla Verità; non a caso in ebraico i due verbi coincidono. Nulla di sentimentale, erotico e passionale. Ascoltare nell'assemblea, la predicazione, la Parola, il Magistero. Ascoltare e imparare a obbedire insieme al Popolo santo di Dio, appoggiati alla sua fede. Per vivere l'amore vero, non quello falso e ipocrita dei Baci Perugina; l'amore crudo, reale, totale, ragionevole e sapiente. L'amore crocifisso di Colui che, unico, ci ha donato tutto. Nel suo tutto consegnato il nostro tutto consegnatoAmore per amore, che significa ascoltare e proclamare nella vita, per pura Grazia, l'unicità dell'amore di Dio nel canto di gioia che sgorga dal compimento della propria vita secondo la volontà-comandamento-parola del Padre.